2 – L’IMPORTANZA DI COPRIRE LA PELLE DEL CORPO (semidefinitivo)

La natura fa nascere gli esseri umani dal grembo della madre con un corpo la cui pelle visibile, formata da cellule a livello microscopico e quindi a un livello invisibile agli occhi, è esposta all’ambiente circostante. Questo stato in cui si trova il corpo è in una parola sintetica chiamato “nudo”.

Ma gli umani nascono con dei bisogni che rendono il loro corpo incompleto. Per questo hanno bisogno di materiale esterno. Tra i vari motivi per cui hanno bisogno di materia esterna c’è quello di coprire il corpo che per natura è invece scoperto.
Per questo già poco dopo la nascita questo corpo viene coperto dagli altri umani, i genitori, con alcuni materiali flessibili tagliati e cuciti su misura, come la stoffa, al fine di ottenere degli effetti precisi: Essenzialmente mantenere la temperatura a un certo grado. Da quel momento il corpo è “vestito”.

Un corpo vestito, è quindi l’opposto di un corpo nudo. Infatti, per “nudità” si intende uno stato nel quale un essere umano si trova dall’inizio della propria vita.

Ma oltre a sapere che nel mondo accade che le persone si vestono, è importante anche capire il perché si vestono. Sapere perché le persone si vestono permette anche di capire perché perché le persone non possono svestirsi tranquillamente ma se lo fanno possono sentirsi insultate, ed emarginate, oppure provare senso di colpa, vergogna, e dubitare sulla propria sanità mentale, ad esempio svestirsi per produrre foto/video di nudo, erotico o pornografico visibili a moltissime persone.

Vestiti

Nel cercare le cause della vestizione è utile procedere raccontando un fatto che ha fornito numerose spiegazioni scientifiche al perché gli umani si vestono.

Verso la fine di settembre del 1991 due escursionisti tedeschi, Helmut ed Erika Simon di Norimnerga, si trovavano al limitare di un ghiacciaio sulle Alpi del Tirolo, quando scoreso un corpo umano che spuntava dai ghiacci. La datazione al radiocarbonio effettuata dimostrò che l’uomo era morto cinquemila anni prima. Venne soprannominato Otzi, dalla grande valle più vicina, l’Otztal.
Prima di Otzi non si aveva idea di come si vestissero gli umani nell’età della Pietra. Dei materiali sopravvissuti esistevano soltanto frammenti. Ma quello di Otzi era un abbigliamento completo.
Gli indumenti erano ricavati dalle pelli e pellicce di una notevole varietà di animali: cervo rosso, orso, camoscio, capra e vacca.
Otzi indossava dei calzoni di pelliccia retti da lacci di cuoio assicurati a una cinghia attorno alla vita che li faceva assomigliare alle calze con reggicalze che le pin-up holliywoodiane portavano durante la Seconda guerra mondiale. Oltre a questo, portava un perizoma di pelle di capra e un copricapo di pelliccia di orso bruno, probabilmente una sorta di trofeo di caccia che doveva essere stato molto caldo ed elegante. Il resto del vestiario era ricavato da pelle e pelliccia di cervo rosso. Non vi era quasi nulla che provenisse da animali addomesticati.

Da quanto tempo la gente si vesta è un interrogativo a cui non è per niente facile rispondere. Tutto ciò che si può dire è che circa quarantamila anni fa, dopo un periodo infinito in cui il genere umano non aveva praticamente fatto altro che procreare e sopravvivere, comparve una razza dal cervello sviluppato e dai comportamenti moderni, comunemente nota come “uomo di Cro-Magnon” (dalla caverna della Dordogna, in Francia, dove ne vennero rinvenuti per la prima volta i resti), e che un suo ingegnoso esponente si rese responsabile di una delle più grandi e sottovalutate invenzioni della storia: quella del filo, o anche chiamato filo cucirino per differenziarlo da altri tipi di filo (sintetico, metallico, conduttore).

Il filo è elementare: due pezzi di fibra, animale, vegetale o sintetica (raion), affiancati e intrecciati fra loro, con i quali si ottengono una cordicella resistente e la possibilità di creare cordicelle lunghe con fibre corte.

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Senza di esso non esisterebbero tessuti e indumenti, lenze, reti, trappole, corde, guinzagli, pastoie, fionde, archi e migliaia di altre cose utili.

Storicamente, le due fibre più comuni erano il lino e la canapa.

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Il lino era diffuso perché cresce molto, fino a superare il metro e venti di altezza, e molto in fretta: può essere seminato un mese e mietuto il successivo. L’inconveniente è che è molto impegnativo a livello di preparazione. Per separare le fibre di lino dai fusti legnosi e ammorbidirle a sufficienza per poterle filare sono necessarie venti operazioni diverse, che hanno nomi arcaici come gramolare, macerare, stigliare (o scotolare) e pettinare, anche se si tratta essenzialmente di pestare, pulire, bagnare e separare la flessibile fibra interna, o rafia, dalla parte più legnosa.
Il risultato di tutte queste fatiche è un tessuto resistente e adattabile. Si tende a pensare che il lino sia bianco, ma in realtà il suo colore naturale è bruno. Per renderlo bianco bisognava schiarirlo alla luce del sole, un processo che poteva protrarsi per mesi. Le parti meno pregiate erano lasciate nel colore naturale e trasformate in tela o iuta. Il principale inconveniente del lino è che non reagisce bene alle tinte, sicché non si può fare granché per renderlo eccitante.

La canapa era simile al lino, ma più ruvida e meno comoda da indossare, e per questo tendeva a essere usata per articoli come sartie e vele. Aveva tuttavia il vantaggio evidentemente apprezzato che la si poteva fumare per andare fuori, caratteristica che ne spiegherebbe la prevalenza e la rapida diffusione nell’antichità.

Ma il principale tessuto per abbigliamento del Medioevo era la lana, che è molto più calda e resistente del lino, ma le cui fibre sono corte e dovevano essere difficili da lavorare, soprattutto perché le prime pecore erano creature poco lanose. La loro lana, se così, si può definire, era in realtà uno strato di peluria sotto inestricabili grovigli di peli. Per trasformare le pecore nei blocchi di lana che si conoscono e apprezzano sono stati necessari secoli di allevamento. Oltretutto, in origine la lana non veniva tosata, ma dolorosamente strappata.
Per trasformarla in tessuto bisognava, fra le altre cose, lavarla, pettinarla, cardarla, garzarla, ordirla, imbozzimarla e follarla. La follatura consisteva nel percuotere e compattare la lana, l’imbozzimatura prevedeva l’applicazione di una sostanza collosa. La pettinatura delle fibre creava un tessuto resistente ma relativamente rigido: un pettinato. Per le lane più soffici le fibre venivano ammorbidite con dei cardacci.

Un altro tessuto principale era la seta, che era un lusso raro, e valeva letteralmente tanto oro quanto pesava. La cronaca nera dei secoli diciottesimo e diciannovesimo si sofferma molto spesso sulle incarcerazioni o sulle deportazioni in Australia di chi si era reso responsabile del furto di un fazzoletto, di una confezione di pizzi o di altri articoli apparentemente privi di importanza, che avevano in realtà un grande valore. Un paio di calze di seta poteva costare cinque sterline e una confezione di trine poteva fruttarne anche venti, una cifra sufficiente a una persona per mantenersi un anno intero e una gravissima perdita per qualsasi negoziante.
Un mantello di seta costava cinquanta sterline, ed era ben oltre le possibilità di chiunque non appartenesse all’alta nobiltà.
Chi possedeva della seta l’aveva per lo più sotto forma di nastrini o altre decorazioni. I cinesi proteggevano ferocemente i segreti della produzione. La punizione per l’esportazione di un solo seme di gelso era l’esecuzione. Ma almeno per quanto riguardava l’Europa del Nord non avrebbero dovuto preoccuparsi troppo, visto che i gelsi erano troppo sensibili al gelo per potervi prosperare. Per cent’anni la Gran Bretagna provò in ogni modo a produrre la seta, ottenendo a volte buoni risultati, ma allafine non riuscì mai a ovviare agli inconvenienti causati dai suoi freddi inverni.
Con questi pochi materiali, e con alcune decorazioni come piume e pellicce di ermellino, la gente riusciva a creare abiti magnifici, al punto che nel quattordicesimo secolo i sovrani si videro costretti a porre un limite a ciò che si poteva indossare e introdussero le cosiddette leggi suntuarie, che stabilivano con fanatica precisione quali materiali e quali colori fossero consentiti.
Ai tempi di Shakespeare, un cittadino con un reddito annuo di venti sterline aveva il permesso di portare un farsetto di raso ma non una veste del medesimo materiale, mentre chi guadagnava cento sterline annue non aveva restrizioni in materia di raso ma poteva usare il velluto soltanto nei farsetti, e a patto che non fesse cremisi o blu, colori riservati a cittadini di condizioni ancora più elevate. Esistevano restrizioni anche per la quantità di tessuto da utilizzare per un particolare indumento, per lo stile, liscio o pieghettato, e così via.
Nel 1603, quando Shakespeare e i suoi colleghi attori ottennero il patrocinio reale da Giacomo I, uno dei vantaggi correlati era il dono di quattro metri e mezzo di tessuto scarlatto e il permesso di indossarlo, un grande onore per chi svolgeva una professione equivoca come quella dell’attore.
Le leggi suntuarie miravano a mantenere le distinzioni di classe, ma anche a sostenere le industrie domestiche, perché erano spesso intese a far calare le importazioni di materiali dall’estero. Per gli stessi motivi, allo scopo di aiutare i produttori nazionali di berretti a superare una crisi, per un certo periodo venne istituita la “Legge dei berretti”, la quale stabiliva che si dovessero indossare berretti al posto dei cappelli. Per ragioni oscure i puritni non gradivano la legge e venivano spesso multati per averla infranta. Ma nel complesso le leggi suntuarie non venivano applicate con troppa severità. Varie restrizioni vennero ratificate nel 1337, 1363, 1463, 1483, 1510 e 1554, ma i registri pubblici mostrano che non vennero mai fatte rispettare fino in fondo. Nel 1604 furono abrogate del tutto.

Il cotone era più prezioso della seta.  Ma nel diciassettesimo secolo la Compagnia delle Indie Orientali cominciò a importare calicò dall’India (dalla città di Calicut, da cui prendeva il nome), e all’improvviso il cotone divenne accessibile. Calicò era essenzialmente un termine collettivo con cui si indicavano chintz, mussola, percalle e altri coloratissimi tessuti che suscitavano entusiasmi inimmaginabili fra i consumatori occidentali perché erano leggeri, lavabili e non si scolorivano. Malgrado si coltivasse cotono anche in Egitto, a dominare il mercato mondiale era l’India.
L’improvvisa impennata del cotone indiano piaceva ai consumatori ma non ai produttori. Incapaci di competere con quel tessuto miracoloso, i lavoratori tessili europei invocarono quasi ovunque protezione, e la ottennero. Per l’intero diciottesimo secolo l’importazione di tessuti finiti di cotone rimase vietata pressoché in tutta Europa.
Il cotone grezzo, però, poteva ancora essere importato, e questo incentivava l’industria tessile inglese a utilizzarlo. Ma il cotone era molto difficile da filare e da tessere, e così si cominciò a ragionare su come risolvere questi due problemi. La soluzione a cui si giunse si chiamava Rivoluzione industriale.
La trasformazione delle balle di cotone in prodotti utili come lenzuola e blue jeans presuppone due operazioni fondamentali: la filatura e la tessitura. La prima è il processo con cui si trasformano le fibre corte di cotone in lunghe spole di filo aggiungendo fibre corte un poco  alla volta e torcendole. La seconda viene effettuata intrecciando due serie di fili ad angolo retto a formare una maglia. La macchina con cui si ottiene questo risultato si chiama telaio, e non fa altro che tendere una serie di fili in modo da poterli intrecciare con una seconda serie, ottenendo la tessitura. La serie di fili tesi si chiama ordito, quella attiva si chiama trama. Intrecciando fili orizzontali e verticali si crea il tessuto. Gran parte dell’odierna biancheria di casa (lenzuola, fazzoletti e simili) è ancora prodotta con questo semplice metodo.
Filatura e tessitura erano attività che venivano svolte a domicilio, e davano da vivere a un gran numero di persone. Tradizionalmente, la filatura era un lavoro femminile e la tessitura maschile. Ma la filatura era molto più lenta e laboriosa della tessitura.

FIBRE ARTIFICIALI E SINTETICHE
Le fibre prodotte dall’uomo si dividono in “artificiali” e “sintetiche”.
Le artificiali costituiscono la prima generazione “man made”. Le fibre sintetiche rappresentano la seconda generazione delle fibre fatte dall’uomo. Il primo brevetto delle fibre sintetiche si deve a un ricercatore francese, e risale al 1884. Il principio delle fibre artificiali consiste in una particolare lavorazione della cellulosa, il principale componente della membrana cellulare di tutte le piante da cui si ottiene una sostanza liquida. Con questo sistema l’industria tessile mise a punto la “seta artificiale” che ebbe tale successo da essere presentata all’Esposizione universale di Parigi del 1889, con la Torre Eiffel. Più tardi, comparvero le altre fibre derivate dalla cellulosa: acetato, cupro, viscosa o raion, bemberg, modal.

Alla loro origine c’è il petrolio, da cui vengono ricavate con procedimenti chimici di sintesi. Il primo prodotto di sintesi creato dall’industria chimica fu il nylon, e poi, via via, l’acrilico, il poliestere e il propilene. Con la sperimentazione e la continua ricerca nel campo delle fibre sintetiche sono stati raggiunti livelli molto avanzati. Le fibre sintetiche di ultima generazione comprendono anche le microfibre che sono fibre sottili. Come esempio possiamo ricordare il pile che rappresenta il risultato di una lavorazione in grado di rendere il tessuto molto morbido, caldo e impermeabile pur consentendo la traspirazione. Le fibre sintetiche sono:
Nylon
Lycra
Poliestere o “pile”
Polipropilene
Acrilico
Fibre “Comfort”
Microfibre
Tessuti multistrato.
Tessuti liquidi: gli scienziati hanno effettivamente realizzato una stoffa che si riscalda e raffredda a seconda delle necessità formata da poliestere.

Un divano, una camicia e un paio di jeans…

Morbidezza, sensazione di leggerezza, delicatezza e scorrevolezza del tessuto, elasticità, resistenza ad agenti esterni o alle alte temperature. Sono queste le prestazioni che oggi pretendiamo dai nostri indumenti, dalle tende di casa, dalla biancheria o da qualsiasi altra applicazione tessile. In passato, senza l’impiego di specifici additivi e ausiliari, i tessuti si sporcavano più facilmente ed erano difficili da lavare, le colorazioni e i trattamenti estetici erano molto elementari e prestazioni oggi considerate banali, come ad esempio l’idro-repellenza, erano molto limitate. Per rispondere alle attese di oggi, solo pochi anni fa eravamo costretti all’utilizzo di fibre pregiate e molto costose. Gli additivi per il settore tessile sono innumerevoli in quanto utilizzati in tutta la filiera dalle prime fasi di filatura delle fibre fino ai finissaggi più sofisticati; ad esempio gli additivi siliconici servono a per conferire proprietà scivolanti e impermeabilizzanti oltre a tutti gli additivi che danno una sensazione di morbidezza. Anche la loro qualità è fondamentale: se di scarsa qualità, in pochi lavaggi si potrebbero disperdere, compromettendo sia la prestazione conferita al particolare tessuto, sia la sicurezza dell’ambiente che ci circonda. Attualmente in Italia le produzioni di additivi hanno un impatto ambientale contenuto e strettamente monitorato.

PERCHé CI SI SVESTE?
Spesso, alcune persone che vogliono rimproverare chi si fotografa nudo/a o si fa fotografare nuda/o dice “se esistono i vestiti ci sarà un motivo”. E questa affermazione è infatti corretta, perché ci sono dei motivi se esistono i vestiti, ma è l’implicazione sottintesa che è scorretta. Ovvero, non perché c’è un motivo per cui esistono i vestiti allora non ci si può svestire e mostrare il proprio corpo. Ad esempio, i motivi per cui esistono i vestiti possono essere quelli di coprire il corpo in alcuni momenti e in alcune condizioni e non in altre, come ad esempio quando ci si vuole far vedere nudi, dal vivo o in foto.

LE FUNZIONI DEI VESTITI
Un vestito può avere diverse funzioni:

  1. mantenere la temperatura corporea sullo stesso livello
  2. protezione dall’ambiente esterno (insetti, oggetti che possono graffiare e tagliare)
  3. impedire che gli altri si eccitino alla visione del corpo oppure farli eccitare se il vestito è in un certo modo
  4. conformarsi ai parametri morali
  5. esprimere la propria personalità e il proprio umore
  6. migliorare o modificare il proprio aspetto estetico
  7. nascondere quelli che vengono ritenuti difetti estetici del corpo nudo
  8. soddisfare il concetto di esclusività psicosessuale relativo alla visione del corpo nudo nella monogamia

Il portare oggetti in tasca non è una funzione che può essere soddisfatta soltanto con i vestiti, ma si deve comunque avere un oggetto esterno addosso, infatti si potrebbe essere nudi con un marsupio. Dunque, non la si può considerare come parte integrante dei motivi per cui esistono i vestiti, anche se i vestiti sono utili anche a quello, attraverso le tasche.

TEMPERATURA CORPOREA
Gli esseri umani hanno bisogno di mantenere la temperatura del corpo sui 37 gradi centigradi.
Il calore è energia meccanica distribuita microscopicamente sulla molteplicità di particelle e di legami di cui è composta la materia. Per gli organismi viventi la corretta gestione è di importanza fondamentale per la stessa sopravvivenza. Da un certo punto di vista, possiamo dire che il fenomeno della vita, regolato com’è da precise reazioni chimiche fra complesse e fragili macromolecole, ha assoluto bisogno di temperature controllate, indipendentemente da quella che sia la temperatura ambientale.
Per gli animali a sangue caldo, all’essere umano in particolare, una quantità di azioni quotidiane sono rese necessarie dal mantenere un opportuno equilibrio termico con l’ambiente esterno. Come ci vestiamo o ci svestiamo, i materiali dei vestiti, i colori dei nostri vestiti, la loro aderenza al corpo, il fatto che ci laviamo, il fatto che rabbrividiamo (una attività specificamente concepita per generare calore) o che sudiamo (una attività concepita per perdere calore), quanto beviamo, mangiamo, il nostro stesso atteggiamento corporeo, aperto, o accucciato, sono tutte cose legate alla regolazione termica del nostro corpo.
Il nostro consumo energetico in condizioni di riposo (ad esempio, quando dorme ben coperto sotto le lenzuola) è pari a quello di una vecchia lampadina ad incandescenza, circa 100 W.
Siccome questa produzione di energia non si interrompe mai, dobbiamo sistematicamente eliminarla, pena l’aumento di temperatura del nostro corpo, cosa assolutamente sconsigliabile.
Talvolta perdere energia è proprio facile: quando l’ambiente esterno è più freddo del nostro corpo che è a 36/37 gradi, basta essere sufficientemente scoperti ed il calore da noi generato se ne va da solo. L’efficacia di questa perdita di energia però diventa apprezzabile solo quando la temperatura dell’ ambiente è un po’ più bassa di quella corporea se no la quantità di calore che ci trasmette l’ambiente è pari a quella che noi passiamo all’ambiente, e quindi non ci raffreddiamo per nulla.

I meccanismi di trasmissione del calore sono pochi e semplici: conduzione, convezione e irraggiamento, oltre fenomeni di cambiamento di fase come quando evapora il sudore della nostra pelle.
Se siamo ben coperti possiamo resistere, anche a lungo, a temperature ambientali anche 100 gradi più basse della temperatura del nostro corpo: gli eschimesi e gli esploratori polari sono completamente coperti di strati termicamente isolanti, tranne una piccola parte del volto, e resistono a temperature anche di 70 sottozero. Hanno semplicemente eliminato la componente radiativa riducendo al minimo quella conduttiva e convettiva.
Tutt’altro problema è quello di resistere al caldo. Se il problema apparentemente potrebbe consistere di coprirsi di strati isolanti per respingere il calore che l’ambiente ci invia (i Tuareg nel deserto sono completamente coperti da pesanti vestiti, per certi versi come gli eschimesi), oltre che naturalmente di metterci all’ ombra, occorre eliminare i 100 W che, senza sosta, generiamo con il nostro metabolismo anche quando non facciamo nulla e che diventano più
di 500 quando siamo sotto sforzo. Occorre a tutti i costi disperderli, ma quando la temperatura esterna supera quella corporea, la radiazione non ci aiuta più. Nemmeno la conduzione (gli oggetti attorno a noi sono più caldi di noi). Ci rimane la convezione, grazie alla quale facciamo evaporare rapidamente il sudore che esce dai nostri pori. Questa evaporazione è una transizione di fase che assorbe molta energia e quindi raffredda efficacemente il nostro corpo.
Chiaramente in questo modo si perde molta acqua, spesso senza accorgercene, liquido che dobbiamo rimpiazzare bevendo molto. In questo modo riusciamo a sopravvivere a temperature fino a 55-58 gradi (Valle della Morte, un Parco nazionale degli Stati Uniti situato nello Stato della California e in piccola parte nel Nevada), purché l’aria sia secca.
La presenza dell’ umidità nell’aria riduce immediatamente l’efficacia dell’ evaporazione per convezione: un tasso di umidità superiore al 50% rende insopportabili anche temperature al di sotto di quella corporea, data la difficoltà di disperdere il calore. Un immediato effetto gradevole dei condizionatori d’aria consiste nell’eliminare l’umidità nell’aria, prima ancora di abbassarne la temperature.
Il problema di un ambiente troppo caldo è serio, in quanto il nostro corpo non ha grande capacità di compensare una mancata dissipazione del calore generato. L’energia si conserva e non c’è scampo. Se temperature e umidità sono elevate, l’organismo è sottoposto ad uno stress molto forte, che può essere causa di morte per gli anziani per cui il sistema di termoregolazione non funzioni più a dovere.
La scelta dei cibi in un periodo caldo è molto importante: fermo restando che in queste condizioni la maggior parte dello smaltimento termico avviene con il sudore, cibi freschi, facili da digerire, salati il giusto, ci permettono di rimpiazzare l’acqua e i sali che perdiamo in continuazione con il sudore.

Negli altri animali la termoregolazione è ancora legata alla respirazione: il cane accaldato ansima per smaltire il calore interno. Nei Sapiens l’attività respiratoria è invece svincolata dalla termoregolazione.
Inoltre, l’Homo Sapiens Sapiens è privo di pelliccia, fatta eccezione per una piccola porzione superstite sulla sommità del capo che era destinata a proteggere il cervello dall’irraggiamento del sole africano.
Gli umani presentano una termoregolazione molto più efficiente che qualsiasi altra specie animale. La perdita del pelo si accompagna a un incremento straordinario della presenza di ghiandole sudoripare sotto la pelle glabra. Sostentarsi attraverso il sudore è una realtà fisiologica.
Se il cacciatore resiste e mantiene la concentrazione sull’obiettivo, dopo alcune ore la preda comincia a surriscaldarsi internamente e deve rallentare: la sua termoregolazione, infatti, non è efficiente come quella dei suoi inseguitori. Se gli ominidi continuano a cacciare la preda, alla fine, dopo un inseguimento che può durare anche molte ore, l’animale in preda all’ipertermia crolla a terra stremato, e se non è morto gli inseguitori lo raggiungono e lo finiscono a bastonate e colpi di pietra.
è probabile che la caccia persistente abbia rappresentato il fattore perno su cui si è innescato il cirvolo virtuoso dell’evoluzione umana, selezionando chi possedeva in misura maggiore questi elementi distintivi.
I comportamenti variano al variare del clima.

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Ci sono periodi dell’anno in cui si soffre di pià la temperatura alta. Molti pensano che in estate faccia caldo perché la Terra è più vicina al Sole… Invece no. In luglio la Terra raggiunge il punto più lontano dal Sole e in gennaio quello più vicino.
E’ tutta una questione di inclinazione dell’asse terrestre.
In estate i raggi del Sole colpiscono il nostro emisfero con un angolo che è quesi perpendicolare alla superficie: quindi non si sparpaglia molto, ma rimane più “denso”. Inoltre le ore di luce più lunghe permettono di accumulare più calore.
Invece durante l’inverno il Sole è più vicino ma a causa dell’inclinazione dell’asse, alle nostre latitudini i raggi del sole arrivano meno perpendicolari. Essendo cioè più inclinati, si sparpagliano su una superficie maggiore, quindi scaldano meno. Inoltre la lunghezza delle ore di luce, drasticamente ridotta, previene ulteriore riscaldamento.
D’estate ci si fa la doccia molto più spesso perché si suda di più, anche due volte al giorno. E proprio perché la funzione dei vestiti varia in base al clima d’estate si cambia il tipo di abiti che si indossano abitualmente, passando da giacche, maglioni, pantaloni, calzini imbottiti a t-shirt, pantaloncini e calzini corti. E si lavano più spesso gli abiti perché più frequentemente assorbono sudore ed emanano cattivo odore.
Anche l’alimentazione cambia. Con la stagione estiva e col caldo generalmente non si ha molto appetito e nel momento in cui ci si siede a tavola si preferiscono vivande fresche e leggere. In estate c’è il trionfo dei piatti freddi, delle insalate, delle verdure e dei gelati. Le persone che possono farlo amano mangiare all’aperto, in giardino o in terrazzo, gustando piatti freschi, magari preparati velocemente.
Quando è estate si evita di uscire nelle ore più calde della giornata, indicativamente tra le 12 e le 18. Non si pratica jogging e attività fisica nelle ore più calde della giornata.
Si indossa abiti di colore chiaro e non aderenti, di cotone, lino o fibre naturali. E si evita abiti scuri e di fibre sintetiche che con il caldo possono anche provocare fastidiose allergie.
Si beve molta acqua (almeno un litro e mezzo al giorno) per idratare la pelle e l’organismo.
Si segue una dieta ipocalorica e privilegia il consumo di frutta e verdura in quanto contengono una grande percentuale di acqua.
Si consumate pasti leggeri: preferendo la carne bianca e il pesce, limitando i carboidrati ed evitando i cibi ricchi di grassi.
Si limita il consumo di caffè, alcolici e bevande gassate che hanno un effetto diuretico e aumentano i liquidi espulsi dall’organismo e non disponibili per il processo di raffreddamento.
Si mantiene le tapparelle e finestre chiuse durante il giorno e si utilizza tende dai colori chiari.
Si evitate le bevande troppo calde o troppo fredde in quanto nel primo caso aumentano la temperatura corporea, nel secondo possono provocare crampi e congestioni.
Si fermate il calore esterno creando corridoi di aria fresca tra le porte e le finestre.
Si prende una ciotola un po’ capiente e la si riempie di ghiaccio, posizionandola davanti alla ventola. Il vapore gelido del ghiaccio si unirà all’aria e in questo modo verrà espanso dal ventilatore in tutto l’ambiente.
Si utilizza piante rampicanti per balconi e terrazze perché proteggono le mura domestiche dai raggi solari. Se si decide di esporsi al sole ci si ripara la testa con un cappello.
Si utilizzano lenzuola di cotone che rimangono più fresche. Riguardo al cuscino invece, si usa uno imbottito con grano saraceno che non trattiene il calore del corpo e rimane dunque un appoggio più fresco.

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Quando siamo sotto un cielo con nubi che non promettono nulla di buono, il fatto che cada pioggia o neve dipende criticamente dalla temperatura dei bassi strati dell’atmosfera. Quasi tutte le precipitazioni, infatti, nascono nelle nubi sotto forma di neve o ghiaccio (soprattutto in inverno), ma spesso questa acqua solida si liquefa quando attraversa strati relativamente caldi di atmosfera, come sono generalmente quelli vicini al suolo, rispetto agli strati superiori. In effetti, almeno nelle nostre regioni, i fenomeni nevosi avvengono quando nei bassi strati si viene a formare un “cuscinetto” di aria fredda. Nella figura più sopra si mostrano alcune situazioni con i tipi diversi di precipitazione cui si può assistere (pioggia, pioggia congelantesi, nevischio, neve).

Ovviamente, più andiamo a latitudini elevate – verso il Polo Nord nel nostro emisfero – più la temperatura è bassa e quindi maggiore è la probabilità di assistere a precipitazioni al suolo che siano nevose piuttosto che piovose.

Febbre e Temperatura corporea

Si parla di febbre quando la temperatura corporea sale al di sopra dei valori normali.

Per il nostro organismo è molto importante mantenere una temperatura relativamente costante al proprio interno, poiché in questo modo i vari processi metabolici possono avvenire ad una velocità ottimale.

La febbreNormalmente, in un individuo sano la temperatura corporea è compresa tra i 36,4 ed i 37,2 gradi centigradi. Tuttavia durante la giornata l’ambiente termico interno subisce delle variazioni legate all’attività di alcune sostanze biologiche secrete con ritmo circadiano.

In particolare al risveglio si registrano le temperature più basse, mentre nel tardo pomeriggio questi valori possono raggiunge e superare i 37° centigradi. La fluttuazione della temperatura corporea durante la giornata fa sì che verso le ore 18 l’atleta raggiunga il suo massimo livello prestativo. Una temperatura leggermente superiore alla norma migliora infatti la velocità di propagazione degli stimoli nervosi ed aumenta il metabolismo facilitando la produzione di energia.

Vi sono poi molti altri fattori come lo stato di salute, la presenza di particolari patologie, la digestione e l’attività fisica che contribuiscono ad alimentare queste piccole variazioni termiche.

Alla luce di tutti questi elementi è facile capire come in molti casi il confine tra normalità e febbre sia molto sottile.

Per esempio una temperatura di 37,5°C registrata al mattino con tutta probabilità indica uno stato febbrile. Discorso diverso se tale valore viene registrato verso sera in una donna in piena fase ovulatoria (in questo periodo del ciclo mestruale la temperatura corporea è infatti superiore alla norma di mezzo grado).

Misurare la Temperatura Corporea

La temperatura varia leggermente nelle varie parti del corpo umano. In clinica viene misurata in corrispondenza di uno dei seguenti punti: cavità orale, ascella o retto. Il valore rilevato in sede rettale si avvicina con maggiore precisione allala reale temperatura interna (circa 37°C ± 0.5°C). La temperatura ascellare è invece più bassa rispetto a quella centrale (36,6°C ± 0,5°C), così come quella sottolinguale che è inferiore di circa 0,2-0,5°C. La temperatura più affidale sarebbe, in ogni caso, quella esofagea inferiore.

Cause della Febbre

La febbre di per sé non è uno stato patologico ma un sintomo che insorge in risposta ad una determinata malattia.

Molti agenti patogeni sono infatti in grado di influenzare il centro termoregolatore dell’ipotalamo spostandolo ad una temperatura ùalta del normale.

Questa vera e propria centrale di controllo situata nel nostro cervello è infatti sensibile a particolari peptidi chiamati citochine, che vengono secreti sia da batteri e virus (pirogeni esogeni), sia dalle cellule del sistema immunitario deputate a combatterli (pirogeni endogeni).

Le citochine possiedono anche un’azione dolorifica e provocano disappetenza, nausea e malessere generale. Tutto ciò spiega l’associazione della febbre a classici sintomi come il mal di testa e

Dato che la maggior parte dei microbi patogeni viene uccisa ad una temperatura prossima ai 40° C, la febbre rappresenta una preziosa difesa per il nostro organismo.

L’ipotalamo riesce ad aumentare la temperatura corporea controllando le funzioni di molti organi e tessuti.

Tra le numerose armi che il nostro corpo ha a disposizione per aumentare la quantità di calore prodotto, limitando al tempo stesso le dispersioni, ricordiamo la vasocostrizione (riduzione del flusso ematico cutaneo), l’aumento del tono muscolare (brividi), della frequenza cardiaca (tachicardia) e delle attività metaboliche in genere (aumento del metabolismo basale).

L’aumento della temperatura si associa da un lato ad una riduzione della proliferazione dei microrganismi patogeni e dall’altro ad un sensibile incremento dell’attività delle cellule con funzione immunitaria. Basti pensare che un  incremento di mezzo grado rispetto ai valori normali è sufficiente ad aumentare considerevolmente la risposta dei linfociti B e T contro i microrganismi patogeni.
FebbreSe tutti questi effetti sono ben tollerabili da un organismo adulto, in un bambino o in un anziano risposte immunitarie troppo intense possono avere effetti nocivi.

La febbre non va confusa con il colpo di calore, un episodio particolarmente grave, in cui l’elevato aumento di temperatura non è spontaneo ma causato da un evento esterno, come il salire su un’automobile rimasta per ore sotto il sole rovente.

Oltre che per un’infezione di origine batterica o virale, la febbre può insorgere anche come causa secondaria di specifiche malattie o derivare dall’utilizzo di alcuni farmaci.

Sintomi e Classificazione

CLASSIFICAZIONE DELLA FEBBRE:

  • febbricola: se la febbre non supera i 38°C
  • febbre lieve: temperatura compresa tra 38-38,5°C
  • febbre moderata: 38,5-39°C
  • febbre elevata: 39-39,5°C
  • iperpiressia: 39,5°-41°C

CONTINUA: le fluttuazioni quotidiane di temperatura sono inferiori al grado centrigado e la febbre persiste nel tempo

REMITTENTE: le fluttuazioni quotidiane di temperatura (almeno due) sono superiori al grado centigrado e non tornano mai ai valori basali (caratteristica della maggioranza delle malattie febbrili)

INTERMITTENTE: la febbre sale e scende durante il giorno per tornare alla normalità verso il mattino. Se le escursioni di temperatura sono molto alte si parla di febbre settica. La febbre intermittente è carratteristica delle malattie neoplastiche maligne.

RICORRENTE: episodi febbrili intervallati da periodi di tempo più o meno lunghi in cui la temperatura corporea torna ai valori normali (tipico di alcune malattie come la malaria, la brucellosi e l’infezione da borrelia).

SINTOMI:

  • pallore (vasocostrizione periferica)
  • piloerezione (pelle d’oca)
  • brividi, sensazione di freddo
  • malessere generale.

Come si cura la febbre

Come abbiamo visto la risposta febbrile altro non è che un potente ed efficace mezzo di difesa. L’aumento di temperatura può quindi essere considerato come una vera e propria medicina che il nostro corpo possiede per difendersi da infezioni virali e batteriche.

Privare l’organismo di un sostegno così importante assumendo farmaci antipiretici (in grado di abbassare la temperatura corporea), potrebbe in molti casi avere effetto contrario rispetto a quanto sperato.

Per esempio l’utilizzo di antibiotici può abbassare le difese immunitarie andando ad eliminare non solo i batteri patogeni ma anche quelli utili. Inoltre, se la malattia è causata da virus, questa classe di farmaci si dimostra non solo del tutto inefficace ma addirittura nociva perché per i motivi sopraccitati allunga i tempi di guarigione e favorisce il ripetersi di nuovi episodi infettivi.

Dunque, se la febbre non è particolarmente elevata, la terapia più efficace è il riposo abbinato alle classiche raccomandazioni che prevedono il consumo di pasti facilmente digeribili, l’abbondante assunzione di acqua e l’astensione da fumo o alcolici. E’ altresì importante ascoltare i sintomi che il nostro corpo ci invia; se si sente freddo è bene coprirsi di più, se al contrario si avverte una sensazione di calore eccessivo è bene diminuire gradualmente la temperatura dell’ambiente.

Infatti dopo una prima fase in cui l’organismo cerca di trattenere il calore al suo interno per innalzare la temperatura, segue una seconda fase in cui tale calore viene disperso all’esterno per ristabilire l’equilibrio termico (sudorazione, vasodilatazione).

Se la febbre supera i 39°C, soprattutto se a soffrirne bambini ed anziani, è comunque opportuno assumere dei medicinali in grado di riportare la temperatura corporea al di sotto di questo valore. Considerando le numerosissime cause d’origine della febbre tali medicinali dovranno essere prescritti esclusivamente da un medico dopo un accurato esame diagnostico nel quale il paziente avrà cura di specificare ogni sintomo avvertito. Se la temperatura permane elevata per più di 3-4 giorni dall’inizio della terapia è bene interpellare nuovamente il medico per esaminare eventuali complicanze.

Tratto da http://www.my-personaltrainer.it/febbre.html

ADERENZA DEGLI ABITI
Poiché i vestiti possono peggiorare la temperatura corporea e far perdere la temperatura ideale, in base alla temperatura c’è la necessità di scegliere alcuni vestiti piuttosto che altri. Quando fa caldo è bene preferire vestiti larghi e comodi, per permettere la libera circolazione dell’aria tra la pelle e l’ambiente. Per contro, un abito aderente simula condizioni di assenza di vento, perciò priva l’organismo della possibilità di disperdere calore per convezione. Quando manca il ricambio di aria a causa dell’estrema aderenza dell’indumento, l’aria che si trova in prossimità della cute viene scaldata comportandosi come uno schermo isolante che si oppone ad ulteriori perdite di calore per conduzione. Se invece l’aria può circolare liberamente nel vestiario, i flussi di aria più fredda ricambiano continuamente quella ormai riscaldata che si trova in prossimità della cute.

ABITI ANTI UV
Gli abiti anti-UV sono indumenti realizzati con fibre tessili, in grado di proteggere la pelle dall’irraggiamento solare. Questi tessuti sono combinati con specifici principi, quali il biossido di titanio o l’ossido di zinco, che li rendono del tutto simili ad una crema solare protettiva. Purtroppo, gli abiti anti-UV possono perdere le loro caratteristiche dopo ripetuti lavaggi o se sono troppo aderenti (quindi le fibre si stirano sulla pelle).
Il livello di protezione dai raggi solari per i tessuti viene indicato sulle etichette con la sigla UPF (ultraviolet protection factor). La protezione massima è garantita dagli indumenti con UPF 50+.
Oltre al fattore protettivo, i capi conformi alle norme UNI riportano in etichetta anche il simbolo di un sole giallo e il riferimento al numero della norma EN 13758-2.
Gli indumenti anti-UV si possono trovare principalmente nei negozio di abbigliamento sportivo. Di solito, sono sintetici (le fibre naturali offrono minor protezione) e sono riconoscibili dalla trama del tessuto, generalmente più fitta rispetto al normale, e dai colori scuri o accesi (assorbono meglio i raggi solari rispetto al bianco).

GLI EFFETTI DEL CALDO
cemento e asfalto accumulano calore durante il giorno e lo rilasciano la notte, e le differenze di temperatura tra centri abitati e zone rurali possono essere persino di 5-10 °C.

è stato osservato che il rischio di mortalità aumenta mediamente dall’1% al 3% per un aumento di 1 °C della temperatura dell’aria oltre una certa soglia – generalmente più elevata nelle località più vicine all’equatore e nei paesi più caldi.

Gli effetti del caldo hanno mostrato gli impatti maggiori sui soggetti anziani e soprattutto sulle persone che vivono in ambiente urbano: un recente studio americano ha stimato un aumento del 3% dei ricoveri ospedalieri di soggetti anziani (di età superiore a 65 anni) nei successivi 8 giorni seguenti a condizioni di caldo estremo.

TECNOLOGIE PER RIDURRE LA TEMPERATURA CORPOREA
Per ovviare ai problemi di temperatura sono stati inventate diverse tecnologie, la più semplice è il ventaglio.

Ventaglio

Il corpo umano ha una temperatura media di 36-37 gradi. La temperatura dell’ambiente esterno è, nella maggior parte dei casi, inferiore. Per questo motivo il nostro corpo cede calore all’aria. Il calore si diffonde poi nell’ambiente attraverso un meccanismo chiamato convezione: l’aria calda si sposta e si mescola con aria più fredda, perdendo calore. Questo moto dell’aria può essere accelerato usando un ventaglio o, meglio, un ventilatore che garantisce un maggiore ricambio di aria “fresca” in prossimità della pelle. Questo comporta una maggiore quantità di calore ceduto e quindi una maggiore sensazione di fresco. Un altro fenomeno che rinfresca è l’evaporazione del sudore, che avviene assorbendo energia (cioè calore) dalla pelle. Il ventaglio aiuta anche ad allontanare il vapore prodotto da questo fenomeno, consentendo ad altro sudore di evaporare. Quest’ultimo fenomeno sarebbe l’unico utile se l’aria fosse a una temperatura maggiore di quella del corpo: la ventilazione farebbe infatti aumentare il calore fornito dall’ambiente al nostro corpo, aumentando il senso di caldo.

Gli umani sono quindi motivati a usare sistemi che generino calore in un punto e lo trasferiscano ad altre zone, per riscaldare ambienti abitativi o lavorativi, e mezzi di trasporto, ma anche liquidi, come l’acqua usata per lavare il proprio corpo riscaldata dallo scaldabagno, e di sottrarre calore durante il periodo estivo con il caldo.

CONDIZIONATORE

Il padre dell’aria condizionata, o come meglio si dovrebbe chiamare del “condizionamento ad aria” (dall’inglese air conditioning), è l’ingegnere americano Willis Haviland Carrier. Nel 1901, all’etaà di 25 anni, da poco conclusi gli studi di ingegneria meccanica, Carrier ideò una macchina per la riduzione dell’umidità  e della temperatura nell’aria.

Il sistema, brevettato nel 1906, si basava sul principio teorizzato dal chimico e fisico inglese Michael Faraday che, circa un secolo prima, aveva scoperto come la compressione e la successiva espansione di un gas avevano come conseguenza il raffreddamento del gas stesso.

Secondo le stime, il consumo energetico degli edifici è responsabile di circa il 30 per cento delle emissioni globali di gas serra. Una parte di questo consumo è inevitabile, per rendere più vivibili uffici e abitazioni. La precisa taratura del termostato, tuttavia, è basata sul livello di comfort degli occupanti, e può influire notevolmente sull’efficienza del sistema.

Il primo condizionatore fu installato il 17 luglio 1902 in una tipografia di Brooklyn, a New York, dove i continui sbalzi di umidità rendevano difficile il corretto trattamento della carta e degli inchiostri. Le applicazioni si estesero rapidamente all’industria tessile, quindi agli uffici (per aumentare il rendimento degli impiegati), infine, nel secondo dopoguerra, arrivarono alle abitazioni private e alle automobili.

I gas utilizzati nei primi condizionatori, clorometano e ammoniaca, erano altamente tossici e l’accidentale rottura dei compressori poteva essere fatale. Fu solo nel 1928 che tali gas furono sostituiti con i clorofluorocarburi, derivati dal metano e conosciuti sotto l’unico nome di freon, che hanno ottime proprietà refrigeranti e sono innocui per l’uomo; purtroppo, però, sono molto dannosi per l’ozono atmosferico.

GESTIRE IL SUDORE

Asciugarsi il sudore frequentemente non è una strategia efficace per proteggersi dal caldo. Anzi, l’effetto di tale gesto può essere addirittura controproducente.

Gran parte del calore corporeo viene infatti dissipato per evaporazione del sudore. Dobbiamo infatti ricordare che non è il sudore in sé a sottrarre calore all’organismo, bensì la sua evaporazione. Se questa non avviene, come in acqua o in ambienti saturi di vapore acqueo (es. bagno turco), l’efficacia termodispersiva è nulla.

Occorre poi considerare che le numerose goccioline di sudore presenti sulla pelle aumentano enormemente la superficie corporea e con essa l’area a disposizione per la dissipazione di calore.

Asciugando le goccioline di sudore, quindi si riduce temporaneamente la superficie corporea, diminuendo le capacità di dispersione dell’organismo. Inoltre, si impedisce al sudore di evaporare.

Per questo motivo, quando la temperatura esterna è particolarmente elevata, si consigliano docce fresche, spugnature o nebulizzazioni (spray), ma sempre senza asciugarsi.

Per lo stesso motivo, cambiarsi gli indumenti sudati con altri asciutti nel corso di un’attività fisica rappresenta uno svantaggio dal punto di vista della termoregolazione.

Va comunque considerato che se la sudorazione è già particolarmente copiosa o se l’umidità ambientale è molto elevata, vi è il rischio che il sudore goccioli a terra ancor prima di evaporare; in questi casi l’eccesso di sudore prodotto cola lungo il corpo e non presenta alcun vantaggio ai fini della perdita di calore. Abbiamo infatti ricordato come sia necessario che l’acqua evapori affinché il calore prodotto sia ceduto all’ambiente. In simili circostanze se si è zuppi di sudore il gesto di tamponare la pelle con un asciugamano non rappresenta un ostacolo alla termodispersione, ma può addirittura favorirla.

Il cambio dei vestiti bagnati nel corso di un’attività sportiva o lavorativa è un’abitudine tanto diffusa quanto sbagliata, poiché ritarda lo scambio di calore. Occorre infatti considerare che la perdita di calore per evaporazione del sudore si verifica solo quando gli indumenti sono bagnati; non è infatti il sudore in sé a sottrarre calore all’organismo, bensì la sua evaporazione.

SUDORE E GRASSO CORPOREO

Ogni qualvolta si avvicina l’estate, nella speranza di mostrare un bel corpo snello sulla spiaggia, vedo fare nelle palestre le cose più impensabili e assurde per perdere tutto il grasso accumulato durante l’anno.
C’è una ferma convinzione delle persone, a voler sudare sempre di più, convinti che quelle goccioline che fuoriescono dalla pelle siano grasso disciolto.
Per tale motivo vedo persone correre sui tapis roulant nel mese di luglio con un maglione addosso oppure con tute di plastica, senza parlare di quelle fasce di neoprene per l’addome tanto pubblicizzate.
Secondo le tesi di alcuni “esperti” (più in marketing che in fitness) sudare di più aiuta a dimagrire. E’ come se dicessimo che a parità di intensità, mezz’ora di corsa fatta in estate è più dimagrante della stessa mezz’ora fatta in inverno, assurdo!
Se ci ponessimo la domanda del perché si suda quando fa caldo o quando ci alleniamo ci accorgeremmo che il grasso non viene minimamente interpellato.
Il nostro organismo per essere efficiente deve sempre ed in ogni circostanza mantenere una omeostasi (equilibrio). Nel caso dell’esercizio, viene “perso” il nostro equilibrio termico per causa dell’aumentata temperatura corporea, che di norma si mantiene tra i 36 e i 37 gradi centigradi.
Per non avere danni,  il calore in eccesso viene dissipato ed uno dei mezzi a disposizione del nostro corpo è proprio il sudore.
Quindi quando la temperatura aumenta per circostanze ambientali o per via di un esercizio il sudore, ricco d’acqua, evapora raffreddando la cute e l’intero corpo.
C’è anche da dire che se non vi è evaporazione non vi è raffreddamento, quindi oltre che inutile è anche pericoloso avvolgersi in chissà quale materiale, in quanto quest’ultimo impedisce al sudore di evaporare con il rischio di surriscaldarvi.
Un’altra domanda da fare è: di cosa è composto il sudore ?
Esso è formato principalmente da acqua, sodio, cloro, potassio, magnesio con modeste quantità di rame, ferro, vitamine, ormoni, urea, creatinina, aminoacidi, acido lattico, glucosio.
Come ben si può notare nel sudore non è presente nessuna forma di grasso.
Quindi “la domanda nasce spontanea”: come può il sudore farvi perdere grasso se esso stesso non lo contiene né tantomeno innesca una qualsivoglia reazione chimica che lo interessa?

ASCELLA PEZZATA

Carta unta, capelli bagnati e ascella pezzata (ma anche biscotti inzuppati, spiagge lambite dalle onde, ecc) si spiegano considerando due cose: 1) diversi materiali riflettono diverse quantità di luce. Per esempio, uno specchio riflette più di un tavolo di legno. 2) c’è il fenomeno della rifrazione, cioè il “cambiamento di rotta” che fanno i raggi di luce quando passano da un materiale a un altro (dall’aria all’acqua e poi di nuovo all’aria, dal biscotto al latte, ecc). L’esempio più celebre è l’illusione di vedere un cucchiaino spezzato immerso in un bicchiere d’acqua.

bicchiere

Nel caso dei capelli bagnati passa dalla cheratina all’acqua all’aria. I capelli asciutti sono come degli specchietti che riflettono in ogni direzione la luce che li illumina. Parte di questa luce è riflessa verso l’interno ma moltissima è riflessa verso l’esterno quindi i capelli appaiono luminosi. Quando sono bagnati, l’acqua prende il posto dell’aria, i capelli si compattano e quindi diminuisce il numero di capelli che possono riflettere la luce. E soprattutto dato che la presenza dell’acqua “piega” i raggi di luce, aumenta la probabilità che i raggi vengano deviati verso l’interno, così i capelli appaiono più scuri.

Analogamente per l’effetto ascella pezzata: le fibre bagnate dal sudore si compattano, il sudore è composto soprattutto da acqua, che piega parte della luce verso l’interno, facendo apparire il tessuto bagnato più scuro rispetto a quello asciutto.

E la carta unta che diventa quasi trasparente (traslucida)? Le fibre che compongono la carta riflettono la luce in ogni direzione: il risultato è che la carta appare bianca. La stessa cosa accade per la neve: appare bianca perché contiene aria e i cristalli di cui è composta riflettono la luce in ogni direzione. Quando la goccia di olio penetra nella carta, prende il posto dell’aria. L’olio ha una capacità di deviare la luce simile a quella delle fibre di carta: quindi quando la luce attraversa la carta non viene più deviata in ogni direzione ma la attraversa quasi indisturbata la carta macchiata di unto, che così appare traslucida.

PELLE SCOTTATA
Dopo le vacanze molti/e lo sfoggiano con orgoglio, ma in termini scientifici l’abbronzatura è, a tutti gli effetti, il modo in cui il corpo si difende dal sole (attraverso la melanina, un pigmento prodotto quando ci esponiamo ai raggi solari, che ci protegge dalle radiazioni ultraviolette). Anche quando siamo all’ombra riceviamo più del 50% di tutti i raggi ultravioletti, a causa del riverbero sulla sabbia e sull’acqua, e della radiazione diffusa. È quindi necessario mettersi la crema sempre, persino quando riposiamo sotto all’ombrellone. Vale anche se il meteo è incerto: i raggi UV passano infatti attraverso le nuvole. L’irraggiamento e l’intensità dei raggi UVB (i più pericolosi, perché responsabili delle ustioni e dell’invecchiamento della pelle, e perché aprono la strada ai melanomi) sono massimi tra le 11:00 e le 16:00. Evitando di esporsi al sole in questa fascia oraria si riducono in modo significativo i rischi di scottature e tumori cutanei.
Sfoggiate con orgoglio dai pescatori (come Mario Cusolito, pittore e pescatore di Stromboli, nella foto), le rughe sono un effetto tangibile dell’esposizione al sole. In altre parole, abbronzarsi fa invecchiare, perché al sole la pelle perde elasticità (attraverso la degenerazione del collagene e dell’elastina, le due proteine che la sostengono). Sotto accusa ci sono i raggi UVA, che penetrano in profondità nell’epidermide fino a raggiungere gli strati superiori del derma. Sono meno energetici dei raggi UVB, i quali però sono in gran parte filtrati dall’atmosfera.

TEMPERATURA AMBIENTALE E CALORE PERCEPITO

Il cosiddetto calore percepito (o temperatura apparente) misura la sensazione di “caldo” avvertita da un soggetto.

Tale sensazione non dipende dalla semplice temperatura esterna (calore ambientale), ma anche da altri fattori esogeni – come l’umidità relativa, il vestiario, il grado di esposizione alle radiazioni ultraviolette e la velocità del vento – e da fattori endogeni, come la massa e la composizione corporea dell’individuo o l’attività fisica svolta in un dato momento.

Per stabilire il calore percepito sono state proposte alcune formule matematiche che valutano in modo integrato la temperatura ambientale, il grado di umidità, il livello di energia radiante ecc.. Una delle più famose è il cosiddetto indice di calore, che si limita a prendere in considerazione umidità e temperatura ambientale.

Se l’umidità ambientale è elevata il calore percepito è maggiore, poiché essa crea una sorta di barriera a livello cutaneo che si oppone alla perdita di calore per evaporazione del sudore. Viceversa, quando la ventilazione è elevata e l’umidità scarsa, l’evaporazione del sudore è favorita (si riduce la tensione di vapore superficiale), e aumenta la dispersione per convezione (perché flussi di aria fresca sostituiscono continuamente l’aria che si è riscaldata a contatto con la cute).

Altri indici usati per il calcolo del calore percepito prendono in considerazione anche il livello di energia radiante, cioè l’esposizione dell’organismo alle radiazioni ultraviolette (è chiaramente diverso soggiornare al sole o all’ombra, o indossare abiti scuri o chiari).

Osservando la tabella a lato, che considera semplicemente l’effetto della temperatura ambientale e dell’umidità relativa per stabilire il calore percepito, si può notare come, ad esempio, ad una temperatura di soli 30 gradi con umidità del 90% il calore percepito sia di 45°C, mentre risulta più gradevole una temperatura ambientale di 35 gradi con un 40% di umidità (calore percepito 37°C). La tabella è tratta da en.wikipedia.org (fonte: U.S. National Oceanic and Atmospheric Administration)

Nel linguaggio meteorologico, il termine afa designa una una condizione di maltempo causata dalla contemporanea presenza di caldo eccessivo, alti tassi di umidità ed assenza di vento, un mix che fa percepire temperature ben più elevate rispetto a quelle reali. Alti tassi di umidità (fino al 90% e oltre) e scarsa ventilazione si registrano frequentemente durante l’estate nella parte bassa della Pianura Padana.

CALORE IN CITTà

In città si risente innanzi tutto dei materiali di cui esse sono costituite (soprattutto cemento e asfalto), che hanno la proprietà di intrappolare il calore nei bassi strati. Inoltre, nei centri urbani vi sono delle fonti che emettono direttamente calore, come i riscaldamenti e gli impianti di condizionamento interno, o le emissioni industriali e da traffico veicolare. Tutto ciò crea quella che viene chiamata “isola di calore”, cioè la situazione in cui l’aria in città si viene a trovare sempre a qualche grado di temperatura in più rispetto a quella che si respira nelle campagne circostanti. Se a questo si aggiunge quel famigerato mix di inquinanti cui possono essere interessate le città, si comprende subito come le ondate di calore siano più intense e pericolose nei centri urbani.

I risultati hanno mostrato come le isole di calore si riscontrino sempre, con la loro intensità media determinata soprattutto dalla struttura e grandezza della città, ma anche con una modulazione settimanale (e oraria) ben precisa. In particolare, il primo di questi risultati viene attribuito al fatto che le strutture urbane che determinano l’intrappolamento del calore sono un elemento che non varia nel tempo. Invece, le differenze da un giorno all’altro – o da un’ora all’altra – sono dovute sostanzialmente alle variazioni nelle emissioni di calore di origine antropica: riscaldamento, condizionamento, emissioni industriali, traffico. Così, ad esempio, il weekend appare generalmente più fresco, mentre il picco di traffico mattutino nei giorni feriali si nota chiaramente nelle variazioni dei valori di temperatura.

Tutto ciò ci dice chiaramente che cambiamenti nell’intensità media dell’isola di calore richiedono interventi strutturali sulla città (più alberi, più parchi, ecc.), ma che la gestione emergenziale delle ondate di calore nelle città si può attuare invece tramite provvedimenti specifici sulle attività antropogeniche che emettono direttamente calore in atmosfera. L’evidenza della variabilità dell’isola di calore e il collegamento alle sue cause essenziali, descritti nello studio scientifico qui discusso, permettono anche di attuare strategie specifiche e doppiamente vincenti: provvedimenti benefici per la qualità dell’aria (come blocchi o riduzioni del traffico, ad esempio) possono avere influssi altrettanto benefici anche per attenuare gli estremi di temperatura in città.

Ovviamente, insieme a questi interventi di “mitigazione”, ce ne vogliono altrettanti di “adattamento”: evitare l’esposizione al calore e agli inquinanti di tutti quegli strati di popolazione a rischio (bambini, anziani, cardiopatici, asmatici, ecc.), costituire “isole” di benessere termico, facilitare l’accesso ai parchi e alle “isole” stesse.

I VARI TIPI DI ABBIGLIAMENTO FUNZIONALI ALLA PROTEZIONE DAI RAGGI SOLARI

CAPPELLO

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Il cappello è un capo di abbigliamento destinato a coprire in modo parziale o totale la testa.

Serve per proteggersi dal sole, dal freddo o dalla pioggia ma anche per uso estetico o per una protezione igienica.

È costituito solitamente da una visiera o da una tesa (o falda) e dalla cupola (o corona). La tesa copre la base della cupola (la parte del cappello a forma di calotta, troncoconica oppure ovale). La visiera è la parte sporgente di alcuni tipi di cappello, solitamente quelli sportivi. La tesa può essere piana o incurvata, con o senza bordura. La cupola può essere superiormente convessa, recare 4 pizzicotti, essere incavata nella sua lunghezza o presentare una calotta (o convessità: C-crown) in cima alla corona; può presentare altresì due pizzicottature laterali. Alla base esterna della cupola può essere presente una fascia (o nastro, o cinturino o puggaree) di seta pesante, gros-grain o pelle, con un nodo o fiocco alla sinistra; alla base interna della cupola può essere cucito un nastro di cuoio, marocchino o stoffa; l’interno della cupola può essere foderato con stoffa (cappello invernale).

Anche la scelta del materiale è importante, soprattutto in inverno. Sicuramente tra imigliori materiali per cappelli invernali c’è il feltro, un materiale fatto di peli animali e di fibre naturali che, attraverso tecniche di pressatura e vapore, acquista una consistenza tale da essere robusto e resistente, dotato di una buona impermeabilità e leggerezza.

Fedora
Il cappello Fedora è forse il modello più versatile ed è adatto per tutti i tipi di abbigliamento. Nel tempo questo tipo di cappello ha subito vari cambiamenti rispetto a quello originale e oggi il Fedora è il classico cappello in feltro morbido con falda flessibile a scatto che si porta con la parte anteriore della tesa rivolta all’ingiù. Per essere un Fedora, non può mancare il nastro alla base della cupola.

Borsalino
Il cappello Borsalino, che deve il suo nome alla famiglia Borsalino di Alessandria, è oggi diventato un modo per indicare qualunque cappello di feltro morbido. Si tratta del classico cappello da città adatto per ogni tipo di occasione, sia per il giorno che per la sera, il cappello perfetto per outfit eleganti e casual.

Il borsalino è un cappello invernale in feltro soffice, una stoffa realizzata in pelo animale, prodotto con l’infeltrimento delle fibre, Il materiale che lo compone comunemente è la lana cardata di pecora, ma si può utilizzare qualsiasi altro tipo di pelo come quello di lepre, coniglio, castoro, lontra, capra e cammello.
Il borsalino è incavato nella sua lunghezza sotto la corona. La cupola è a tronco di cono, pizzicottata nella parte anteriore da entrambe le parti, la tesa è di media larghezza.

È conosciuto in alcuni Paesi anche come fedora, ma si distingue per la larghezza della tesa. Il Borsalino presenta una tesa larga 6 cm e con una consistenza piuttosto rigida; il Fedora ha una tesa più larga, mediamente di 7,5 – 8 cm.

È stato usato dalla fine dell’800 fino agli anni 1950. Era usato nello sport, e più tardi dagli uomini, perché andava di moda. Ha una fascia di stoffa più scura che lo circonda.

Anche i cappelli simili con una C-crown (una calotta per la testa in cima alla corona) vengono chiamati fedore. Il bordo lo circonda tutto e spesso è presente pure una fascia. Il cappello trilby è simile a un borsalino ma ha di solito un bordo più corto e il retro del bordo è più alzato.

Bombetta
Il cappello a bombetta ha un sapore decisamente britannico ed era anticamente usato solo di giorno, in sostituzione del cilindro. Si tratta di un cappello rigido di feltro, con la cupola tonda e la falda rialzata. Oggi in commercio ce ne sono di tanti tipi e in versione colorata, a differenza della classica bombetta che è rigorosamente nera. Questo tipo dicappello da uomo vuole un outfit ricercato ed elegante ed è spesso indicato per le cerimonie.

Berretto con visiera
Il berretto con visiera, detto anche driving cap, era quello più utilizzato all’inizio del ’900 per guidare poichè aveva la funzione di riparare da vento, raggi del sole e pioggia chi guidava auto decapottabili. Era un modello morbido di stoffa, di solito di tweed. Oggi è ancora usato sia come cappello sportivo sia in abbinamento ad outfit casual, soprattutto se declinato in colori e modelli originali. E’ il caso dei cappelli in feltro con visiera di Alessandra Zanaria o dei cappelli con visiera in pelle di daino di Gucci.

Coppola
Inizialmente in uso presso la nobiltà inglese nel Settecento, la coppola, divenne a metà Ottocento il cappello simbolo delle classi più umili. Arrivò in Sicilia e in Calabria nei primi anni del Novecento, indossata da chi guidava un’auto. Ora la coppola è un cappello alla moda, che ha subito rivisitazioni da parte di grandi brand di moda come Gucci, Armani e Borsalino.

Cuffia di lana
Il berretto di lana è forse uno dei cappelli da uomo più pratici per l’inverno, perfetto per ripararsi dalle basse temperature. E’ di per sè un cappello sportivo e casual che però spesso viene abbinato ad abiti più eleganti, soprattutto se in tinta unita e in toni scuri. Sono molto belle le versioni più originali colorate o in fantasia. Nella gallery ci sono modelli di cuffie di lana e cashmere a nido d’ape di Burberry, berretti di lana nera a treccia di Louis Vuitton, ma anche modelli più sportivi come il cappello di lana bicolor Vans.

PIGIAMA
Pigiama è il termine con il quale si fa riferimento ad una serie di capi di abbigliamento, utilizzati a letto. Il termine originale faceva riferimento a dei pantaloni larghi e leggeri, utilizzati in Asia da entrambi i sessi. In occidente invece per pigiama si intende un indumento composto da due “pezzi”, derivato dall’originale, ed utilizzato come capo di abbigliamento per il sonno, ma anche per l’abbigliamento casalingo, sempre da entrambi i sessi.
Classico pigiama a due pezzi.
Tradizionalmente il pigiama è composto di due pezzi: un pantalone, ed una parte “superiore”, che può consistere in una camicia abbottonata sul davanti, o una maglia. Esistono pigiami, per lo più realizzati per i neonati ed i bambini, in cui le due parti sono unite in un unico capo, fornito di piedi che viene aperto sulla parte anteriore del petto. A seconda della stagione il pigiama può avere maniche più o meno corte (o non averle affatto), pantaloni corti o lunghi, ed essere realizzato in cotone o flanella, e nei modelli più lussuosi, in seta o satin. Esistono anche pigiami realizzati in fibre sintetiche come lycra o poliestere.
Essendo un capo di abbigliamento, il cui principale obbiettivo è far avere il massimo comfort al proprio indossatore, il pigiama è spesso soggetto di molte personalizzazioni. Non è raro per esempio che venga indossato soltanto il pantalone del pigiama, abbinato ad una T-Shirt o a torso nudo. O che esso stesso consista di due capi di abbigliamento, non specificatamente nati come pigiama (per esempio un pantalone di tuta e una T-Shirt). L’utilizzo del pigiama è spesso esteso anche all’abbigliamento casual famigliare e casalingo, a volte indossato insieme ad una vestaglia per coprirsi maggiormente dal freddo.
Il termine pigiama è stato introdotto nelle lingue occidentali dal persiano. Il termine originale پايجامه Payjama aveva il significato di indumento per le gambe. L’utilizzo mondiale del pigiama (sia la parola, che l’indumento) è il risultato della presenza britannica nell’Asia del Sud nel diciottesimo e diciannovesimo secolo. Secondo l’Enciclopedia Britannica, il pigiama è stato introdotto in Inghilterra nel diciassettesimo secolo, ma la sua moda passò rapidamente. Nel 1870 circa, essi riapparirono nel mondo occidentale come abbigliamento maschile notturno, dopo il ritorno dei coloni britannici.

Dormire senza pigiama, lasciando “arieggiare” ogni parte del corpo, giova. Lo rivelano alcune ricerche scientifiche pubblicate in un articolo del sito web Elitedaily, la rivista che si definisce “la voce della generazione Y”. Secondo uno studio recente dell’American Academy of Sleep Medicine, la temperatura corporea diminuisce naturalmente come una parte del ritmo circadiano con il sonno profondo, quindi indossare pigiami tende a disturbare questo calo naturale della temperatura e, di conseguenza, ad interrompere il ciclo del sonno del vostro corpo. Stessa sostanza, sempre senza veli, la rivela l’Università di Reading.

 

CALO DEL RENDIMENTO

Negli ultimi anni si sono succeduti studi che hanno messo in relazione lo stress a cui è sottoposto il nostro corpo con una misura congiunta di temperatura dell’aria e di umidità. Si sa infatti che proprio quella mistura micidiale di alte temperature e alte umidità dà particolarmente fastidio alla nostra fisiologia.

Tuttavia, bisogna pensare che le condizioni lavorative sono spesso diverse rispetto a quanto accade all’esterno: ad esempio, ci si può trovare a lavorare in ambienti climatizzati, dove lo stress fisiologico è molto minore.

Su lavoro si può verificare sia l’assenteismo (mancanza dal lavoro), sia il “presenteismo”, cioè la presenza al lavoro con una diminuzione dell’efficienza lavorativa.

Con un conseguente danno per la produttività e l’economia.

Ovviamente, insieme al danno economico va considerato anche, e soprattutto, quello per la salute. Per questo in Gran Bretagna si sta pensando ad una legge che mandi a casa i lavoratori dipendenti quando la temperatura superi i 30°C sul luogo di lavoro (27°C per i lavori usuranti). Gli inglesi hanno per ora una legge che stabilisce una temperatura minima ma non una massima. Forse la recente ondata di caldo che si è spinta fin lassù ha portato a pensare di stabilire ora anche un tetto massimo.

In ogni caso, dato che per il futuro la situazione climatica tenderà probabilmente a peggiorare la situazione degli stress fisiologici, in attesa di misure drastiche per la mitigazione, occorre pianificare per tempo anche misure di adattamento se non si vuole pesare troppo negativamente sulla salute… e sull’economia.

METABOLISMO E VESTITI.
C’è un altro fattore discriminante per cui le donne possono soffrire il freddo con il condizionatore acceso in uffici rispetto agli uomini se la temperatura è regolata per essere ottimale rispetto a quella degli uomni: in media le donne hanno un metabolismo più basso, cioè il loro corpo produce calore meno velocemente rispetto a quello di un collega maschio. Inoltre, tendono a indossare abiti più leggeri del binomio giacca e cravatta. E dunque si trovano a lavorare in un ambiente che – dal punto di vista climatico – è decisamente inospitale.

Stanchezza e sonnolenza quando fa caldo

Il nostro organismo risponde alle alte temperature ambientali con diversi meccanismi difensivi, finalizzati al mantenimento di una temperatura interna relativamente costante. Il corpo umano è infatti in grado di tollerare un abbassamento della temperatura profonda di 10°C, ma difficilmente sopporta aumenti superiori ai 5°C.

IMPORTANZA DELLA VASODILATAZIONE CUTANEA

Tra le difese utilizzate per evitare danni da calore agli organi interni, la vasodilatazione periferica gioca un ruolo importante, perché aiuta a massimizzare la dissipazione di calore. Pertanto, in climi particolarmente caldi i vasi della pelle si dilatano per trasportare alla superficie cutanea maggiori quantità di calore. Il sangue, infatti, può essere considerato un liquido di trasporto di calore; si parla, in particolare, di convezione circolatoria per indicare quel fenomeno per cui il calore destinato ad essere disperso viene trasportato dalla sede di produzione (organi interni) alla superficie corporea mediante il circolo ematico.

Arrivato a livello cutaneo, il calore viene disperso per conduzione, convezione e radiazione (oltre che per evaporazione del sudore). Dunque, se arriva più sangue alla pelle, viene trasportata ad essa (e conseguentemente dispersa) una maggiore quantità di calore.

Il sangue che ha ceduto calore a livello dei capillari cutanei raffredda il corpo mescolandosi con il sangue proveniente dagli organi interni più caldi. Pertanto, la vasodilatazione periferica facilita la perdita di calore e con essa il raffreddamento del corpo.

CALDO E PRESSIONE BASSA

La vasodilatazione periferica in ambienti caldi porta con sé alcuni svantaggi, legati alla caduta della pressione arteriosa. Se la superficie capillare aumenta, infatti, la pressione del sangue si riduce e questo può causare qualche problema, soprattutto ai soggetti che lamentano già livelli pressori inferiori alla norma o soffrono di problemi cardiocircolatori. Questo perché in simili circostanze l’apporto di sangue al cervello diminuisce, per cui il soggetto può sentirsi affaticato, assonato e privo di energie, fino ad avvertire un senso di mancamento.

Tali sensazioni possono essere aggravate dalla disidratazione. La perdita importante di liquidi corporei con la sudorazione, infatti, riduce il volume ematico e ciò contribuisce ulteriormente ad abbassare la pressione arteriosa, accentuando problemi di stanchezza, sonnolenza e vertigini.

Se poi il riscaldamento dell’organismo è particolarmente rapido e violento, la brusca vasodilatazione periferica può portare ad una caduta pressoria talmente rapida e importante da generare uno stato di shock. Quando invece l’esposizione al calore è prolungata, il calo della pressione arteriosa dovuto alla marcata vasodilatazione, con edema (gonfiore) delle zone periferiche, può portare a svenimento (perché riduce la gittata cardiaca).

Ai primi sintomi di mancamento – come vertigini, sudore freddo, offuscamento visivo o secchezza delle fauci – è opportuno far assumere al soggetto una posizione distesa con le gambe sollevate rispetto al busto.

MAL DI TESTA
L’aumento del calore e dei tassi di umidità presente nell’aria possa scatenare terribili mal di testa. L’ipotesi più probabile, secondo i neurologi, è che l’emicrania sia causata da alcuni cambiamenti nella circolazione del flusso sanguigno e nell’attività delle cellule nervose del cervello. Quando la temperatura e l’umidità aumentano, anche il flusso sanguigno accelera leggermente e questo ci provoca il cosiddetto mal di testa da caldo.
Per ridurre i sintomi del mal di testa da caldo è bene indossare abiti leggeri e bere molto liquidi freddi quando le temperature aumentano, mantenendo l’organismo al giusto livello di idratazione grazie ad acqua, frutta e verdura, ricche anche di sali minerali e vitamine. Alcune persone beneficiano dall’azione del freddo applicato direttamente sulla testa, come un panno umido di acqua fredda. È sufficiente imbibire una garza sterile di acqua fredda – eventualmente arricchita con bioaromi – ed applicarla sulla testa (fin quando si riscalda alla medesima temperatura corporea).

Il caldo fa diventare aggressivi

L’afa estiva è un fattore di stress che gioca a sfavore dell’umore. Quando le persone hanno caldo, sono meno tolleranti e risultano frustrate, impulsive e più inclini ad arrabbiarsi.

Come viene influenzato l’umore

Le alte temperatura e l’umidità agiscono sui sistemi neuroendocrini. Da una parte, il caldo stimola l’attività del glutammato, neurotrasmettitore che esercita una potente azione eccitante sui circuiti cerebrali. Dall’altra, viene ridotta quella del GABA, il mediatore chimico che ci rende tranquilli e rilassati. A questi meccanismi, si aggiunge la mancanza di sonno causata dal calore ed il rischio di disidratazione, la quale può avere conseguenze anche sull’umore e sul comportamento. Il risultato manda in tilt il cervello che non riesce a gestire gli stimoli che riceve. Parallelamente alla colonnina di mercurio aumentano, quindi, la stanchezza, l’irritabilità e il malumore.

Caldo e aumento dell’aggressività

Il cervello è sensibile all’aumento di temperatura, al tasso di umidità e alle ore di esposizione alla luce. Questi tre fattori agiscono come un grilletto negli individui con un equilibrio fragile dal punto di vista psicologico-relazionale. Come tutti i fattori di stress, quindi, l’insofferenza al caldo estivo può manifestarsi, anche con comportamenti ostili ed aumento dell’aggressività.

CANDIDOSI VAGINALE
Tra le tipiche situazioni che predispongono alla candidosi vaginale si ricordano:

  • clima caldo-umido (afoso): favorisce il ristagno delle secrezioni vaginali, creando un micro-ambiente ideale per la proliferazione della candida e di altri patogeni → se possibile preferire ambienti asciutti e ventilati ed evitare l’utilizzo di salvaslip o assorbenti interni per tempi troppo lunghi (bisognerebbe cambiarli ogni 2-3 ore);

 

ABITI E CASA

Proprio perché gli umani hanno bisogno di ripararsi dal freddo, dal vento, dai raggi solari sono stati inventati diversi modi per farlo. Vestiti e case hanno alcune funzioni in comune. Sia i vestiti che le case circondano i corpi. Nel caso dei vestiti in modo aderente e nell’altro a metri di distanza. Così come i vestiti riparano un corpo dal freddo, dal vento, o dai raggi solari, le pareti di cemento di una casa riparano un corpo dal freddo, dal vento, e dai raggi solari oltre che da molte altri fattori ambientali,  ma al contrario dei vestiti le pareti di una casa non fanno arrivare il vento in faccia che comunque rimane scoperta anche quando si è vestiti.

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La nostra specie non è più influenzata dalle variazioni climatiche: è stata infatti in grado di creare artificialmente, all’interno delle proprie abitazioni, una temperatura più o meno costante tutto l’anno, così da garantire al neonato la stessa probabilità di sopravvivenza in ogni stagione. Gli animali invece vanno in calore, e si accoppiano, solo nei particolari periodi in cui la femmina può essere fecondata.

La frequenza con cui il calore si manifesta, e la sua durata, variano nelle differenti specie, e il fattore determinante è proprio il clima: gli animali che vivono in luoghi con condizioni climatiche costanti tutto l’anno, elefanti e giraffe per esempio, non hanno periodi determinati in cui avere l’estro.

Le femmine di animali che vivono in zone con stagioni distinte, invece, vanno in calore solo in particolari periodi. Con questo stratagemma riescono a partorire quando le condizioni climatiche e la disponibilità di cibo sono le più idonee per la sopravvivenza del piccolo. Alcuni animali vanno in calore una volta all’anno, come alcuni pipistrelli, gli orsi, i cervi; altri, come i conigli, più volte.

VESTITI E PARASSITI
In uno studio intitolato “Una scimmia nuda avrebbe meno parassiti”, si spiega come gli esseri umani si siano evoluti senza peli riducendo il carico di parassiti che possono trasportare malattie. Purtroppo, però, gli abiti che indossiamo possono essere un terreno fertile per i funghi e i batteri cattivi, causando infezioni micotiche, del tratto urinario, o la putrefazione delle unghie dei piedi. La malattia di Lyme, molto diffusa negli Usa (“la più rapida a diffondersi dopo l’Aids”), si trasmette attraverso le zecche e finisce spesso sulle maglie che indossiamo, come del resto i pidocchi di mare (“Sea lice”) possono appiccicarsi nell’inguine attraverso i costumi da bagno.
E ancora: le cinture e le cravatte impediscono la respirazione, i pantaloni attillati alzano la temperatura dei testicoli, riducendo numero e fertilità degli spermatozoi. Per non parlare degli studi del professor Norman Doidge sull’Alzheimer dove è stato più volte rilevato come “camminare senza scarpe è riconosciuto come un’attività del cervello anti-Alzheimer, perché il contatto della pianta del piede col terreno fa crescere le connessioni neuronali rimaste inattive”.

Insomma, ce n’è di che lamentarsi e allontanarsi dal vestirsi per abbracciare una sorta di nudismo adamitico. Tra l’altro uno dei padri della psicologia americana, Brian Manslow, nei suoi studi sull’autorealizzazione scrive: “Il nudismo è di per sé una sorta di terapia. I benefici per la salute includono la riduzione dello stress, la sazietà di curiosità per il corpo umano, la riduzione della porno dipendenza, un senso di integrazione di tutto il corpo e lo sviluppo di un atteggiamento sano per il sesso opposto”. Ancora un’altra ricerca presso la University of Northern Iowa ha registrato che i nudisti hanno un’auto-accettazione del proprio corpo significativamente più alta. “C’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui gli americani hanno finito per accettare quasi ogni aspetto della condizione umana tranne quella più naturale. Abbiamo accettato armi, droga e violenza, ma rifiutiamo di accettare seni nudi e genitali in bella vista”, spiega Lauren Martin, l’autrice dell’articolo su Elitedaily. “Che cosa accadrebbe se accettassimo il nostro corpo allo stesso modo con cui abbiamo accettato tutto il resto?”, si chiede la donna. Qui interviene l’ultimo ostacolo socio-culturale rispetto all’accettazione anche solo della visione di un corpo nudo: il legame tra nudità e sesso. Secondo Matteo Westra, un professore di psicologia del Longview Community College nel Missouri, citato nel pezzo, “la nudità è un tabù in America, perché siamo stati costretti originariamente ad equiparare la nudità con la sessualità: e noi abbiamo parecchi tabù sulla sessualità”.

Per questo la conclusione del ragionamento attorno ad un possibile ritorno alla nudità sia per questioni di salute che sociali va a sollevare e togliere del tutto i vestiti di dosso alle persone: “Rendendo la nudità un ordinario dato di fatto, l’esperienza comune non la assocerebbe con la sessualità. Immaginate se gli uomini fossero desensibilizzati al corpo femminile, se non sentissero il bisogno di strappare i vestiti di una donna per soddisfare le fantasie create nelle loro menti. Immaginate se gli uomini smettessero di usare tutto il loro tempo e le loro energie nel vedere donne nude e imparassero soltanto a vivere fianco a fianco con loro”.

MANI FREDDE E PIEDI FREDDI
Quando la colonnina di mercurio scende eccessivamente per cause naturali o artificiali – ad esempio durante l’inverno e in ambienti in cui l’aria condizionata è troppo alta – sentire freddo alle mani e ai piedi è un sintomo piuttosto comune. E’ pur vero, comunque, che alcune persone in ottima salute soffrono le basse temperature più di altre.

Quando la temperatura esterna si abbassa eccessivamente, le piccole arterie (i canali membranosi circolari, adibiti al trasporto di sangue dal cuore verso tutti i tessuti dell’organismo) che scorrono vicino alla superficie cutanea si restringono per limitare la dispersione di calore (si parla in questi casi di vasocostrizione o vasospasmo). Tale difesa – oltre a rendere fredde le estremità corporee (mani e piedi) – ne accentua anche il pallore.

In alcuni casi, le mani fredde possono essere l’espressione di determinate patologie che diminuiscono eccessivamente il flusso di sangue a queste regioni corporee.
E’ il caso, ad esempio, della sindrome di Raynaud, uno spasmo eccessivo dei vasi sanguigni periferici, che provoca una riduzione del flusso di sangue alle regioni coinvolte, che può essere trattata con farmaci vasodilatatori. Vasodilatatori naturali sono l’alcool, i rimedi erboristici a base di foglie di ginko biloba ed il peperoncino piccante, mentre il caffè ed il fumo tendono ad avere effetti opposti. Quando vengono esposte alle basse temperature, le estremità di una persona colpita dalla sindrome di Raynud appaiono fredde, bluastre, indolenzite e intorpidite, talvolta tremanti. Questo morbo colpisce soprattutto le donne di età compresa tra i 20 ed i 40 anni.

Mani e piedi freddi possono essere anche espressione di un ridotto funzionamento della tiroide, un organo impari situato nella regione anteriore del collo alla base della gola, (ipotiroidismo); si accompagnano in tal caso ad un’aumentata sofferenza alle basse temperature, pallore, debolezza cronica, aumento di peso ed altri sintomi caratteristici.

Quando si pratica sport durante i mesi invernali, specialmente il ciclismo, la sensazione di freddo alle mani e piedi può diventare particolarmente molesta. Anche in questo caso la colpa è del ridotto apporto di sangue, che viene veicolato dalle estremità ai muscoli impegnati nel gesto atletico.

La sensazione di freddo ai piedi è tipica dell’ateropatia periferica, una condizione in cui il lume delle arterie si presenta notevolmente ristretto per la presenza di placche adipose (l’aterosclerosi, una malattia degenerativa  multifattoriale che colpisce le arterie di medio e grosso calibro). In tal caso mani e piedi freddi sono tipicamente associati a disfunzione erettile e zoppia intermittente.

La sensazione di freddo alle estremità corporee è comune tra i pazienti in terapia con farmaci beta-bloccanti.

Chi soffre di mani e piedi freddi dovrebbe evitare il fumo ed il caffè, non manipolare oggetti gelidi a mani nude, quando ci si trova in ambienti freddi muovere di tanto in tanto le dita delle mani e dei piedi per riattivare la circolazione, evitare di indossare calzini troppo stretti e proteggersi con appositi indumenti.

Coprire bene mani e piedi, soprattutto durante i mesi più freddi e quando ci si trova all’aria aperta, è importante per evitare il loro raffreddamento. Indossare un paio di guanti pesanti e due paia di calze per proteggere il più possibile le mani e i piedi dal freddo proveniente dall’esterno rappresenta un rimedio da non sottovalutare. Questa buona abitudine, per migliorare la circolazione, dovrebbe essere accompagnata anche durante l’inverno dal movimento e dall’attività fisica regolare. Se le mani ed i piedi risultano freddi dopo essere rimasti a lungo seduti alla scrivania, è bene alzarsi e compiere dei movimenti rotatori con le braccia per stimolare la circolazione sanguigna e riscaldare le mani, accompagnati da una breve camminata per la stanza per riattivare la circolazione a livello dei piedi.

GELONE
Il gelone è una reazione cutanea causata dal riscaldamento repentino dopo l’esposizione a temperature fredde. Conosciuto anche come eritema pernio, il classico gelone si manifesta come una dolorosa infiammazione dei piccoli vasi sanguigni presenti nella pelle.

Geloni
Il danno termico ai capillari induce una risposta cutanea che si manifesta con arrossamento, prurito, gonfiore e vesciche sulle estremità del corpo, come naso, orecchie, dita dei piedi e delle mani. I geloni possono essere idiopatici o associarsi a gravi condizioni mediche, che devono essere approfondite. Ad esempio, episodi ricorrenti possono essere indicativi di malattie del tessuto connettivo o disturbi della circolazione. Il trattamento dei geloni prevede tipicamente l’uso di rimedi topici e farmaci antinfiammatori. Il paziente, di solito, recupera entro un paio di settimane. Se la condizione è trascurata, però, vi è il rischio di complicazioni, come ulcere cutanee, cicatrici ed infezioni, che possono ritardare la guarigione.

CONGELAMENTO
A temperature pari o inferiori a 0°C, i vasi sanguigni sotto la pelle iniziano a restringersi (vasocostrizione) e il sangue viene deviato dalle estremità agli organi vitali, attraverso l’azione dei corpi glomici (il glomo è un componente del derma, coinvolto nella regolazione della temperatura corporea).

La stessa reazione può essere indotta dall’esposizione a forti venti e a severe condizioni atmosferiche (es. tempeste di neve). La vasocostrizione aiuta a mantenere la temperatura corporea e ad evitare la dispersione del calore.

Quando l’organismo è esposto al freddo per lunghi periodi di tempo, questa strategia protettiva può ridurre, in alcune aree, il flusso sanguigno sino a livelli pericolosamente bassi. Mentre il sangue viene reindirizzato lontano dalle estremità del corpo, i liquidi presenti nei tessuti congelano e formano dei cristalli di ghiaccio, che possono provocare gravi danni alla zona. Se il flusso di sangue non può essere ripristinato, priva le cellule di ossigeno, portando, infine, alla morte dei tessuti (cancrena).

Le fasi iniziali del fenomeno sono superficiali e non causano lesioni permanenti; il congelamento severo, tuttavia, richiede attenzione medica, in quanto può provocare la distruzione dei tessuti cutanei e dei vasi sanguigni sottostanti. Gli effetti possono essere temporanei (congelamento superficiale) o permanenti, se subentrano complicazioni, come danni a muscoli, ossa e nervi, infezioni e cancrena. Congelamento
Al congelamento, a volte, può subentrare l’ipotermia sistemica (o assideramento), che produce effetti sull’intero organismo.

BASSE TEMPERATURE E MALATTIE
Gli agenti patogeni si sviluppano meglio se la temperatura è bassa. Se a temperature vicine allo zero viene bloccata l’attività biologica, a temperature comprese fra i 5 e i 16 °C si ha la situazione peggiore. La condizione migliore si ottiene attorno ai 20-22 °C. È ovvio pertanto che lavorare o vivere in condizioni di temperatura inferiori ai 20 °C innalza le probabilità di ammalarsi. Dovrebbero pensarci tutti quelli che dormono con le finestre aperte d’inverno perché lo ritengono più salutare o quelli che tengono la temperatura interna sui 16 °C e preferiscono coprirsi, per risparmiare o perché veramente convinti che “troppo caldo faccia male”. Vivere in condizioni di bassa temperatura predispone inoltre a fastidiosi problemi articolari (patologie cervicali, alle mani e, in misura inferiore, ai piedi) e aggrava i sintomi delle riniti vasomotorie.

La rinite vasomotoria (rinopatia vasomotoria o iperreattività nasale aspecifica) è una forma di rinite non allergica che si manifesta con un’infiammazione cronica delle mucose del naso che provoca un’ostruzione delle fosse nasali, ostruzione che a sua volta causa difficoltà respiratorie.

La rinite vasomotoria è caratterizzata da un’iperreattività a stimoli di vario tipo (caldo, freddo, fumo, umidità ecc.).

Le basse temperature, i raffreddamenti ed i piedi bagnati non possono agire individualmente come cause né aumentare la suscettibilità degli individui agli episodi di raffreddore. Le malattie da raffreddamento o, meglio, le infezioni respiratorie e l’influenza sono dovute a specifici microrganismi(virus, batteri ecc.) che una volta raggiunto l’organismo umano penetrano nel suo interno, si riproducono, invadono vari tessuti e determinano la malattia.  Incolpare il freddo o, peggio, il genitore o il nonno della malattia del bambino (ha sudato troppo, ha preso freddo, si è bagnato) è ingiustificato soprattutto nella nostra società in cui la condizione di benessere diffuso rende improbabili situazioni di stress prolungato da freddo. Gruppi di popolazione che sono veramente poveri e che hanno anche problemi di denutrizione, che non usufruiscono se non sporadicamente dell’assistenza sanitaria, che spesso non vaccinano o vaccinano irregolarmente i propri figli, possono, nella stagione fredda, ammalarsi più frequentemente o in modo più grave, ma in questi casi il freddo rappresenta una delle tante cause favorenti e comunque è sempre indispensabile il contatto con un microrganismo.

Medicina fisica: il caldo ed il freddo

In medicina fisica la trasmissione del calore avviene principalmente per conduzione o per irradiazione. Nel primo caso vi è contatto diretto tra due corpi mentre nel secondo vi è assenza di contiguità tra le due superfici.

Un esempio di trasmissione di calore per conduzione è dato dai fanghi mentre laser, raggi ultravioletti e infrarossi rappresentano un classico esempio di trasmissione per irradiazione.

Gli effetti del calore sono riassunti nei seguenti punti:

a) vasodilatazione locale (dilatazione dei vasi);
b) vasodilatazione indiretta (effetto sul sistema nervoso vegetativo).

CONGESTIONE
Una congestione si verifica quando ci si esponga a temperature troppo basse durante la digestione. Anche sforzi eccessivi, sempre prodotti in fase digestiva, possono provocare una congestione, ma è soprattutto il freddo, o meglio, lo sbalzo termico, il vero pericolo.
Dobbiamo infatti considerare che quando il processo digestivo ha inizio, circa mezzora dopo aver terminato un pasto, il cuore pompa molto sangue verso gli organi dell’apparato gastrico, soprattutto verso lo stomaco. Un pasto molto abbondante o ricco di cibi grassi ed elaborati, necessiterà di ancora maggiori quantità di sangue rispetto ad uno spuntino leggero.
In questa fase siamo vulnerabili, così accade che se improvvisamente ci esponiamo al freddo, ad esempio se, al mare, ci buttiamo in acqua quando siamo surriscaldati e stiamo digerendo, oppure se da un locale riscaldato dove abbiamo mangiato abbondantemente usciamo in un ambiente la cui temperature sia di decine di gradi inferiore (o viceversa), o, infine, se beviamo una bibita ghiacciata, andiamo incontro ad uno squilibrio nella distribuzione del sangue.

In pratica, il cuore si trova nella necessità di “dirottare” molto sangue dallo stomaco alle parti periferiche del corpo e al cervello per evitare che si trovino in deficit di nutrimento in un momento in cui necessitano di molto ossigeno, e così, letteralmente, va in tilt.

La digestione si blocca e il corpo subisce una sorta di shock che, nei casi più drammatici, può portare alla morte. Ci sono dei sintomi, però, che si possono far intuire una congestione in corso e in tal modo prevenire conseguenze drammatiche. Ecco i segnali d’allarme:

    • Annebbiamento della vista
    • Capogiri, vertigini
    • Debolezza improvvisa, gambe che cedono
    • Crampi allo stomaco
    • Nausea e vomito
    • Pallore improvviso e sudorazione fredda
    • Senso di svenimento, collasso cardiaco

Se ci sentiamo in questo modo, oppure se qualcuno vicino a noi manifesta questi sintomi, si deve intervenire subito, anche con i soccorsi, in caso di perdita di coscienza per congestione fulminante, perché in questi casi la tempestività può salvare la vita. Se il malessere non è ancora così serio, per prima cosa bisognariscaldarsi, in particolare riscaldare lo stomaco, con una coperta sulla parte e un lieve massaggio circolare per ripristinare la circolazione.

E’ buona norma anche scaldare i piedi e le mani, per agevolare il compito del cuore. Successivamente, una buona tisana calda può aiutare a ripristinare il processo digestivo. In ogni caso, è meglio evitare di esporsi al freddo per almeno 2-3 ore dopo un pasto, perché la prudenza è in questi casi la cura migliore.

 

PROTEZIONE DA INSETTI E SPORCIZIA E IGIENE
Coprirsi può avere la funzione di proteggere il corpo dallo sporco, dagli insetti e dalle punture che possono produrre sulla pelle e altro che si trova nell’ambiente circostante.
Nella società attuale, non si vive più nella foresta ma in luoghi fatti di cemento, pietra, ferro, acciaio e altri materiali, ci sono quindi una quantità decisamente minore di insetti, i quali si trovano invece in grandi quantità dove c’è la vegetazione quindi gli insetti non vengono attirati dalla nudità.

puntura-di-insetti

Sono molte le specie di artropodi (insetti, aracnidi, e altri) che regolarmente od occasionalmente pungono o mordono gli animali e gli esseri umani, per una serie di diversi motivi.
Le punture degli insetti sono frequenti soprattutto nel periodo estivo, ma per molte persone l’eventuale contatto con questi animali costituisce un serio problema, con cui convivere per tutta la vita. Attraverso la puntura, l’insetto può iniettare nella pelle del veleno, allergeni o altre componenti metaboliche irritanti e responsabili di dolore, prurito, arrossamento, gonfiore e, nelle persone suscettibili, reazioni allergiche anche gravi. È importante riuscire a distinguere le punture dei più comuni insetti, allo scopo di garantire la corretta gestione della reazione locale cutanea o del trattamento di emergenza per il paziente allergico.

Insetti: caratteristiche di punture e morsi
Le punture degli insetti sono comuni e, di solito, innocue.
Considerando che un insetto può pungere per forare la pelle con la finalità di nutrirsi di sangue, la reazione, in genere, si traduce nella comparsa localizzata di lievi irritazioni e prurito intenso, che tendono a risolversi entro un paio di giorni. Questo effetto è tipico nel caso degli insetti ematofagi: zanzare, tafani, moscerini e pulci.
Una puntura può anche rappresentare il risultato di un meccanismo di difesa: gli insetti possono utilizzare il loro pungiglione per iniettare sostanze tossiche e velenose, allo scopo di proteggere i loro alveari o nidi. Questi insetti, di solito, attaccano solo se provocati. Alcune di queste specie (api, vespe, calabroni e formiche rosse) possono provocare punture dolorose e stimolare una grave reazione allergica (anafilassi) nei pazienti a rischio.
Anche se non appartengono strettamente alla famiglia degli insetti, anche gli aracnidi (ragni, acari e zecche) possono provocare lo stesso effetto.
Infine, gli insetti possono essere coinvolti nella trasmissione di malattie, come la febbre gialla e la malaria, quindi l’interazione con questi vettori può potenzialmente rendere vulnerabili a condizioni più gravi.  Le zanzare non solo costituiscono un fastidio, ma sono un pericoloso vettore di malattie infettive: sono l’animale che uccide più uomini ogni anno, il più feroce.

Si può proteggere la pelle indossando indumenti a maniche lunghe, cappelli e stivali, ed applicando un repellente per insetti sui vestiti, in modo da impedire agli insetti di raggiungere la pelle, anche se rimangono in genere scoperti collo, testa e mani. Anche quando si dorme un lenzuolo può proteggere la pelle dalle punture.
La funzione principale delle scarpe è diminuire la fragilità dei piedi proteggendoli dal contatto diretto con il suolo, e aumentare la loro capacità di aderenza con altri materiali più aderenti.

“Belle come statue” è l’espressione più frequente tra chi conosce le donne Himba. E in effetti le donne di questo popolo della Namibia, in Africa, fanno di tutto per assomigliare a preziose “sculture” di terracotta. A partire dal make-up: un impasto di polvere d’ocra, erbe e burro di capra che spalmano sulla pelle e intorno ai capelli intrecciati.
Il composto le protegge da scottature e punture di insetto, ma soprattutto, dona loro un bel colore rossastro, considerato molto sexy. E per mantenerlo si lavano poco, anche perché purtroppo da quelle parti l’acqua scarseggia. Quando la strana fanghiglia si secca applicano un nuovo strato, rifacendosi il “trucco” anche 2 o 3 volte al giorno.

Una volta comprese le motivazioni fisiologiche per cui ci si veste, si può passare a scoprire quelle puramente estetiche, ludiche e sessuali, per poi passare a quelle morali, religiose, psicologiche.

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