Il giudizio etico sul capitalismo e la fotografia di persone vestite

Le responsabilità sull’ecosistema per l’amplificazione della bellezza fisica

Ci sono moltissimi modi per amplificare le emozioni date dalla visione estetica di una persona, sia dal vivo che in foto.
Gli esseri umani lavorano della materia, e poi per decorarci il corpo, la portano per mano, (come borse, ombrelli, bastoni), detti accessori, oppure la indossano, come scarpi, e abiti vari, oppure si modificano caratteristiche fisiche (taglio e colorazione dei capelli/barba/baffi, tatuaggi e piercing), oppure sfruttano i principii della percezione per illudere di avere caratteristiche diverse come nel caso della cosmesi.
La cosmesi è l’insieme dei trattamenti, impieganti sostanze naturali e di sintesi, atti a migliorare secondo un certo parametro ideale l’aspetto del corpo umano a fini di godimento estetico.
Principalmente riguarda viso, pelle, unghie e capelli.
Questi procedimenti vengono attuati sia nella realtà che in fotografia.

La fotografia viene ampiamente utilizzata in un genere che si chiama Fashion o fotografia di moda, che è un genere fotografico il cui scopo è quello di ritrarre e valorizzare capi di abbigliamento, accessori ed altri oggetti legati alla moda, prevalentemente per creare desiderio nell’osservatore che può scegliere di soddisfarsi acquistando ciò che ha visto pubblicizzato.
Fotografie di moda sono principalmente sfruttate per campagne pubblicitarie o servizi in riviste di moda come Vogue, Harper’s Bazaar, Elle, Vanity Fair, Marie Claire o Allure.
Nel corso del tempo, la fotografia di moda ha sviluppato una propria serie di regole per il godimento estetico visivo, in cui gli abiti e la moda sono valorizzati da altri elementi presenti nella fotografia.

Il godimento è talmente forte che molte ragazze espongono sul web, in blog oppure video su Youtube, foto di collezioni di vestiti, scarpe, profumi, o bottigliette di profumo vuote, descrivendo il loro entusiasmo, dove le hanno comprate, e consigliando quando usare queste merci.

CONSEGUENZE
Per giudicare eticamente un’azione si devono conoscere le sue conseguenze, e sapere se sono dannoseper qualcuno.
Ogni oggetto prodotto dall’essere umano esaurisce delle risorse naturali e produce dei rifiuti di scarto, producendo degli effetti dannosi per gli esseri viventi, modificando il clima e provocando catastrofi naturali, è necessario chiedersi come si può regolare il mercato dei prodotti che amplificano la bellezza fisica con i problemi ecologici?

L’energia è fatta attraverso i combustibili fossili.
Si definiscono fossili quei combustibili derivanti dalla trasformazione (carbogenesi), sviluppatasi in milioni di anni, di sostanza organica, seppellitasi sottoterra nel corso delle ere geologiche, in forme molecolari via via più stabili e ricche di carbonio.
In pratica si può affermare che i combustibili fossili costituiscono l’accumulo, sottoterra, di energia solare, direttamente raccolta nella biosfera nel corso di periodi geologici, dalle piante tramite la fotosintesi clorofilliana e da organismi acquatici unicellulari come i protozoi e le alghe azzurre o indirettamente tramite la catena alimentare, dagli organismi animali.

Secondo il rapporto di Greenpeace del 2012, chiamato Toxic threads – The fashion big stitch-up, l’industria tessile provoca danni gravissimi all’ambiente, ma anche alla salute. Lo rivelano le analisi chimiche eseguite su decine di prodotti dei marchi più importanti del pianeta. Due terzi dei quali, in base ai risultati, contengono sostanze tossiche e nocive. “I 20 principali brand di moda vendono indumenti contaminati da sostanze chimiche pericolose che possono alterare il sistema ormonale dell’uomo – rivela l’associazione ambientalista – Se rilasciate nell’ambiente, possono diventare cancerogene”.

Benetton, Zara, C&A, Diesel; e ancora Esprit, Gap, Armani, H&M, Calvin Klein: sono solo alcuni dei 20 marchi presi in esame. La maggior parte dei 141 articoli analizzati, venduti in 29 nazioni, ha una cosa in comune: la tossicità. Fabbricati negli sweatshop dei Paesi nel sud del mondo in impianti di produzione tessile che avvelenano i corsi d’acqua, questi prodotti “ci stanno trasformando in vittime inconsapevoli della moda che inquina”, accusa Greenpeace. “Jeans, pantaloni, t-shirt, abiti e biancheria intima disegnati per uomini, donne e bambini”: nella lista nera dell’associazione ecologista ce n’è per tutti i gusti. E per tutte le età.

Nel mirino della campagna Detox avviata lo scorso anno, però, oggi c’è in particolare Zara: leader internazionale nella rivendita di capi d’abbigliamento, secondo l’associazione ecologista “fa parte del problema”, ed è responsabile di devastazioni ambientali in tutto il mondo. Soprattutto in Cina. Ma non è tutto, con il più alto numero di prodotti contenenti sostanze tossiche, fra cui diversi composti cancerogeni, l’azienda spagnola fondata da Amancio Ortega (secondo uomo più ricco d’Europa, con un patrimonio di 43,5 miliardi di euro) è quella che ha di gran lunga ottenuto i peggiori risultati nelle analisi effettuate da Greenpeace.

Oltre alla tossicità dei prodotti, “una delle cose che è emersa è anche la scarsa trasparenza che regna in questo settore”, denuncia a ilfattoquotidiano.it Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia: “Di 25 prodotti analizzati su 141 non siamo assolutamente riusciti a capire l’origine: sono quasi uno su sei”. “Può sembrare poco, viste le ridotte dimensioni del campione, ma pensiamo a cosa significa se si considerano gli 80 miliardi di capi di abbigliamento fabbricati nel mondo ogni anno”. “Altro problema – aggiunge Giannì – è che ad oggi non esistono informazioni sui possibili problemi sanitari per chi indossa questi prodotti. Ci sono categorie più delicate e sensibili, come i bimbi, e sarebbe opportuno che da una parte i consumatori incominciassero a chiedersi da dove arriva ciò che acquistano, dall’altra ci dicessero cosa sta dietro la fabbricazione di quello che entra nelle nostre case”.

Greenpeace scrive: “Ci rivolgiamo alle aziende maggiori perché, viste le loro dimensioni, hanno la responsabilità maggiore”, precisa l’attivista: “Per questo chiediamo a queste grandi griffe di aderire alla piattaforma Detox, che prevede di azzerare entro il 2020 l’uso di sostanze tossiche”. Che, ovviamente, non si trovano solo nei luoghi di produzione (Cina, Messico, Turchia, Bangladesh ecc), ma anche laddove questi prodotti vengono esportati. “È insensato bandire sostanze tossiche in un Paese quando poi se ne riversano milioni di tonnellate nell’ambiente semplicemente lavando dei capi di vestiario”, conclude Giannì: “Una beffa doppia, che vede persone avvelenate sia nei Paesi produttori che in quelli consumatori. È il dramma della delocalizzazione”.

Il comportamento attuale di chi usa la bellezza (fotomodelle, stilisti/e, fotografi/e, aziende, ragazze comuni) è etico nei confronti del bisogno di mantenere l’ecosistema intatto?

Forse per poter capire se la moda e tutto ciò che è legato alla bellezza è etico relativamente all’ambiente, bisogna capire cosa è etico rispetto all’ambiente in generale, e poi in particolare.

C’è chi pensa di non sapere cosa e quanto può essere dannoso per l’ambiente il consumo di beni secondari e quindi lascia l’interrogativo insoluto, disinteressandosi del problema e continuando a consumare. Molte persone non sanno cosa sia dannoso per l’ambiente perché non si sono informate e non sono state informate su come vengono prodotte le merci che ogni giorno utilizzano. Nonostante sia un argomento di interesse primario per i propri bisogni di sopravvivenza e salute.

In genere le persone ricercano informazioni se i prodotti usati non sono nocivi per sé stessi, per la propria pelle, e la propria salute, e non per l’ambiente. Ricercano queste informazioni perché come tutti gli esseri umani tengono a sé stessi, non vogliono soffrire, e vogliono stare bene. Tuttavia l’ambiente può far soffrire e stare bene in base alle sue condizioni, e dunque non è qualcosa di estraneo all’interesse di chi tiene a sé stesso. Da questo si può dedurre che le persone non pensino che il proprio benessere sia collegato all’ambiente. Si concentrano sul piacere di indossare vestiti che apprezzano, farsi fare complimenti, guadagnare soldi in cambio di sfilare con vestiti, produrli, o fotografarli e selezionando la loro attenzione su questi aspetti non riesco a portarla sugli aspetti negativi.

Nel 1979 lo scienziato James Lovelock nel suo libro Gaia: un nuovo sguardo alla vita sulla Terra descrive l’idea sia nel suo complesso un superorganismo, che ha per costituenti tutti gli organismi vegetali e animali viventi nell’atmosfera, sulla crosta terrestre e nelle acque. Che nasce e vive come se fosse un unico “essere”. E che può ammalarsi e morire, a causa degli squilibri e delle malattie delle sue varie parti.
In particolare, Lovelock intendeva sottolineare il fatto che il mantenimento della vita collettiva della terra dipende dal mantenimento delle vite individuali delle varie specie vegetali e animali. E che turbamenti di alcuni fattori cruciali per una relativa stabilità interna al sistema delle proprietà chimico-fisiche, ( chiamato equilibrio omeostatico, dal greco “stessa fissità” ) come la temperatura dell’atmosfera o la salinità dell’acqua marina, possono produrre variazioni evolutive non soltanto delle singole specie, ma anche dell’intero sistema: compresa la possibilità della morte non solo di singole parti, ma del tutto.

Quando venne pubblicata “L’origine delle specie” la parola ecologia non esisteva ancora e, per indicare quella disciplina, Darwin utilizzava l’espressione economia della natura. Se le cose fossero rimaste come allora forse oggi sarebbe più evidente lo stretto legame che esiste effettivamente tra economia (dell’uomo) ed ecologia. Attualmente, invece, pare che generalmente le leggi dell’economia non tengano conto di quelle dell’ecologia, cioè di quelle che regolano il sistema ambientale (in senso lato) in cui tutti noi viviamo. Non è un caso che nei corsi per economisti (ma anche in quelli per ingegneri) l’ecologia non sia tra le materie di studio.

Come facciamo, ad esempio, a ipotizzare una crescita economica continua se le risorse del pianeta sono limitate? Se le risorse vanno ad esaurirsi alcune leggi naturali ci dicono che ci può essere un collasso o la diminuzione numerica di una specie, come nel caso della dinamica preda-predatore descritta dall’equazione di Volterra. Le dinamiche delle popolazioni umane non saranno descrivibili così semplicemente, ma qualcosa di analogo è ipotizzabile. Possiamo permetterci un collasso, o un “ridimensionamento” brusco per la nostra specie, con tutto quello che comporterebbe (guerre et al.)? Non stiamo valutando i vincoli che ci pone il fatto di stare su questa Terra…

Un altro esempio di “arroganza umana” è quello di mirare al vantaggio immediato (economico, ma non solo): molte delle strategie umane hanno un orizzonte strategico molto limitato, come il predatore che cerca di mangiare il più possibile e subito, inducendo una riduzione delle prede che si riflette inevitabilmente nella successiva riduzione degli stessi predatori. L’ecologia ci insegna che, invece, ci dovremmo comportare come le specie K, che sono in un equilibrio, definibile quasi statico e cooperativo, con l’ambiente che le circonda e che sono caratterizzate da individui longevi, che fanno pochi figli e che hanno popolazioni stabili. Invece oggi ci stiamo comportando come le specie r nella loro fase di crescita (queste specie sono caratterizzate dal fare molti figli e dall’avere popolazioni altamente instabili, con un rapporto “vorace” con il proprio ambiente e una dinamica rapida che vede grandi picchi di abbondanza e altrettanto importanti cadute numeriche).

La disgiunzione da ciò che si consuma produce una totale ignoranza sui problemi che provocano certe azioni, come le abituali spese giornaliere, e quindi chi ignora certi problemi non può scegliere di attribuisce nessun valore a certe argomenti. Nessuno non assisterà mai a certe procedure, né conoscerà le persone che producono le merci che si utilizzano.
Le campagne di marketing sono progettate nell’intento di celare la realtà produttiva e far concentrare l’attenzione sul godimento del consumo.

Se tutti fossimo costretti a produrre il cibo che mangiamo, non ne sprecheremmo un terzo. Se dovessimo costruirci i tavoli e le sedie, non li getteremmo al momento di cambiare l’arredamento. Se potessimo vedere lo sguardo dei bambini, o anche degli adulti, che sotto gli occhi di un soldato armato, taglia la stoffa per realizzare il vestito che stiamo pensando di acquistare in centro, probabilmente ne faremmo a meno. Se potessimo assistere al modo in cui un maiale viene macellato, molti di noi rinuncerebbero al loro panino con pancetta. Se dovessimo depurarci da soli l’acqua da bere, è sicuro come la morte che non ci cacheremmo dentro.

è come se la maggior parte delle persone affermasse “non mi voglio stressare a capire, e modificare i miei comportamenti, preferisco morire e far distruggere il pianeta”.
Per alcuni, limitare i propri consumi equivale a non vivere più. A non poter più gioire e provare felicità.

Inoltre alcuni pensano che il consumismo equivalga ad acquistare oggetti che costano cifre molto alte, e che quindi comprando gli stessi oggetti a cifre bassissime in negozi di cinesi, ci sia un impatto diverso sull’ambiente, e non che invece equivalga a comprare merci inutili, e in grandi quantità.

Come l’attrice Sarah Jessica Parker ha creato una linea di abbigliamento a basso costo, facendosi fotografare con una t-shirt sulla quale è scritto “Fashion is not a luxury. It’s a right”. “Il fashion non è una lussuria. è un diritto” oppure in un manifesto è scritto “A sweater should not cost more then your groceries” “Un maglione non dovrebbe costa più della vostra spesa”.

Ha dichiarato: “E’ un diritto inalienabile di ogni donna avere un guardaroba semplice, stylish e capace di dare sicurezza, lasciandole nel portafoglio i soldi per vivere” questa la filosofia della neo-stilista. In effetti, dando un´occhiata alla collezione, bisogna constatare come anche i pezzi più costosi non superino i 19.98 dollari.

Rassicurano che si può comprare abbigliamento in saldo, e che quindi non è un privilegio dei ricchi. Senza preoccuparsi però dell’impatto ambientale.

Ma la spesa maggiore può essere causata da una maggiore attenzione all’ambiente.
Un costo minore non significa automaticamente un inquinamento o un dispendio di energia minore. Ma può significare anche sfruttamento del lavoro. Anche del lavoro minorile. Il fatto che costino poco è semplicemente un vantaggio personale per chi desidera comprare certe merci. Che questo vantaggio debba essere un diritto di tutti rientra nel problema della suddivisione in classi sociali.
Tom Paine scrive nel 1974 che gli uomini hanno avuto in dono collettivo i beni della terra, ma le leggi ne consentono un’appropriazione individuale, fonte di una crescente disuguaglianza. Per Paine “è solo il valore delle migliorie apportate e non la terra in sé, che appartiene al privato.”

L’energia necessaria a garantire l’attuale livello economico (ovvero la produzione di tutti i beni ed i servizi del pianeta) degli oltre sette miliardi umani che popolano la Terra proviene per l’87% dai tre combustibili fossili, cioè petrolio, carbone e gas naturale ed un ulteriore 5% circa proviene dall’energia nucleare (dipendente dall’uranio, un minerale non certo dei più comuni). Questo significa che oltre il 90% dell’intera energia necessaria proviene da fonti non rinnovabili, ovvero destinate ad esaurirsi.

Quando i combustibili fossili saranno esauriti sarà molto difficile se non impossibile garantire lo stesso livello di produzione energetica dell’era di petrolio, carbone e gas –, l’attuale sistema economico deve fare i conti con ulteriori problemi, la cui gravità non potrà che aumentare in futuro, proprio per alcune distorsioni e per alcuni effetti collaterali propri di questo sistema economico. Il riscaldamento del pianeta, l’esaurimento delle falde freatiche di alcune delle regioni più densamente abitate del pianeta, alla contaminazione dell’acqua, che sarà sempre meno potabile a causa dell’inquinamento organico e non, alla perdita della biodiversità (si tratta di un processo irreversibile), alla povertà dilagante (nonostante tutti i proclami della globalizzazione i poveri continuano ad aumentare), alla continua perdita di fertilità dei terreni agricoli a causa delle pratiche dell’agricoltura industriale, eccetera. Non si tratta di problemi specifici con cause specifiche, perché tutti i problemi sono interconnessi fra loro e ognuno di essi è causa e allo stesso tempo concausa di un altro problema.

I guai saranno tanto maggiori tanto più aspetteremo a prendere decisioni in grado di affrontare sul serio questi problemi. Le istituzioni internazionali sembrano fregarsene di tutto questo se non cercando accordi meramente formali (il “nuovo” trattato di Kyoto riguarderà solamente il 15% delle emissioni di gas serra, con l’uscita di Canada, Australia, Nuova Zelanda e Russia dal precedente trattato che comunque non comprendeva i principali inquinatori, ovvero USA e Cina), i governi sono troppo impegnati ad accontentare le varie lobby economiche, o a cercare la chimera della crescita del PIL per ridurre i pesanti debiti che hanno contratto negli ultimi decenni per permettersi l’attuale stile di vita, mentre è pressoché impossibile che il cambiamento arrivi proprio da quel mondo economico dominato da enti (le Corporation) il cui unico fine è quello di aumentare i propri profitti.

End Ecocide in Europe è un’iniziativa cittadina volta a proteggere gli ecosistemi da cui tutti dipendiamo per la vita. Per questo motivo, i casi gravi di distruzione ambientale dovrebbero essere riconosciuti come reati per i quali i responsabili devono essere ritenuti colpevoli. Questo crimine ha un nome: Ecocidio.
L’ecocidio è definito come la “La distruzione estensiva, il danno o la perdita di ecosistemi di un dato territorio”. Chiediamo la responsabilità penale ai responsabili di ecocidio, sia agli individui (cioè le persone con il potere decisionale – che siano politici o imprenditori) e le aziende. La direttiva proposta si applica in cinque casi: quando l’ecocidio avviene su territorio europeo, o da aziende europee, o da cittadini dell’UE, così come l’importazione di beni o servizi causanti ecocidio nell’UE, e il finanziamento di attività di ecocidio da parte di banche dell’UE o istituzioni finanziarie europee.

Gli unici che possono fare qualcosa per invertire tutto questo ed evitare il peggio per sé, i propri figli e il proprio pianeta sono i singoli individui, i liberi pensatori, in poche parole gli uomini e le donne che hanno conservato ancora qualcosa di “umano”.

LUSSO
Tenore di vita dispendioso; sfoggio di ricchezza.
Oggetto, bene di consumo superfluo, voluttuario, divertimento o spesa che rappresenta un eccesso rispetto alle possibilità economiche di qlcu.

Questo denota che esistono diversi tipi di lusso.
Uno riguarda ciò che relativamente alla disponibilità economica individuale richiede il massimo del dispendio. Uno invece riguarda il tempo, richiede il massimo di dispendio del tempo, come dormire fino a mezzogiorno invece che svegliarsi alle sette del mattino.

Quindi, non solo oggetti di lusso ma soprattutto esperienze di lusso, esperienze eccezionali che per la loro capacità di produrre risonanza interiore sono in grado di rimetterci in contatto con i nostri desideri e risvegliare il piacere di vivere.

Da sempre il rituale del lusso si consuma al cospetto di nobili e divinità, categorie considerate extra-ordinarie, e proprio la straordinarietà fa del lusso qualcosa di importante sul piano del significato simbolico e del piacere fisico. Tutta via questa importanza e questo piacere non possono prevalere sulle necessità primarie e sull’eguaglianza nell’uso delle risorse condivise. E l’ambiente è una necessità primaria e una risorsa condivisa.

Anche il sesso è un lusso, perché una esperienza fuori dall’ordinario, soprattutto quello fatto in un certo modo, come l’orgia. C’è una scena di un film pornografico in una ragazza praticando sesso orale a un’altra le infila una collana di perle nella vagina e poi la tira fuori lentamente con la bocca provocandole delle sensazioni. La collana di perle è un oggetto al quale si attribuisce un significato di lusso e rappresenta bene l’esperienza di godimento fuori dall’ordinario che è il sesso, e anche la pornografia.

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Uno degli esempi in fotografia di spreco si trova nel video “Kate Moss Bouncing” dove la famosa fotomodella salta in aria e rompe la carta dei fondali.
Alcuni fotografi, in modo stupido e ridicolo, l’hanno di non avere rispetto per le attrezzature del fotografo.
Ma il rispetto manca quando si va contro la volontà altrui, è evidente che il fotografo perderà 50 euro di rotolo, ma guadagnerà in fama, ed è dunque più che consenziente. dato che è un video divertente, se non si guarda lo spreco economico. non è una mancanza di rispetto nei confronti del fotografo. semmai nei confronti di chi muore di fame, e dell’ambiente dal quale si è tratto quel rotolo di carta, ma questo discorso non viene in mente a quasi nessuno.

Non si può giustificare la continua produzione di merci all’infinito con il fatto che provocano piacere. Perché a differenza del sesso distruggono risorse, inquinano, sfruttano il lavoro di persone, producono classi sociali.

Il lusso rappresenta nell’immaginario collettivo qualcosa di inaccessibile, un mondo di favola, un luogo all’interno del quale si svolgono riti lontani dalla più comune vita quotidiana, insomma può essere percepito come un paese dove è sempre domenica.
Il concetto di lusso evolve con le evoluzioni dello scenario socioculturale. Attualmente si assiste alla coesistenza di diverse declinazioni del concetto. Parlando di oggetti ad esempio, vediamo che accanto all’oggetto di lusso dal costo molto elevato, inaccessibile ai più e appannaggio di una nicchia ristrettissima, c’è spazio per prodotti che appartengono alla categoria del cosiddetto lusso accessibile, oggetti che ci si può concedere almeno ogni tanto e che comunque evocano l’universo mitico del lusso inaccessibile.

In questo senso il web rappresenta una esperienza di lusso, è uno spazio “altro” rispetto alla vita reale dove è possibile vivere nuove esperienze, entrare in contatto con individui e gruppi in grado di arricchire la nostra conoscenza, intuire la possibilità di un futuro libero dalla paura e di nuovo in grado di sorprenderci.
Sì, ha una evidenza fortemente relazionale. Comunque lo si intenda rappresenta un potente elemento di comunicazione che, proprio per la sua capacità di esporsi e uscire fuori dalle consuetudini, colpisce, attira l’attenzione e soprattutto dice molto di quanti ne fanno esperienza. Inoltre trasmettere la forza di una esperienza di lusso significa attivare un circolo virtuoso che può produrre, dal punto di vista valoriale, un “effetto volano” importante e tutt’altro che trascurabile in un momento di crisi diffusa. Pensiamo anche a quanto può essere proficuo sul piano delle idee tessere relazioni e contatti anche per poco tempo, con persone di rilievo capaci di trasmettere la loro competenza o semplicemente raccontare la storia della propria vita: una vera esperienza di lusso che, fatta circolare, può produrre innovazione.
Chi “ha tutto” in genere ha molti e spesso troppi doveri e incombenze. Ecco che per loro diventano preziosi alcuni elementi come il tempo -forse il valore che più si avvicina oggi al lusso inaccessibile visti i ritmi concitati con cui viviamo- lo spazio, inteso come luogo da salvaguardare da irruzioni sgradite e il silenzio, altra esperienza da “pagare a peso d’oro” se pensiamo all’inquinamento acustico di cui tutti ormai siamo vittime.
Insomma, ancora una volta lusso come capacità di differenziarsi all’interno del proprio gruppo di appartenenza (altrimenti che lusso sarebbe?).
Ma il lusso in qualche modo è un paradosso, è sempre “altro”, vive nello spazio dei desideri (ben diverso da quello dei bisogni), che hanno come destino quello di essere sostituiti appena esauditi grazie a un meccanismo che regala ogni giorno all’individuo la capacità di sognare.
a narrazione della storia e della cultura di Monte Carlo potrebbe rappresentare una esperienza in sintonia con le declinazioni di un lusso meno gridato, più consapevole. Un racconto nuovo che aggiunga valore all’immagine un po’ patinata a cui siamo abituati. Insomma se il problema è quello della distanza emotiva che separa il paese dalle altre realtà, allora varrebbe la pena di pensare strategicamente in termini di coinvolgimento e identificazione. Una possibilità potrebbe essere quella di richiamare nel Principato (virtualmente o concretamente) gente nuova attraverso attività in grado di far esplodere il carattere del paese, il suo genius loci , cioè l’insieme delle caratteristiche socio-culturali, architettoniche, linguistiche, folcloristiche, in una parola tutto ciò che è frutto della relazione tra uomo e ambiente. Seminari, convegni, master universitari, conferenze internazionali? Comunque attività in grado di creare e veicolare la cultura di Monte Carlo.
Da un atteggiamento “perdente” tipico di chi si esclude a priori dalla possibilità di vivere le migliori esperienze. Lo stesso motivo per cui, come dicevo prima, molte persone pensano Monte Carlo come a un regno di fiaba, decisamente affascinante ma inaccessibile.

Una una schifosa visione del mondo, basata su un unico valore: il denaro.

In base a questa visione, i lavoratori non sono uomini considerati come fini, ma animali usati come mezzi. I servizi sociali non sono misure di civiltà, ma costi improduttivi. Delle merci conta non l’utilità, ma la vendibilità. Gli acquisti si fanno non in base ai bisogni degli acquirenti, ma ai desideri dei venditori. E i media sono contenitori non di alta cultura, ma di bassa pubblicità.

Il mondo lucra sul turismo, così come lucra sul giubileo, sulle grandi opere, sugli appalti, sul commercio di droga, persino sul traffico di migranti. Ma questo non è un motivo per dire che tutte queste cose contribuiscono all’economia di una nazione o più nazioni. Non tutto ciò che contribuisce al reddito di qualcuno, è necessariamente un bene per la comunità. Anzi, nella gran maggioranza dei casi, è vero il contrario.

In un mondo come questo, non vale la pena vivere: nemmeno per i ricchi, anche se nella loro stupida avidità essi nemmeno se ne accorgono. Anzi, pensano che lo squallido “modello” di vita che propongono debba essere imposto al mondo intero: paradossalmente, all’insegna della democrazia che quello stesso “modello” ha ucciso rendendola ormai un’utopia obsoleta e anacronistica.

Per comprendere se un certo comportamento è ecologico è necessario analizzare a cosa servono certi oggetti, come si producono e che effetti hanno sull’ambiente.

COSA è NECESSARIO
L’abbigliamento deve proteggere il corpo umano, nudo e vulnerabile, dai pericoli dell’ambiente: sia agenti atmosferici (freddo, pioggia, sole…), sia insetti, sostanze tossiche, e non si può evitare di produrre tali oggetti da indossare. Perciò il lusso, ciò che è superficiale, è ciò che non serve per questi bisogni fisiologici.
Ad esempio non è necessario colorare i vestiti, ne dargli effetti particolari, e non è necessario possederne di forme diverse da quelle che coprono totalmente per il freddo, o che coprono solo le zone intime sensibili ai raggi solari per il caldo, o che sono impermeabili per la pioggia. Quindi tre tipi di abbigliamento, con gli eventuali cambi, sono sufficienti per i bisogni fisiologici, eppure se ne usano tantissimi, e se ne continuano a produrre tantissimi. Perché?

SOLUZIONI

Esistono tessuti e materiali chiamati eco friendly.
La scelta di produzioni locali incide meno sui trasporti attraverso mezzi che producono CO2 e avere la garanzia di selezionare tessuti e materiali non inquinanti: prevalentemente vegetali come lino e cotone coltivati biologicamente.

Il lino è una fibra composita ricavata dal libro del Linum usitatissimum (lino) composta per circa il 70% da cellulosa.

La fibra tessile è l’insieme dei prodotti fibrosi che, per la loro struttura, lunghezza, resistenza ed elasticità, hanno la proprietà di unirsi, attraverso la filatura, in fili sottili, tenaci e flessibili che vengono utilizzati nell’industria tessile per la fabbricazione di filati, i quali, a loro volta, mediante lavorazioni vengono trasformati in tessuti (tramite tessitura) o maglie. Si definisce filo l’insieme di filamenti o di bave continue, cioè di lunghezza illimitata, sia ritorte che non ritorte, mentre per filato si intende un insieme di fibre discontinue unite tramite torsione.

Tuttavia è necessario precisare che anche i tessuti in cotone possono avere effetti negativi e parecchi, perché sono necessari pesticidi, cioè sostanze chimiche utilizzate in agricoltura per difendere le colture da malattie o da organismi dannosi, ma anche metalli pesanti e formaldeide presenti nei coloranti e nei trattamenti delle stoffe, certo non fanno molto bene a chi li indosserà. Senza contare i danni per l’ambiente e i rischi per gli addetti alle lavorazioni. Il problema non riguarda solo l’abbigliamento, ma anche i tessuti da arredamento. Allergie apparentemente misteriose possono derivare da un lenzuolo o dal rivestimento del divano trattati con sostanze antitarme, antipiega, antinfeltrenti o impermeabili.

Le soluzioni sarebbero: Produzione locale, autoproduzione, riuso, materiali naturali, canapa, bio tinture, tecnologie usate per far vestiti che non sono attive 24 su 24 ma solo quando servono. Non più multinazionali, non più grandi stilisti.

SCARPE CON TACCHI

Come scrive Monica Marelli in “La fisica del tacco 12” :
“Ho bisogno di un paio di scarpe per ogni stato d’animo. Se mi sento un pò giù, affronto il mondo con le ballerine perché non ho voglia di farmi vedere e da “piatta” mi sembra di girare in incognito. Se mi sento bene e la mia autostima non è ai livelli della cantina, allora scelgo i tacchi.”
Più avanti aggiunge:
“Eppure la Fisica lo dimostra: le zeppe sono più comode dei tacchi. E sapete perché? Per via della pressione. La matematica che dimostra come mai la zeppa è più comoda è del livello delle elementari: forza esercitata diviso superficie. In pratica: moltiplichiamo il nostro peso per l’accelerazione di gravità (9,8 m/s al quadrato) e otteniamo il valore della forza di gravità che agisce su di noi, poi dividiamo il risultato per la superficie occupata dalle scarpe. Quello che otteniamo è il valore della pressione. E dato che le zeppe hanno un’area maggiore rispetto ai tacchi a spillo, significa che quando le usiamo il nostro peso schiaccia un’area più grande, quindi otteniamo un valore della pressione più piccolo.
Come mai se spingo sul terreno con una pressione minore, sono più comoda (o meno scomoda, dipende dal punto di vista)? Qui interviene Isaac Newton con una delle sue famosissime leggi: a ogni forza ne corrisponde una di uguale intensità ma orientata nel verso opposto. Tradotto in termini di scarpe: è vero che quando le indosso “spingo” sul terreno, ma è anche vero che nello stesso istante il terreno spinge verso di me con la stessa identica forza ma opposta, cioè contro il tallone, il metatarso e le dita.”

è necessario progettare gli abiti in modo che durino molto a lungo, e che non ci sia bisogno di cambiarne continuamente a causa della noia e del bisogno di nuovo. e che si possano riutilizzare, per fare altri abiti.
ma le sfilate di moda sono fatte per alimentare il bisogno di novità e di noia. una possibilità è quella di affittarli, in modo da non doverne creare per ogni persona della società, e quindi ridurre la quantità merci.

Sicuramente la fotografia di nudo, e la pornografia sono ecologiche in confronto al fashion e le foto pubblicitarie. Non si producono abiti, e quindi non si esauriscono risorse, né producono rifiuti, né si inquina l’ambiente con le lavorazioni chimiche, e la creazione di energia elettrica per far funzionare le tecnologie atte a creare vestiti ipermegaultrafighi. Tuttavia si stigmazzano le prime censurandole e si incentivano le seconde perché all’interno di un sistema consumistico che ha bisogno di produrre merci. Apprezzare un corpo nudo, e fare sesso è gratis, quindi il prodotto interno lordo ne risente. Bisogna aumentare i guadagni, il lavoro, la crescita economica. Non fate sesso, non guardate qualcosa se è gratis, copritelo con un abito da almeno un centinaio di euro, almeno! consumate merci!

Il Sistema sopravvive perché un numero sterminato di persone ne trae vantaggio.

COME DOVREBBE ESSERE IL MONDO
Il cambiare il mondo è un impresa che ha poco a che fare con la scienza, che invece ha interesse a capire il mondo (com’è, senza necessariamente cambiarlo), e invece ha molto più a che fare con la tecnologia e l’economia. Ma senza capire il mondo non lo si può cambiare, e quindi chi ha intersse a sviluppare strumenti per cambiare il mondo deve cominciare col capire il mondo attraverso la scienza, chi invece non ha interesse a cambiarlo può studiare la scienza senza poi aggiungere a questo studio un cambiamento nel mondo.LE CONDIZIONI DI NASCITA
Forse il concetto d’imposizione non è adeguato a descrivere ciò che accade durante la procreazione, perché l’imposizione c’è quando c’è una volontà che si sa chiaramente contraria. Invece nella procreazione la volontà non esiste nel presente, ma solo nel futuro.
Per far si che si verifichi il caso in cui un genitore abbia dato la vita contrariamente alla volontà di un figlio è necessario che il figlio sia contrario alla sua vita, cosa che non può sapere il genitore.
Inoltre è difficile dire se una persona voglia vivere o no.
Ci sono moltissimi momenti della vita in cui la stessa persona non vorrebbe essere nata e non vorrebbe vivere e altri in cui vorrebbe, dunque non è né solo un caso né solo un altro.
Il sistema riproduttivo non lo hanno inventato i genitori ma la natura, loro non hanno dunque responsabilità nel fatto che non si possa conoscere la volontà del nascituro, ma hanno sicuramente la capacità di prevedere le conseguenze del proprio comportamento e correggere lo stesso sulla base di tale previsione.
Possono quindi prevedere che, poiché per natura gli umani rifiutano il dolore, la perdita, e la morte, dunque, qualunque nascituro sarà costretto a viverli contro la propria volontà, poiché una volta nati si deve lottare per sopravvivere e morire.
Tuttavia, benché si possa pensare che sofferenza e morte sono cose da non disprezzare ma utili, si può concludere che certi livelli di sofferenza e certi modi di morire non lo siano.
Perciò, un genitore potrà anche scegliere di far nascere un figlio nonostante la sofferenza e la fine della vita alla quale dovrà andare incontro, ma dovrà comunque assicurarsi che la sua vita sia in un certo modo.Una procreazione responsabile richiederebbe anzitutto e soprattutto la considerazione e la difesa del diritti dei nascituri. Diritti che includono quelli enunciati in teoria dalla Costituzione: salute, istruzione, lavoro. Ma anche quelli rivendicati in pratica da chiunque: benessere, felicità, autorealizzazione.
In mancanza di adeguate prospettive che rendano l’adempimento di queste condizioni se non certe, cosa ovviamente impossibile da assicurare, almeno probabili e prevedibili, i tribunali dovrebbero intervenire per impedire la procreazione. Anzitutto, in maniera preventiva, forzando all’uso di anticoncezionali. E poi, quando la prevenzione avesse fallito, imponendo la cessazione della gravidanza.Chi è nato da una procreazione irresponsabile (che non ha considerato e difeso i diritti del nascituro) avrà moltissime difficoltà per le quali dovrà lottare più di altri.Il capitalismo quando non fa passare la voglia di vivere, fa passare la voglia di vivere nei paesi capitalisti.PUBBLICITà
Giudicando eticamente ciò che accade si può rimanere letteralmente schifati quando si clicca su una notizia tragica, e ci si deve sorbire la pubblicità di qualche ditta prima di guardarla, con tutti i suoi bei loghi che anche senza volerlo si sedimentano nella memoria. Cosa che spesso si può rinunciare a fare, proprio perché il proprio disgusto per quel modo di “essere” supera la propria curiosità di conoscere.
La città di Las Vegas, è un esempio di manifestazione del sistema capitalista. Per chi tiene alle cose importanti della vita la pubblicità è una insopportabile e rivoltante ubiquità, che imperversa dovunque (non solo sui media, ai quali uno deve attivamente accedere, ad esempio accendendo la tv, ma anche per le strade e nei locali pubblici, in cui uno è costretto passivamente a subirla).Ovviamente, se non esistessero fedeli non esisterebbero dei, ma un conto è propagandare la religione nelle scuole e un conto farlo chiusi in chiesa. Allo stesso modo un conto è far imperversare dovunque la pubblicità, non solo sui media, ai quali uno deve attivamente accedere, ad esempio accendendo la tv, ma anche per le strade e nei locali pubblici, in cui uno è costretto passivamente a subirle, e un conto farlo dentro i propri negozi. Soprattutto per i giovani che sono più soggetti a imprinting, e crescono credendo sia tutto eticamente corretto, senza possibilità di empatia nei confronti di chi viene sfruttato da questo sistema.L’occidente vive in un regime permanente di golpe e di esautorazione del potere da parte di governi autoimposti ed “eletti” solo con delle elezioni-farsa.

LE CONSEGUENZE DEL PROFITTO PRIVATO
Il sistema esistente, cioè quelle regole di interazione tra gli esseri umani finalizzate a soddisfare i loro bisogni primari e secondari, permette ad alcuni di vivere con tecnologie e disponibilità di servizi e beni immensi e ad altri di morire per mancanza di soddisfazione dei bisogni primari.Poiché per valutare eticamente un sistema è necessario valutarne le conseguenze negative che esso produce, si deve considerare che le conseguenze negative del ricercare un profitto dai beni e servizi, invece che ottimizzare i costi nel produrre beni e servizi per i cittadini, sono molte.
Ad esempio, questo sistema induce le persone a tentare di ottenere un vantaggio a scapito di un altro soggetto indotto in errore attraverso artifici e raggiri.
Alcuni esempi possono essere utili:
La truffa dell’annacquamento della benzina, è una doppia truffa, perché non solo si truffa sul fatturato, ma anche sul prodotto.
Quindi si ha effetti negativi sia sul singolo che acquista il prodotto, cioè la benzina, che sulla società. Poiché qualunque tassa sulla benzina protegge il consumatore, proprio perché si tratta di un bene non riproducibile: la ragione vorrebbe che fosse razionato e usato solo in condizioni di assoluta necessità, invece che sprecato come si fa oggi, non curanti delle “generazioni future”.
Infatti, le tasse sulla benzina si possono considerare come “multe sull’abuso”, e sono sempre troppo basse, qualunque sia la loro consistenza.

è solo un sofisma chiamare “servizio pubblico” la sanità privata, così come il trasporto privato: ad esempio, i taxi. il discrimine sta nell’interesse personale, o meno, di chi offre il servizio. altrimenti, tutto diventa “pubblico”: anche il commercio, visto che in fondo le merci si producono perché il pubblico le compri.

in realtà, spesso lo stato è un finanziatore delle imprese private, e tende esso stesso a diventare un’impresa privata, confondendo appunto i due livelli. un esempio lampante lo si vede nella televisione pubblica, che è in realtà un concorrente della televiisione privata, e ha da tempo cessato di essere (ammesso che lo sia mai veramente stata) un servizio pubblico.

naturalmente, poichè ci sono servizi di cui si suppone che tutti usufruiscano, prima o poi, quelli dovrebbero semplicemente essere finanziati dallo stato. ora, la cultura è in genere considerata un servizio, ad esempio, e infatti la scuola dell’obbligo dovrebbe essere gratuita e per tutti. ma non rientra nei servizi il fatto di offrire una laurea in medicina o in legge, o le strade per le auto. non deve essere lo stato a finanziare gli studi dei medici (o degli avvocati) che svolgono attività privata. dove per “studio” si intende sia la formazione universitaria, che il luogo dove essi esercitano il business. se uno studia per professare autonomamente l’attività, dovrebbe pagarsi autonomamente gli studi: tutto qui.

bisognerebbe far pagare l’uso privato delle strade.
quanto al prosciutto, nel prezzo viene effettivamente calcolato anche il trasporto: dunque, l’uso privato di strade, che non viene pagato dal trasportatore, ma viene fatto pagare al consumatore, che con le sue tasse ha contribuito a costruire le strade. il danno e le beffe, cioè… )

le autostrade sono effettivamente a pagamento, essendo state costruite da privati. non si capisce perché non dovrebbero esserlo anche le strade, visto che non tutti guidano, e che le auto provocano gravi disagi alla collettività. il bollo è una piccola tassa sulla circolazione, che non tiene conto di quanto uno sfrutti effettivamente il sistema stradale. ma nell’era informatica non sarebbe difficile farlo pagare proporzionalmente all’utilizzo, calcolato in base al tempo percorso in auto. le assicurazioni usano già sistemi di questo genere, di nuovo non si capisce perché non dovrebbe farlo anche lo stato.
quanto ai medici non si capisce perché quelli che praticano la professione privata dovrebbero essere addestrati con soldi pubblici, a differenza di quelli che praticano la professione pubblica. anche se oggi si tende piuttosto a fare il contrario: cioè, permettere ai medici di sfruttare le strutture ospedaliere pubbliche anche per la propria attività privata.

si dovrebbe far pagare ai medici che lavorano privatamente l’istruzione che essi hanno avuto dall’università pubblica. i medici, non solo guadagnano più degli altri lavoratori ma costano più degli altri universitari, sia per la lunghezza del corso di studi e di specializzazione, sia per le strutture e i macchinari che servono ad addestrarli. l’ottimizzazione vorrebbe che, in tal caso, si addestrassero soltanto un numero limitato di medici, in base a una pianificazione legata al rapporto pro capite. che in italia è nella media europea, ma è quasi doppio di quello dei paesi anglosassoni (canada, stati uniti e inghilterra).

in mancanza di una pianificazione, però, si dovrebbero appunto far pagare questi alti costi a coloro che poi sfruttano la propria professione a fini privati, invece che pubblici.

il numero chiuso a medicina non è una pianificazione, ma un protezionismo: esattamente come le licenze dei taxisti, o dei commercianti, che vengono limitate per non svalutare il valore delle licenze già esistenti. infatti, quando si propone di aumentare il numero di licenze dei taxi, a favore degli utenti, i taxisti insorgono.
è il problema dei cervelli in fuga, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, che vanno all’estero a studiare pagati dallo stato, e poi ci rimangono. ma è appunto un problema analogo a quello di chi viene pagato dallo stato per studiare, e poi usa la laurea per i fatti suoi. in entrambi i casi vengono usati fondi pubblici a fini privati.

Nei pacchi la merce è scientificamente disposta in modo che di sopra appaia bella e fresca, e di sotto brutta e vecchia. Ci sono apposite macchine che svolgono questa funzione, in modo da far pagare al consumatore il prezzo come se la merce fosse tutta di qualità superiore, e rifilargli poi invece quella di qualità inferiore.
E queste macchine c’è chi le progetta, chi le costruisce, chi le compra e chi le usa: tutti scientificamente organizzati come in un sol uomo, per rendere il commercio una truffa.

Sui fondi europei, l’utilizzo per i concerti di star è ridicolo, ma non più dell’utilizzo per le manifestazioni religiose, le visite del papa, e amenità del genere. Il tutto a scapito di attività sociali utili e degne di finanziamenti. La cosa si estende ai finanziamenti in genere. Gli assessori alla cultura distribuiscono milioni di euro all’anno di fondi, con la politica di darli a eventi e iniziative che abbiano un ritorno commerciale, ma questo è un “business mascherato da cultura”.
Moltissime attività sono degenerate in un’impresa: il calcio, il cinema, la letteratura, la fotografia, la medicina, la sanità  ecc…Il termine inglese business identifica in generale un’attività economica. Approssimativamente può essere tradotto con il termine italiano affari. La parola affare, nasce nel XVII secolo in Francia dall’espressione «avoir à faire» (avere a che fare) ha molti e diversi tra loro significati.
Il significato principale si sviluppa nel campo economico dove sta ad indicare una operazione che si presenti o si concluda in modo vantaggioso, o meno, per uno, o più partecipanti alla transazione (detta appunto «transazione d’affari»). Fare affari quindi significa trovare un sistema che conclude in modo vantaggioso, sistematico e prevedibile operazioni economiche.
Il calcio in tv è un gran business, per questo un tempo le partite si giocavano una volta la domenica, tutte insieme, a una certa ora, e ora non ci sono momenti della settimana in cui non si giocano, o non si trasmettono.
Andare allo stadio a fare tifo per una squadra è come fare una manifestazione di fronte ai cancelli di una fabbrica d’auto per magnificare le bellezze dell’ultima auto di quell’azienda.
Se uno lo fa, gli altri dovrebbero chiamare l’autoambulanza. Ma non, come è di uso oggi, per portar via i feriti: per internare i manifestanti.
Un tempo alle Olimpiadi potevano parteciparvi solo i dilettanti, perché quella era una condizione considerata inscindibile dalla nozione di sport. Poi, poco a poco si è chiuso un occhio, poi entrambi, e oggi il dilettantismo è scomparso, e con esso lo sport. C’è un business, che però è tutt’altra cosa.
Spesso dove c’è business molti settori come sport, cultura, informazione vengono qualitativamente peggiorati in maniera da diventare irriconoscibili.
Gli stadi si possono trasformare in campi di battaglia dove muoiono tifosi e poliziotti.
I bambini che tirano calci a un pallone si divertono, i giocatori che tirano calci a un pallone fanno un business miliardario, in parte alla luce del sole, e in parte clandestino.
Vedere la bellezza in questo business, richiede ovviamente un particolare “senso estetico”.
Molti lo trovano uno sport noioso, in cui, dopo novanta minuti non è ancora successo niente. E infatti agli americani piacciono di più sport (per meglio dire, giochi) in cui succedono più cose, come il football, il basketball e il baseball.
E dunque, la “bellezza” che alcuni attribuiscono al calcio professionale, per giustificare la sua esistenza, non è affatto universalmente riconosciuta, come d’altronde ogni bellezza.
Quanto a spettacolo, quello del calcio, non è un bello spettacolo. A prescindere dal supposto contenuto sportivo, la squallida vicenda delle scommesse e delle partite truccate dovrebbe far riflettere le greggi dei cosiddetti “tifosi”, che invece continuano ad ammassarsi come pecoroni nei recinti dei cosiddetti “stadi”.
Ma aspettarsi che le greggi pensino, significa non tener conto della loro natura, che è quella di andare dove decidono di farle andare i cani pastore. Che, nel caso del calcio, sono ovviamente i signori che ammaniscono loro panem et circenses: cioè, panini e spettacoli, sacri o profani che siano.
Dunque, da chi è interessato che le greggi stiano all’interno degli stadi, le greggi non verrebbero mai dirottate fuori dagli stadi.I ministri e i parlamentari fanno a gara a far sapere qual è la loro squadra del cuore e lo fanno sapere ai cittadini. Parlano di calcio persino nelle occasioni ufficiali, come le conferenze stampa per illustrare i provvedimenti del governo. Attingono dal linguaggio calcistico le metafore per descrivere la politica, e probabilmente perché si interessano di calcio più di quanto capiscano di politica.Purtroppo, lo stesso fa la gente, anche quella apparentemente e sedicente colta. Nessuno sembra curarsi del fatto che il calcio è marcio dalla testa ai piedi. Che le scommesse falsano da anni, o da decenni, qualunque risultato, come il doping nel ciclismo. Che il business è gestito dalla mafia e dalla camorra, in combutta con i giocatori e i club. Che il tifo per la squadra di casa è l’esatto contrario dello sport, dove dovrebbe vincere il migliore. Che le partite allo stadio sono solo la versione moderna degli spettacoli circensi che i Romani offrivano al popolino, per farlo sfogare in maniera controllata.Il problema non è il singolo sport o gioco, ma lo sport professionistico: che sia calcio, ciclismo o tutti gli altri sport e giochi. Ed è paradossale che chi faccia sesso per professione viene chiamato in un certo modo, e denigrato, ma non chi fa sport per professione.Gli osservatori abituali di sport in tv o negli stadi sono minorati mentali, e restano tali nel tempo grazie a coloro che ne diffondono e amplificano mediaticamente le deficienze. Chiudere gli stadi e disintossicarli per qualche anno da quel gioco sporco e truccato che è ormai diventato il calcio professionista sarebbe una soluzione.
Se non bastassero le partite truccate a far chiudere gli stadi, notizie come il furetto Fred, che serve a predire i risultati delle partite, dovrebbero bastare. Si dovrebbe rimanere attoniti di fronte a simili manifestazioni della natura (sub)umana.
Ma per riavere certe attività prive della loro degenarazione professionale, si dovrebbero far fallire come business.E per contrastare questo problema si dovrebbe far pagare una tassa sulla stupidità a chi voglia guardare le partite il televisione, e includere il calcio fra le droghe pesanti, con pene draconiane sia per i consumatori che per gli spacciatori, e cure forzose di disintossicazione per gli assuefatti.I profitti di un imprenditore privato, sono parassitari nello stesso modo di quelli dei manager d’oro pubblici. E questi ultimi trasformano semplicemente il pubblico in un “privato statale”. Dunque, il problema non è tanto lo scegliere tra privato e pubblico, ma tra sistemi parassitari e sistemi non parassitari.Quindi, il problema non è che le piccole e medie imprese vengano sopraffatte dagli interessi di quelle grandi, ma è il fatto che ci siano le imprese: piccole, medie e grandi. Perché la loro esistenza presuppone un modello di vita rudimentale, basato sulla “guerra di tutti contro tutti”, o sulla “legge della giungla” chiamata “legge del mercato”, se si preferisce.Perciò, il fatto che la crisi, limitando moltissime piccole imprese faccia soffrire i loro proprietari non implica che si debba sentire empatia per loro, e aiutarli, perché se ne può sentirne tanta quanta per i giocatori d’azzardo che perdono tutto al gioco: lo sapevano anche prima di iniziare a giocare, che c’era la possibilità di perdere. Se hanno preferito correre il rischio, sono “affari” (triste ironia delle parole) loro. E la stessa mancanza di empatia si può provare per i corridori che si schiantano in moto, e per tante altre azioni i cui pericoli sono prevedibili.Se uno sceglie di giocare il gioco dell’impresa, deve sapere che vincerà il più adatto, che spesso non è affatto il migliore. Ma non si può giocare il gioco fino a che si vince, e poi lamentarsi quando si comincia a perdere.In fondo, i guadagni di chi sfrutta questo sistema vengono giustificati anche sulla base del rischio che si corre a investire e rischiare. Ma allora, quando si perde in base al rischio, non ci si può lamentare. E meno che mai si può pretendere che lo stato aiuti, perché sarebbe di nuovo un volere solo vincere, e scaricare le perdite.


BANCHE

Le banche private sono un problema. E oggi quelle banche non si comportano affatto nel modo teorico (che consiste nel prendere i risparmi dei risparmiatori, dando loro un interesse, e prestarli agli imprenditori a un interesse maggiore, sul mercato locale) ma nella maniera speculativa (prendere i risparmi dei risparmiatori, non dando loro nessun interesse, e giocarli in borsa sul mercato mondiale) che ha causato la crisi mondiale dell’economia.
L’economia di mercato non è fatta di profitti e perdite: ma sarebbe fatta di profitti e perdite, se funzionasse secondo la teoria. Naturalmente, a tutti piace guadagnare, e a nessuno perdere. Dunque, quando si perde, si scopre che quelli che prima erano rotelle degli ingranaggi della macchina che faceva guadagnare, adesso sono diventati esseri umani che hanno famiglia e che non possono perdere il lavoro, e dunque i costi se li addossa lo Stato.Lo fa anche negli stati uniti, che sono un sistema molto più di mercato di quello Italiano. Ci sono i sussidi di disoccupazione, ad esempio: anzi, i redditi di cittadinanza, ci sono i sistemi statali di salvataggio delle aziende: non soltanto le banche, che sono costate circa 800 miliardi nel periodo di transizione tra Bush e Obama, ma anche le case automobilistiche, come la Chrysler, e le aziende informatiche, con le azioni protezionistiche a favore di apple e contro la Samsung, eccetera.
Il sistema di mercato è sintonizzato sul privato per i guadagni, e sul pubblico per le perdite (o i costi sociali, che tali sono comunque).

SPESE MILITARI
E poi ci sono le spese militari, anche negli stati uniti. Già quarant’anni fa c’erano inchieste parlamentari sulle forniture di chiodi a 100 dollari l’uno, e questo è solo un esempio. Le “star wars” sono state un’iniezione gigantesca di denaro pubblico a ditte private, così come lo sono le guerre in Afghanistan e in Iraq, combattute all’insegna della “lotta al terrorismo”; ma in realtà per la distruzione/ricostruzione dei paesi, spesso da parte delle aziende vicine al presidente (petrolio/bush), o al vicepresidente (cheney/contratti).Oltre al fatto che le tasse, inventate per il benessere della società, non vengono pagate, c’è il problema che queste tasse, anche quando vengono pagate hanno scopi differenti dal soddisfare i bisogni primari dell’umanità e gradualmente gli altri, una volta soddisfatti sufficientemente i primi.
Infatti, oltre un miliardo di persone – qui sulla medesima terra su cui poggiano, grati del suo sostegno – 1 miliardo e 20 milioni per la precisione, vive in stato di sotto-nutrizione. La Banca Mondiale stima che per affrontare radicalmente il problema basterebbe un investimento che oscilla tra i 10,3 e gli 11,8 miliardi di dollari.Le settanta bombe atomiche da montare sugli F-35 costerebbero 11 miliardi di euro. E se qualcuno non vuole contribuire a finanziarle, lo fa automaticamente, pagando le tasse. Sono disumane e contrarie ad ogni buonsenso, le bombe atomiche, e se mai hanno “senso” lo hanno solo ed esclusivamente nella misura in cui non si possono assolutamente usare. Per cui, oltre ad essere disprezzabili in quanto armi di distruzione di massa, lo sono anche in quanto strumenti di distruzione delle risorse economiche degli esseri umani, che potrebbero certamente usarle meglio. Se la prima distruzione è potenziale (e ci possiamo perfino illudere che un qualcosa che esiste non verrà davvero mai utilizzato) la seconda è certa.
IL LAVORO

Prima della Rivoluzione industriale il lavoro non era mai stato considerato un valore.
Tanto che è nobile chi non lavora e artigiani e contadini lavorano per quanto gli basta, il resto è vita. Oggi non produciamo nemmeno più per consumare, ma consumiamo per poter continuare a produrre. Al punto che la cassiera di un supermarket deve considerare vita passare otto ore al giorno alla calcolatrice senza scambiare una parola col cliente-consumatore e un ragazzo deve sentirsi fortunato se lavora in un call-center.

CONSEGUENZE NEGATIVE DEL PROFITTO
L’idea di malthus è solo l’inizio della storia: risorse limitate, e crescita esponenziale, portano alla catastrofe. L’idea fu ripresa da darwin, che ne fece uno dei fondamenti della sua teoria dell’evoluzione.

LA CORRUZIONE DELLO STATO
Lo Stato è organizzato in maniera delinquenziale.
Il catasto mai aggiornato, il non controllo sulle denunce dei redditi, i condoni sugli abusi, i patti con la mafia, eccetera.

CRIMINI ECONOMICI
I mafiosi, gli abusanti, gli evasori, eccetera, dovrebbero finire in carcere.
Per avere un’idea, si può considerare che poiché i benzinai sono controllati, le truffe dei benzinai, sono la prova che anche dove ci sono controlli, si truffa alla grande e quindi si può immaginare quanto si truffa dove non ci sono.

Bisognerebbe denunciare ogni ingiustizia. Le persone denuncerebbero un omicidio, se ne venissero a conoscenza ma non i reati fiscali. il fatto che i reati fiscali siano invece considerati “minori”, dimostra che l’omertà è diffusa, e che siamo tutti conniventi.

naturalmente, un mezzo molto semplice per rendere remunerativa la richiesta della fattura da parte del consumatore, sarebbe quella di permettergli di scaricare le spese. cosa che invece, singolarmente, viene permessa ai produttori e ai prestatori di servizi, ma non ai consumatori. paradossi dello stato “democratico”.

e continuo a insistere, che chissà perché quando si parla di evasione fiscale subito la gente si inalbera, e parla di “1984″ e di “grande fratello”. ma nessuno si sogna di farlo per gli omicici, ad esempio. nonostante il fatto che l’evasione fiscale incida molto di più sulla vita della gente (140 miliardi di euro l’anno, che in parte vanno rastrellati con tasse e balzelli), di quanto non facciano gli omicidi (che, potrà anche sorprendere, sono meno di 1000 l’anno in italia).

tenere ben distinti i lavoratori dipendenti (salariati e stipendiati) dai lavoratori autonomi, che ovviamente fanno parte della famigerata categoria dei “non emissori di fatture, ed evasori cronici”…

queste cose possano sembrare “minchiate”. ma è proprio perché lei e altri le considerate tali, che la signora ablyazov può usare i capitali rubati dal marito, senza sentirsene complice. solo” utilizzatrice finale”: scusa peraltro già sentita altrove…

 i politici non sono che la punta dell’iceberg del sistema imprenditoriale, che delega alla politica la distribuzione del denaro pubblico a loro vantaggio. con un ritorno marginale, che non a caso si chiama “tangente”: perché sfiora soltanto il grosso della cosa.
Evasione fiscale
I datori di lavoro pagano uno stipendio o un salario, e collaborano con lo stato per evitare che i lavoratori dipendenti facciano come loro, ed evadano le tasse.se la legge fosse uguale per tutti, come sta scritto, ma non fatto, tutti riceverebbero i loro guadagni, e tutti potrebbero provare ad evadere (cosa comunque difficile, avendo un solo stipendio dichiarato dal datore di lavoro). invece, esistono due sistemi e due misure.quanto al motivo per cui è il datore di lavoro che viene punito se non versa i contributi, ci mancherebbe altro! prima non li consegna al lavoratore, e poi non li consegna all’erario o al fisco? effettivamente, così succede con molti lavoratori autonomi, come tutti sappiamo: viene l’idraulico, ti fa pagare con l’iva, e poi non denuncia l’incasso e si tiene l’iva, e il consumatore è cornuto e mazziato…

IL SENSO DELLO STATO

l’esistenza stessa dell’istituto dell’esproprio, ad esempio di terre coltivabili private per il passaggio di strade pubbliche, dimostri che per lo stato l’interesse privato e individuale è, e dovrebbe essere, subordinato a quello pubblico e generale. in unione sovietica i crimini contro l’individuo, appunto come l’omicidio, venivano puniti con una pena massima di 15 anni. mentre per i crimini contro lo stato, appunto come l’evasione fiscale, la pena massima era quella di morte. naturalmente, da noi queste cose sono considerate aberrazioni, ma soltanto perché l’individualismo da noi è il pensiero unico, e il senso dello stato non si sa nemmeno cosa sia.
chissà, magari la mancanza di un senso dello stato in italia è anche provocato da un’educazione che viene invece fatta in famiglia, e che non può che portare a un senso dell’individuo, invece. E quindi, non rispetto delle regole e degli altri cittadini.

SAW

Jigsaw è un torturatore di persone immorali, che svalutano la proprie fortune, disprezzano i più deboli con il proprio razzismo, si arricchiscono a svantaggio altrui, e soprattutto, cio che lo ha portato ad essere quello che è, considerano i diritti (in questo caso la sanità) proporzionali al reddito (ad esempio nel sistema americano). Per questo i suoi giochi sono prima di tutto crudeli lezioni per trasmettere ad altri il valore che ha la vita, la propria e quella altrui.

Nell’ultimo capitolo si vede infatti Jigsaw, malato terminale di cancro, parlare con un medico che sarà la sua prima vittima, il quale diagnostica a John Kramer (Jigsaw) il tumore al cervello ma rifiuta di curarlo perché non ha soldi per permetterselo. Lawrance Gordon, medico oncologo, che rappresenta il capitalista, viene rapito, torturato e convertito ai nuovi valori di Saw, l’anticapitalista.

Nel capitolo finale Saw obbliga un ragazzo razzista a staccarsi da un sedile sul quale è incollato a schiena nuda per potersi salvare e salvare i suoi amici razzisti dicendogli “hai giudicato gli altri dal colore della pelle, e allora oggi impararerai a tue spese che sotto la pelle siamo tutti dello stesso colore”.

Nello stesso film Saw punisce una persona che ha “accumulato denaro, fama, notorietà in seguito alla storia della tua sopravvivenza”, attraverso inganni, e che dunque è “un impostore”.

Ha ragione Saw?

 

DIFFERENZE DI CONSUMO, PATRIMONIO ED EREDITà TRA RICCHI E POVERI

Oltre al fatto che tutti per natura sono soggetti a dolore, vecchiaia e morte, c’è il fatto che alcuni hanno solo questi problemi inevitabili, ed altri ne hanno molti di più.
La miglior vita che si possa vivere è la vita in cui, inevitabilmente ci sono dolore, vecchiaia e morte, ma sono vissuti nel modo migliore possibile tra i possibili modi di viverli, e quindi, portare tutti ad avere soltanto i problemi inevitabili dovrebbe essere lo scopo di una società morale.

Tuttavia, la vita di ognuno è differente sotto moltissimi punti di vista, ad esempio il livello economico, lo stato fisiologico e lo stato di salute. Di conseguenza quello che può fare qualcuno non può farlo qualcun altro.
A una persona che ha 1000 euro in banca non basta voler comprare qualcosa che ne costa tremila per poterlo fare, al contrario di quanto accade a una persona che ha 40mila euro in banca, alla quale basta voler comprare la stessa cosa che ne costa tremila per poterlo fare.
Si consuma in base alle proprie possibilità e c’è una bella differenza tra il consumo del figlio di un milionario come berlusconi, quello di un disoccupato del sud, o quello di un un africano. Non solo nei consumi hanno privilegi, ma tutti i ricchi si possono permettere avvocati compiacenti, anche senza dover corrompere i giudici, e non finire mai nelle galere, piene invece di ladri di polli.
Il divario tra paesi ricchi e paesi poveri è imputabile almeno in parte a fattori geografici (coste e fiumi navigabili permettono commercio che paesi privi di sbocchi sul mare non possono avere), in parte a fattori ambientali come carestie o eventi climatici distruttivi, storici come la presenza di guerre o le scelte politiche, soprattutto sul lavoro, fattori religiosi, che impediscono il controllo delle nascite (impossibilità di usare contraccettivi).

A causa di tutti i fattori che determinano differenze di opportunità tra i vari individui, i bisogni materiali degli umani, pur essendo più o meno gli stessi, vengono soddisfatti diversamente: a qualcuno la villa, e ad altri il campo profughi, a uno l’aragosta in ristoranti di lusso e all’altro le rape alla caritas. Per chi è ricco ci sono robot cuochi, in grado di preparare migliaia di ricette, e una volta completate, il robot pulisce anche le pentole sporche e il piano di lavoro, tutti gli altri possono fare a mano.

Come è normale che sia, i genitori mantengono economicamente i figli nell’età in cui essi sono fisiologicamente dipendenti da qualcuno, comprandogli gli alimenti da mangiare, gli abiti da indossare, i libri da studiare e così via. Tuttavia, ci sono modi economicamente molto differenti in cui i figli vengono mantenuti da genitori con possibilità economiche differenti tra loro. Ad esempio, tra i regali di lusso fatti per le bambine ricche c’è la barbie più costosa al mondo, rivestita di gioielli per un valore di circa 600 mila dollari.

Barbie-Mattel
Gli individui accumulano il capitale e poi lo trasmettono ai figli, e non solo l’eredità viene trasmessa a morte avvenuta, ma c’è anche un uso del patrimonio da parte di persone diverse da quelle che l’hanno costituito mentre è in vita chi l’ha costituito, ad esempio mogli e figli.
I figli possono affittare le case ereditate dei genitori morti, oppure ancora in vita ma anziani e con altre proprietà, a persone che non hanno avuto la fortuna di ereditare case e guadagnare da loro dalle 400 a oltre le 1000 euro al mese senza fare niente, se non parlare con i coinquilini e recarsi a prendere i soldi nel caso lo facciano pure in nero, minacciandoli di farli finire in strada se non trovano un modo per pagare tutte le mensilità.
Oltre l’eredità passato alla morte ai figli, e l’uso del patrimonio da parte di persone diverse da quelle che lo hanno costituito, c’è anche una eredità professionale.
L’italia è il paese dei mestieri ereditari: notai figli di notai; studi di avvocati tramandati da tre, quattro generazioni; dinastie di professori universitari. Infatti il padre medico spinge il figlio a provare e riprovare, magari senza successo, il test di ingresso a medicina e intanto gli perdere anni preziosi.
In Italia la scelta tra liceo e istituti tecnici o professionali dipende molto più dal mestiere e dal ceto dei genitori che dalle reali capacità e attitudini dei figli.
Per questo molti non hanno bisogno di passare le giornate a leggere annunci di lavoro anonimi, discriminatori e quant’altro, dal momento che basta loro parlare col padre o la madre per lavorare.
E appunto i figli vengono mantenuti dai genitori nei loro bisogni primari, secondari e terziari, dopo l’età in cui si è fisiologicamente dipendenti dai genitori, a volte senza neanche senza studiare e lavorare per anni dopo la fine dell’adolescenza, fino ai trent’anni, per potersi invece divertire facendo arte, o acquistando capi d’abbigliamento e gioielli costosi  per fare le icone fashion.

Un famoso esempio di trasmissione di eredità è Paris Hilton, la pronipote ereditiera di Conrad Hilton, fondatore della catena di hotel di lusso Hilton, il cui patrimonio è stimato in circa 800 milioni di dollari.
La quale inoltre dimostra che c’è gente talmente ricca che per difendersi dall’accusa di detenzione di cocaina usa il fatto che la borsa nella quale è stata trovata è da poveri e dunque non può essere sua, infatti, arrestata a Las Vegas per possesso di cocaina, la sua difesa affermò che la borsa che portava, che conteneva 0,8 grammi di cocaina, non era sua, in quanto “la borsa in questione è di una marca che si può trovare dappertutto, e che quindi non soddisfa gli standard di moda della Hilton.”

Chi non ha i genitori, perché morti o disinteressati, o li ha ma non hanno le condizioni economiche adeguate, ad esempio perché vivono nei paesi sottosviluppati, e meno che mai ricchezza elevata, non può usufruire di certi privilegi, come l’eredità alla morte dei genitori, l’uso del patrimonio quando sono in vita, che nel caso dell’affitto e delle bollette, e del cibo pagati permettono loro di avere il tempo di godere di altri continui regali economici di beni non necessari ai fini della sopravvivenza (smartphone, tablet, chitarre elettriche, ombretti, matite, eye-liner, rossetti, struccanti) e neanche ai fini del benessere (bevande dolci, alcol, sigarette, biglietti per concerti, per lo stadio, per la discoteca, per il cinema, per un viaggio fuori dalla propria nazione, videogames).

E gli stessi figli che non avranno potuto usufruire di certi privilegi da parte dei genitori di cui invece altri hanno usufruito se vorranno fare a loro volta altri figli in modo responsabile dovranno considerare e difendere i diritti dei nascituri, includendo quelli enunciati in teoria dalla Costituzione: salute, istruzione, lavoro. Ma anche quelli rivendicati in pratica da chiunque: benessere, felicità, autorealizzazione.
In mancanza di adeguate prospettive che rendano l’adempimento di queste condizioni se non certe, cosa ovviamente impossibile da assicurare, almeno probabili e prevedibili, i genitori dovranno evitare la procreazione. Anzitutto, in maniera preventiva, forzandosi all’uso di anticoncezionali. E poi, quando la prevenzione avesse fallito, imponendo alla donna la cessazione della gravidanza.
Tutto questo perché non possono permetterselo, al contrario di altri.

QUANTITà DI RICCHI E POVERI
Alla fine dell’ottocento l’economista Vilfredo Pareto parlava di 20 per 100 della popolazione mondiale (i capitalisti) che consuma l’80 per 100 delle risorse, e il rimanente 80 per 100 della popolazione il rimanente 20 per 100 delle risorse, mentre ora sembra che si sia arrivati al 5 per 100 del mondo che possiede il 95 per 100 della ricchezza.
Una parte del mondo vive con standard e a livelli che alla maggioranza del mondo appaiono fantascientifici, dove ad esempio una fotomodella freelance guadagna dalle 50 alle 150 euro l’ora, e una top model 1000 euro l’ora, e un calciatore anche 50 euro al minuto, ovvero 3 mila euro all’ora, anche se quel 5 per 100 è in massima parte costituito da banche o corporazioni, ovvero una “centralizzazione” in poche mani di ciò che prima era distribuito in più.

Pareto

IL CAPITALISMO è VANTAGGIOSO
Basta aprire i giornali per vedere quotidianamente, da anni ormai, la propaganda che ripete martellante la mancanza di alternative alla politica di austerità da un lato, e di sostegno alle banche dall’altro.
Uno dei mantra di questa propaganda è la favola della “percolazione” del benessere, secondo la quale le briciole che cadono dalla tavola dei banchieri e dei borsaioli aumentano sostanzialmente il tenore di vita della gente comune. ma questa è appunto una favola, come il libro di piketty dimostra con le cifre alla mano che in realtà le cose non stanno affatto così.

SANITà
Secondo l’ideologia capitalista i diritti sono proporzionali al reddito, il che non è un segno di civiltà. Infatti, è noto che negli stati uniti l’interesse per la salute è direttamente proporzionale al massimale dell’assicurazione di cui si è in possesso. In particolare, se non la si possiede, è nullo.

Se in certi paesi, come cuba, esistono ospedali di prima e seconda categoria, è una pessima cosa, ed è appunto un effetto della mentalità capitalista.

Chi va negli Stati Uniti non deve arrischiarsi a rimanere senza assicurazione, perché la cosa potrebbe costargli molto, ma molto cara, soprattutto nel caso di malattie gravi o operazioni urgenti complesse, che possono anche mandare sul lastrico chi debba pagarle.

come d’altronde manderebbero sul lastrico anche chi dovesse usufruirne da noi, visti gli assurdi costi della sanità, che ricadono ovviamente sulla collettività. e lo fanno doppiamente, spesso, perché molti di noi pagano il servizio sanitario con le trattenute su salari e stipendi, e poi sono costretti a dover comunque pagare i servizi privati, se vogliono usufruirne in maniera “umana” e in tempi ragionevoli.

Se uno si rompe il naso e viene portato all’ospedale di corsa, perché ha un’emorragia copiosa, ma non c’è verso di farlo visitare da un dottore prima che tiri fuori la carta dell’assicurazione, e che compili i fogli relativi. e se non l’ha avuta, può probabilmente morire dissanguato, per quanto interessa a loro.

se uno è straniero e ha l’assicurazione, è molto meno a rischio di bancarotta di un cittadino senza l’assicurazione. almeno per quanto riguarda la sanità.

comunque, naturalmente, chiunque abbia dovuto usare le assicurazioni, poi si accorge di come spesso siano pure quelle delle fregature, dai massimali al tetto delle esenzioni. e, soprattutto, in base ai documenti da esibire a sostegno delle proprie spese.

il paradosso del capitalismo è che, nonostante le enormi ricchezze che sono state collettivamente accumulate, e l’enorme potenziale tecnologico che permetterebbe di risolvere i problemi basilari dell’intera popolazione mondiale, da un lato c’è al mondo un miliardo di persone che vivono sotto il livello minimo di povertà e di fame, e c’è un altro miliardo di persone (noi) che hanno invece problemi di crescenza alimentare da un lato, e che considerano il sistema “in crisi economica”. la forbice tra gli uni e gli altri, e l’atteggiamento mentale dei secondi, non depone a favore della razionalità, e dunque della bontà, del sistema.

il capitalismo sarebbe accettabile se usasse appunto le proprie risorse in maniera equanime al suo interno, e generosa (o anche solo umana) al suo esterno. fin che resta quel teatro di animalità che è, ovvio che è difficile sostenerlo e presentarlo come un sistema efficiente e funzionale. affidare la sua gestione agli istinti animaleschi dei singoli operatori finanziari ed economici è un grave errore, esattamente come lo sarebbe affidare la gestione dell’ordine pubblico armando i singoli cittadini. in entrambi i casi, gli istinti animaleschi dell’individuo andrebbero incanalati e contenuti da una forte azione razionale da parte di un organismo sovrapersonale, che avrà il brutto nome di stato, ma che è appunto il contrappeso alle storture dell’individuo.

MOTIVAZIONI PRESENTATE PER NON AIUTARE I PIù POVERI SENZA CITTADINANZA
E nessuno si può ribellare a questa casualità pretendendo parità, perché questa richiesta non verrà soddisfatta ma disprezzata.

Di motivi per non aiutare gli altri le persone ne trovano tanti, ma non per questo sono giusti. Anzi, a un’analisi attenta si scopre che sono semplicemente motivi egoistici.
L’individualismo e il menefreghismo per le sorti altrui è talmente scontato che non si riesce a pensare ad altre possibilità di spendere i soldi se se ne hanno tanti.
Molti giustificano chi avendo talmente tanti soldi ha iniziato a comprarsi creme per il viso da 170 euro, pagare ristoranti e alberghi dicendo “eh, ma quando hai talmente tanti soldi in qualche modo li dovrai pur spendere, sennò sono sprecati”, senza minimamente pensare di mettersi in tasca un rotolo da 50 euro e darne una o due banconote a ogni immigrato trovato per la strada. Anzi, quando qualcuno chiede 1 o 2 euro gli si dice “non ce li ho” anche se poco prima si è comprato una crema da 170 euro che non ha nessuno scopo medico.

DivisionePoveri

Il 95% del mondo che consuma il 5% delle risorse viene chiamato povero rispetto al 5% che consuma il 95% delle risorse, e i poveri vengono divisi tra poveri con cittadinanza e poveri senza cittadinanza. Il principio secondo cui i diritti sono proporzionali al possesso della cittadinanza viene spesso giustificato con il “fatto” che “non si può aiutare tutti”, e dunque si deve scegliere chi aiutare. Quando in verità la tendenza, sia individualmente che socialmente, è quella di non aiutare i poveri sia se hanno la cittadinanza che se non hanno la cittadinanza, in un caso perché “si meritano di essere poveri perché non hanno saputo guadagnare soldi” o perché “non è colpa mia se sei povero”, oppure “il capitalismo è vantaggioso”, nell’altro perché “non si può aiutare tutti”.
Alcuni cittadini lo dicono esplicitamente “poiché dobbiamo mantenere gli italiani, attraverso le tasse, senza che facciano niente in cambio, non possiamo mantenere anche gli immigrati. Dunque gli italiani mantenuti sono giusti, gli immigrati sono stronzi”: non fanno nulla in cambio, non sono denutriti, ci sono italiani che hanno bisogno di aiuto…

Alcuni identificano il parametro per scegliere se aiutare gli immigrati o no, in base a quanto in carne sono. Se non sono magrissimi allora non sono denutriti.
Ma l’alimentazione è solo uno dei bisogni primari, ne rimangono molti altri, e inoltre, non esistono solo i bisogni primari.
La ciotola con il cibo la si dà ai cani e non agli umani.
I diritti dei nascituri in un paese, enunciati in teoria dalla Costituzione sono: salute, istruzione, lavoro, e non solo alimentazione. Ma anche quelli rivendicati in pratica da chiunque sono: benessere, felicità, autorealizzazione. E non solo alimentazione.
“Gli immigrati non sembrano denutriti, dunque sono apposto” è un pensiero davvero egoista, che (nella maggior parte dei casi) non si farebbe con i propri parenti, fratelli e sorelle, fidanzati e fidanzate, amici e connazionali.

Caffé, sigarette, smartphone, biglietti per concerti, tablet vengono continuamente regalati dai genitori dei paesi ricchi ai loro figli, di tutte le età, non solo fino ai 18 anni, ma anche superata l’età in cui dipendono fisiologicamente da qualcuno per procurarsi qualcosa, ad esempio quelli di 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25…e così via. Tuttavia, se un immigrato fa, o solo afferma di voler fare cose che per un connazionale sono ritenute normali, come stare seduto in un bar, bere caffé, fumare, navigare sul web, viene ritenuto un parassita, ma il connazionale no. Se un immigrato usa smartphone e tablet, come normalmente fa un ricco connazionale, viene ritenuto un parassita, ma l’italiano no.

Tra l’altro è singolare vedere che la maggioranza delle fotomodelle è razzista e vorrebbe che le altre razze in difficoltà restassero a marcire dove sono senza disturbare chi è più ricco di loro, dal momento che le fotomodelle quando lavorano guadagnano uno sproposito a fronte di un lavoro minimo. 60/100 euro l’ora farebbero comodo anche agli immigrati.

In un regime comunista (reale) la gente come questa avrebbe tutto da perdere. Ma la perdita materiale sarebbe ampiamente compensata dal guadagno morale di stare in una società più giusta. Naturalmente, questo genere di trade-off convince solo qualcuno.

Ma lamentarsi che gli extracomunitari vengano mantenuti senza fare nulla in cambio, cioè lavorare, significa usare due pesi e due misure tra i comunitari e gli extracomunitari, secondo un principio egoistico per cui la cosa importante è che si tragga vantaggi personali, se poi gli altri non ne hanno non importa. Sarebbe più giusto ammettere che milioni di italiani/e vengono mantenuti senza far niente prima di tutto, attraverso l’uso del patrimonio dei genitori o dell’eredità, e magari poi aggiungere che può accadere anche con gli extracomunitari, ma verificando se effettivamente non riescono a far niente perché rifiutati in tutti i lavori, magari per razzismo, o per mancanza di competenze.

Quando si paragona persone con figli a immigrati, per dire che vanno aiutate prima quelle con i figli si dimentica che i figli a carico uno sceglie di averli, e spesso perché è nato in un paese ricco. Invece uno non sceglie di nascere in un paese disagiato.

Nel capitalismo c’è una “accumulazione primitiva” del capitale, ma sarebbero facilmente azzerate se si eliminasse l’eredità. Se non lo si fa, poi ci si ritrova con gli agnelli/elkann, i moratti, i de benedetti, i gardini, i ferruzzi, i piaggio, eccetera. e anche con la malfa, i dalema, i ferrara, eccetera che sono molti di più di coloro che si sono fatti da soli, ovviamente.

Non c’è nessun titolo per il quale si debba assegnare l’eredità. Che ciascuno si conquisti da sé le cose, invece di distribuire handicap a tappeto, sarebbe una condizione minimale per una società un po’ più giusta, oltre che meritocratica. Invece dire che la scelta di assegnare l’eredità o far disporre del patrimonio ai figli siano “cazzi loro” è un forma di antimeritocrazia e disparità.

Le nazioni o gli individui hanno accumulato i loro capitali, e poi li hanno trasmessi “legalmente” grazie al meccanismo perverso dell’eredità. Per le ricchezze della Spagna e del Portogallo, ad esempio, ci fu un genocidio nel quale furono sterminati in un solo secolo circa 100 milioni di nativi americani, in un tempo quando al mondo ce n’erano 400 milioni in tutto.

La conquista dei territori è come l’accumulo dei capitali. dopo una o più generazioni, le cose diventano “fatti acquisiti”, ma quando te le fanno sotto gli occhi, la gente si secca: soprattutto quella a cui la terra viene sottratta, o sulla cui pelle i capitali vengono fatti.

Oggi nessuno sogna di processare elkann, ad esempio, ma si prova a farlo con berlusconi. tra qualche anno, o decennio, nessuno se la prenderà con i figli o i nipoti di berlusconi, e qualche presidente li nominerà senatori a vita. come è stato con l’avvocato agnelli, nonostante il nonno avesse “subito” processi analoghi a quelli di berlusconi oggi, con le stesse motivazioni. anche perché i capitali si fanno nello stesso modo.

Lo stesso vale per i territori. Oggi si manifesta per la liberazione della palestina o del tibet, ma non per quella delle hawaii o del texas… ma lo status quo si accetta quando diventa tale: fino a quando c’è una resistenza, morale e/o militare, la partita rimane aperta.

Saw, purtroppo è un film di fantasia, ma dovrebbe essere concretizzato.
Ad esempio, nel capitolo finale Saw obbliga un ragazzo razzista a staccarsi da un sedile sul quale è incollato a schiena nuda per potersi salvare e salvare i suoi amici razzisti dicendogli “hai giudicato gli altri dal colore della pelle, e allora oggi impararerai a tue spese che sotto la pelle siamo tutti dello stesso colore”.

Non c’è bisogno che i figli diventino maggiorenni, perché siano coscienti e diventino complici. Così anche gli amici e i parenti, dovrebbero essere incriminati per favoreggiamento. Così come a volte capita che un intero paese finisca sotto processo, per aver coperto un omicidio.

Quanto ai figli, nel corso della storia sono stati sperimentati sistemi in cui i figli non potevano essere conniventi con i delitti dei genitori, perché venivano allevati ed educati tutti insieme, e Sparta è appunto un modello molto più democratico ed ugualitario del nostro. ad esempio, i due rampolli elkann oggi non guiderebbero la fiat, se fossero stati azzerati in partenza i loro “handicap” nella corsa al potere economico. Si chiama meritocrazia, e può dare fastidio in una società basata su tutto, meno che sul merito.

TURISMO
Arrivando ad assimilare per legge il turismo ai servizi pubblici essenziali. Ma considerare l’apertura dei musei un servizio pubblico essenziale, alla pari del pronto soccorso, è ridicolo Peccato che, mentre i servizi pubblici sono (o dovrebbero essere) al servizio dei comuni cittadini, il turismo sia invece la mangiatoia dei soliti succhiaruote: cioè, i profittatori privati e lo Stato.

Ovviamente tutti hanno diritto di vedere i capolavori dell’umanità. Il fatto è che se mille persone si accalcano in una stanzetta di fronte alla gioconda, non la vede nessuno, o quasi. E quelli che la vedono, lo fanno in condizioni che tolgono loro qualunque piacere nel farlo. Il turismo funziona in pratica appunto in quel modo, anche se in teoria ci sono molti altri modi di concepirlo e gestirlo.

Per il resto dei cittadini il turismo rientra spesso nella categoria dei disservizi pubblici, e i turisti non sono altro che mandrie di barbari che invadono le città d’arte, rendendole invivibili e ingestibili per gli abitanti e i visitatori (che appartengono a una specie diversa dai turisti).
Ovviamente se si è un venditore di panini o un centurione che offre selfie, i turisti piaceranno, un po’ meno se si è un abitante.

Per tanto i governanti dovrebbe essere all’opera per indirizzare il turismo nella direzione dello sviluppo sostenibile: in particolare, privilegiando l’alto rendimento economico e il basso impatto ambientale, in cambio di investimenti massici per la qualità.
Per quanto riguarda l’alto rendimento economico, ad esempio, una tassa drastica sul turismo, ad esempio di qualche centinaio o migliaio di euro. Perché è meglio avere mille euro da mille turisti che un euro da un milione di turisti, a parità di entrate.

Una tassa per gli stranieri, ovviamente. Se non altro, perché i cittadini di uno stato dovrebbero essere collettivamente padroni delle bellezze artistiche di un paese, e dunque dovrebbero poterne usufruire gratuitamente.Un doppio regime di prezzi, minimi per i locali, e massimi per gli stranieri.

IMMIGRAZIONE

Molti dei fortunati che sono nati in un paese con dei servizi sociali migliori di altri, al contrario di desiderare pari opportunità per chi è nato in un paese con servizi peggiori, relativamente a salute, istruzione, lavoro, benessere, felicità, autorealizzazione, che non permette la difesa di tali diritti, vorrebbero che gli altri meno fortunati si autobbligassero o fossero obbligati a rimanere dove casualmente sono nati, a vivere le sofferenze che si ritrovano, e accettassero qualsiasi condizione gli impone quel luogo, senza chiedere niente a chi sta meglio.

Molti propongono come una delle soluzioni alla povertà degli immigrati, l’autoimporsi il divieto di fare figli, o di avere certi desideri di consumo e aspirazioni, perché non se lo possono naturalmente permettere. Secondo questo principio, invece che dare ai poveri dei soldi si deve dare loro anticoncezionali, per evitare figli, e si devono elargire insulti, per indurli a evitare desideri non calibrati dalle proprie possibilità, e i ricchi vorrebbero portare nel passeggino figli che si possono economicamente permettere di mantenere, perché loro sono nati in un luogo geografico economicamente migliore di altri, senza essere disturbati da richieste di elemosina, mentre passeggiano per strada parlando con l’iphone, trasportando il passeggino di gemelli, andando a fare spesa al supermercato per una cenetta con fidanzati/e, proteste, notizie sui giornali di sofferenze e morti. Il motto è “Ognuno si tenga quello che si è ritrovato per caso”, che è esattamente ciò che i nazionalisti, e tutti quelli che hanno sufficiente ricchezza, ripetono continuamente a chi non ha avuto la fortuna di poter crescere in una famiglia economicamente soddisfacente, disporre del suo patrimonio, dei suoi aiuti, delle sue conoscenze, e magari ereditare anche soldi e proprietà alla morte.

Quei pochi che fanno l’elemosina non danno soldi sufficienti ad aiutare realmente anche se ne avrebbero la possibilità. le cifra sono quasi sempre sotto a 1 euro, 50 centesimi, addirittura 20 centesimi, quasi mai 5 euro o 10 euro.  Dipende dalla città in cui si vive. In città piccole al massimo se ne incontrano 2 o 3 girando per strada (per l’equivalente di 15 euro se si da 5 euro a testa), in quelle grandi anche 20 o 30.

I motivi di queste richieste nei confronti degli immigrati sono facili da dedurre: che gli sfortunati non si lamentino e rimangano dove sono fa comodo a chi è fortunato ad essere involontariamente nato in un luogo migliore, che si vedrebbe dividere i suoi privilegi, e così nascono guerre tra ricchi connazionali e poveri stranieri.

Gli economicamente fortunati non comprendono che la migrazione in massa va avanti da 150.000 anni, almeno, visto che l’homo sapiens è nato in Africa, e si è trasferito nel resto del mondo a scapito di altre specie di homo che esistevano prima, e che sono state sterminate. E che poiché è la legge di natura, dunque non c’è niente di speciale oggi.
Questa è anche la stessa legge che regola la diffusione del calore, e che porta verso l’equilibrio termico. che si chiama appunto “socialismo”, nella fattispecie: cioè, una ridistribuzione equanime e uniforme delle risorse. fino ad allora, il movimento sarà sempre dal caldo al freddo, sia letteralmente che metaforicamente.

I governanti dicono ai cittadini che devono fare sacrifici per produrre e consumare ancora di più, e non si accorgono, sia i governanti che i cittadini, che si vive con standard e a livelli che alla maggioranza del mondo appaiono fantascientifici, per raggiungere le briciole dei quali i disperati sono disposti a rischiare la vita. Infatti alcuni cadaveri si ritrovano sulle spiagge vicine ai paesi poveri, dove capita, sempre più spesso, di vedere in riva al mare uomini morti che sono stati trascinati lì dalle onde o che sono riusciti a malapena a toccare terra e sono morti lo stesso.

Dopo aver rischiato la vita per passare i confini, ritrovarsi ad avere una sola maglietta e doverla lavare tutti i giorni d’estate. Vivere in una sola stanza in 10 o 20 persone. Sentirsi dire che “si ha tutto ciò che serve” dagli Italiani, e che si deve solo ringraziare, o che si dovrebbe essere presi a sprangate quando ci si lamenta. Si lucra sul terzo mondo e sugli immigrati già arrivati facendoli lavorare in condizioni pericolose. Sentirsi dare dei vigliacchi, pere essere scappati dalla guerra, e parassiti, perché chiedono aiuto, invece di soffrire nel luogo in cui sono nati.

Mentre molti ricchi occidentali usano spesso facebook per postare tutte le mattine foto ad ore tarde delle proprie ricche colazioni dichiarando sottofondi musicali, letture di libri, frasi di buongiorno e orpelli vari.

Alcuni, nella loro incapacità di accettare la realtà, ipotizzano che gli immigrati mentano, e che in realtà non siano poveri, perché hanno pagato una cifra alta per andare su un barcone o un gommone, ma vogliano emigrare rischiando la vita, e vivendo l’odio razziale se rimangono in vita, per altri motivi (quali?) rispetto alla povertà, si dovrebbe capire per quali motivi vanno in contro alla morte e all’odio. Autolesionismo?

Viviamo dunque in una società malata, e che nella testa di una buona parte della gente (a partire dai banchieri, ovviamente) le rotelle non girano per il verso giusto, se il problema maggiore sembra essere appunto produrre e consumare di più.
Naturalmente, una civiltà sana avrebbe da anni destinato una buona parte del proprio reddito e delle proprie risorse a eliminare le disuguaglianze più evidenti, proprio per evitare ciò che era largamente prevedibile, e che infatti si sta verificando. ora, altrettanto naturalmente, è troppo tardi per iniziare un aiuto radicale ai paesi poveri, visto che si tratta di processi a lunga durata, che non possono essere improvvisati.

Molti dei problemi del terzo mondo sono causati dalla storia coloniale e imperialista.
Ad esempio, dopo il quinquennio chiamato “periodo speciale”, dovuto all’improvvisa perdita delle sovvenzioni sovietiche per la caduta del muro, e il crollo dell’80 per 100 della produzione interna. cuba ha fatto ciò che ha potuto: cioè, si è “aperta al mondo libero”, come dicono molti, il che significa che ha costruito alberghi e immesso nel suo corpo i virus dei turisti occidentali.
I quali hanno fatto ciò che oggi gli occidentali temono che gli islamici faranno con loro, ma al contrario. hanno cioè portato con sé i propri bisogni di alcol e sesso, e poiché solo quello i cubani potevano offrire, quello hanno offerto. per qualche anno i cubani hanno tentato l’impossibile: impedire i contatti tra la popolazione e i turisti, e relegare questi ultimi in resort alle quali non potevano accedere i primi. ma poi hanno ceduto, allargando le maglie, e poco a poco il turismo ha invaso l’isola, portando con sé il modo di vita occidentale.
Cioè, bisogni esagerati, spese giornaliere equivalenti allo stipendio mensile di un impiegato locale, eccetera. col risultato che ora più nessuno vuol fare lavori sociali, e tutti vogliono lavorare nel turismo. cosa evidentemente impossibile, per una società. il problema ovviamente non sta in castro, ma nel fatto che cuba è un’isola povera, che non ha molto da offrire, se non le cose che interessano ai ricchi (perché anche i nostri poveri sono ricchi in confronto a loro) occidentali.

saw

Una società del genere, è cieca e avida. Basta vedere il comportamento del gorverno.
Ci sono decine di morti in un tir. e il giorno dopo altre decine di morti in una stiva e lo stillicidio è quotidiano, ma il governo si preoccupa perché il giubileo (!) sta arrivando, e bisogna preparsi a spendere miliardi per i pellegrini…

Ma per quale motivo bisogna accontentare i fortunati e non gli sfortunati?

Per prima cosa non si sceglie in quale luogo geografico si nasce e non si sceglie quali genitori avere. Se grazie al luogo in cui si è fortunatamente nati e i genitori dai quali si è fortunatamente nati si hanno dei privilegi e se ne può godere, dividerli con gli altri è solo un atto di civiltà che sta alla base del contratto sociale per cui si rinuncia alla libertà individuale anche di consumare e guadagnare per aiutarsi tutti a vicenda.

Di sicuro anche gli stranieri dovrebbero imparare a fare una procreazione responsabile. Ma dato che la procreazione responsabile dipende anche dalla propria ricchezza, i non stranieri ricchi potrebbero utilizzare gli anticoncezionali per evitare di dover spendere soldi per esseri viventi che non esistono ancora e utilizzarli per quelli che esistono già.
I cittadini di una nazione ricca invece di sei figli potrebbero farne uno o nessuno ad esempio, e adottarli, in modo da velocizzare l’aiuto ai cittadini della propria nazione, prima quelli, tanto reclamato dai razzisti che usano come giustificazione al fatto che non ci sono soldi per gli altri.
Si potrebbero tagliare i capitali ai ricchi italiani per darli ai poveri italiani in modo da velocizzare “l’aiuto agli italiani, prima agli italiani” tanto reclamato dai razzisti.
Si potrebbe cominciare prendendo dalla chiesa, e dando ai poveri ai quali si rivolge, passando agli imprenditori e dando ai poveri ai quali tenta di vendere, passando ancora ai cittadini e tagliando le eredità che sarebbero privilegi ottenuti senza fare niente dato che non vogliono che gli immigrati abbiano privilegi ottenuti senza fare niente.Se nessuno dei ricchi fa niente per cambiare le cose, e lascia che gli italiani poveri rimangano poveri, per salvare una parte dei poveri bisogna sacrificare degli esseri umani e lasciarli morire di fame, e per scegliere chi sacrificare si può scegliere in diversi modi, ad esempio lanciando una monetina, oppure in base alla cittadinanza, dimenticando che i non residenti possono essere ancora più poveri dei poveri residenti.
Poiché i fortunati non vogliono dividere le loro fortune con gli sfortunati perché così vivrebbero una diminuzione del loro benessere e godimento, l’unica cosa che ci si può aspettare da loro è che diano qualche aiuto agli sfortunati extracomunitari relegandoli in paesi lontani da loro, come si chiude un cane in una gabbia in modo che non disturbi gli umani andando loro vicino e gli si da da mangiare ogni tanto in modo che non muoia.Molti invitano gli immigrati a non pretendere di stare bene grazie agli aiuti, che significa accettare che se ai ricchi gli gira bene danno quello che vogliono e non quello che possono, mentre loro mangiano bene e hanno l’aria condizionata, e non vivono di certo 12 in una stanza come vorrebbero che gli immigrati accettassero tranquillamente di vivere. Accettare la propria condizione senza lamentarsi della sfortuna?Ed è deprimente vedere l’egoismo di certe persone che urlano “tornatene a casa” a chi si lamenta di vivere in 12 nella stessa stanza, d’estate, senza possibilità di raffreddamento dei locali. Uno apprezza una briciola rispetto a niente, ma questo non toglie il fatto che biologicamente ha bisogno di più.
I razzisti possono essere persone simpatiche se si parla di altro. Uno può avere fratelli, sorelle, genitori razzisti, e continuare a volergli bene.
Ma vanno chiamati nel modo corretto: razzisti.Alcuni degli argomenti a favore del non aiuto agli immigrati sono del tipo “loro buttano il cibo” è una generalizzazione, e in quanto tale non va presa in considerazione e “noi non viviamo nel lusso” che è un’altra generalizzazione. Non esiste un noi e un loro. Infatti, ci sono italiani straricchi. Tra i più ricchi nel mondo in italia ci sono michele ferrero e sivlio berlusconi, che possiedono decine di milioni di euro (11,8 berlusconi), dunque non si può fare di tutta un’erba un fascio, tipica azione dei fascisti. E i razzisti dovrebbero imparare la logica prima di sentenziare sul destino delle altre razze.
Noi stessi siamo il prodotto di fenomeni analoghi a quelli che oggi ci pongono di fronte gli immigrati. such is life, e niente è eterno. naturalmente, le prospettive sono diverse a seconda che ci si trovi da una parte o dall’altra della barricata.Per non risalire fino ai barbari (che, ricordiamolo, per i greci erano semplicemente quelli che non parlavano greco, e la cui lingua suonava appunto come un “barbarismo”), gli italiani che oggi si ergono contro gli africani e gli arabi sono i discendenti di quelli che un secolo fa emigravano in argentina o negli stati uniti per motivi analoghi, e venivano visti dagli “Indigeni” nello stesso modo in cui noi oggi vediamo gli immigrati.

FURTI E BENEFICIARI

In certi casi moglie e figli non solo godono del denaro appartenente al marito e padre, ma questo denaro è stato anche estorto o rubato. La moglie e i figli di un banchiere o un imprenditore fraudolento usano (e spesso sperperano) il denaro estorto-rubato dal marito. Si dice che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, ma non ci si preoccupa mai che i denari rubati dai padri non ricadano sui figli (e le mogli).

Tra l’altro, mentre i figli non hanno colpe, almeno fino all’età della ragione, perché si ritrovano i genitori che si ritrovano, i coniugi ne hanno eccome, perché si sono scelti i coniugi che hanno, e una volta scelti e scoperto che erano fraudolenti, se li sono tenuti.

I benefici dei furti dei padri (cioè, i capitali rubati) non devono ricadano su figli e mogli, che pretendono di distinguere l’usufrutto del furto dal furto stesso. Giocando sulle parole, si potrebbe dire che “i conviventi sono conniventi”.

La moglie di un ladro, che usa i proventi del furto del marito, è correa quanto lui. I bambini sono un’altra storia, ma si può arrestare la moglie e madre, e togliere loro la figlia, affidandola ai servizi sociali.

IMPEDIMENTI ALLA SOCIETà IDEALE
Naturalmente, per poter costruire una società del genere, ci vorrebbe un cambiamento di mentalità, che ovviamente richiede tempi storici. Perché non si tratta di cambiamenti sovrastrutturali, ma strutturali.

Nel caso in cui ci fosse l’appoggio dello Stato, avrebbe senso denunciare, e istituire un sistema di delazioni organizzate.
Ma non ha senso denunciare, e combattere da soli, in una condizione in cui lo Stato non si occupa della giustizia, dove nella migliore delle ipotesi quelle cose non servirebbero a niente, e nella peggiore servirebbero ad aggiungere il danno alle beffe.

Tra gli estremi, dell’eroe e del complice, esiste ovviamente un’intero spettro, in cui ciascuno si può situare dove preferisce. Ma è ovviamente un po’ manicheo, e anche un po’ comodo, pretendere di pensare che non ci siano alternative. E che o si è eroi, o si è complici. E non potendo essere tutti eroi, allora siamo tutti complici. C’è chi lo è di più e chi lo è di meno. E i divi sicuramente lo sono di più degli operai.

IMPEDIMENTO A COMBATTERE L’EVASIONE FISCALE
Non si può essere interessati a fare il gendarme in una società organizzata apposta per permettere agli evasori di evadere. quando però i “liberi professionisti” (idraulico, elettricista, falegname, eccetera) ricattano chiedendo se voglio pagare in nero o essere multato con l’iva, si può preferire la seconda. naturalmente, sapendo benissimo che probabilmente ci si perderà due volte: pagando l’iva, e immaginando che il “libero professionista” non denuncerà il lavoro, e non verserà niente, né le sue tasse né la mia iva.

In una società mafiosa, in cui il fisco stesso valuta a 130 miliardi di euro annuali l’evasione fiscale, la delazione, sarebbe semplicemente di un passo per raddrizzare una situazione ormai fuori controllo. Il solo pensiero che i reati vengano denunciati può turbare molte persone, e questo è parte del problema. Ed è lo stesso atteggiamento che i cittadini del sud (e del nord) hanno verso la mafia, appunto: l’idea di denunciare ciò che si vede e si sa, appare orwelliana. e così la mafia e gli evasori prosperano, grazie a chi non li denuncia.

In una società come la nostra, fare il gendarme è inutile, visto che i veri gendarmi sono pagati per non farlo, dal punto di vista fiscale. Quini il problema dell’evasione fiscale, non è che non si sappia come combattere l’evasione fiscale: non si vuole combatterla. E il governo esprime la volontà dei cittadini che lo eleggono: imprenditori, professionisti, lavoratori autonomi, commercianti, eccetera. una grande associazione a delinquere, parassitaria sul ceto dei lavoratori dipendenti, che come è noto sono gli unici che pagano le tasse, per tutti.

in una società diversa, che combattesse seriamente l’evasione fiscale, attivarsi e contribuire a fare la propria parte a stanare gli evasori, e a piegarli alla legge, sarebbe molto diverso. e la “delazione” sarebbe un obbligo sociale, oltre che un piacere sadico.

la stessa cosa vale per la mafia: perché mai il singolo indifeso dovrebbe fare il don chisciotte, quando si sa che la mafia è protetta, quando non semplicemente espressa, dai più alti vertici dello Stato, e non ne è che l’altra faccia?

SOCIETà IDEALE

 

PARI OPPORTUNITà E PROPORZIONALITà DI GUADAGNO

Per realizzare pari opportunità, e meritocrazia, e proporzionalità, non bisogna essere contrari alla proprietà privata, entro certi limiti, ma all’impresa privata, ed è una bella differenza, bisognerebbe essere anche d’accordo con l’abolizione dell’eredità, e addirittura con l’uso del patrimonio da parte di persone diverse da quelle che l’hanno costituito.

Lenin aveva stabilito un rapporto paritetico tra lo stipendio dei funzionari di partito e dei lavoratori, e la cosa è encomiabile. Sempre in unione sovietica gli stipendi dei professori, o dei medici, era inferiore di una o due volte a quello degli operai, e anche questo è encomiabile. Anche se poi gli accademici (nel senso di membri dell’accademia, un titolo che comunque non era banale ottenere) avevano vari benefici addizionali.

Il motto comunista, “a ciascuno secondo i propri bisogni”, vuole il dare a ciascuno la stessa somma, indipendentemente dal lavoro, poiché evidentemente il lavoro delle persone è diverso, ma presumibilmente i loro bisogni sono gli stessi.

In unione sovietica gli operai guadagnavano due o tre volte più di un professore o un medico, ed è un ottimo punto di partenza, perché fare il professore o il medico è già intellettualmente remunerativo, e non ha bisogno di essere ripagato monetariamente, oltre le necessità di vita. Mentre i lavori usuranti, pericolosi, faticosi, che spesso sono quelli essenziali per una società, è giusto che siano retribuiti di più, in parte per le difficoltà, appunto, e in parte per compensare la mancata gratificazione.

Ovviamente, lavorare molto più di molta altra gente, ma per scelta propria, non può portare a pretendere che qualcuno premi automaticamente (cioè, con uno stipendio alto) per questo.

In fondo, i bisogni materiali degli umani sono più o meno gli stessi, e non si vede perché debbano essere soddisfatti diversamente: a qualcuno la villa al mare, rolex al polso e suv e ad altri il campo profughi, a uno l’aragosta e all’altro le rape.

 

SOLUZIONI
Dalle argomentazioni contrarie all’impresa privata si può dedurre che un sistema senza persone che traggono vantaggi a spese degli altri costa meno di un sistema con persone che traggono vantaggi a spese e danno degli altri. E queste persone possono essere privati, come avviene strutturalmente nel capitalismo, per sua natura, o pubblici, come avviene degenerativamente nel comunismo reale, contro la sua natura.

Dai servizi non ci si può aspettare un profitto, anche se si può richiedere un’ottimizzazione della spesa.
La differenza (teorica) tra il pubblico e il privato, è che il privato fa gli stessi servizi del pubblico, ma a prezzi maggiori, perché il surplus viene incamerato dagli imprenditori privati.Naturalmente un sistema economico ha bisogno di UNA banca, che può benissimo essere senza banchieri e statale. Eliminare il sistema bancario privato sarebbe un ottimo passo non solo per risolvere la crisi (nazionalizzando le banche sovraesposte, invece di prestare loro denaro a tassi agevolati perché loro lo riprestino a tassi elevati), ma anche per istituire un “nuovo ordine morale”.
Lo stesso principio che vale per l’abolizione delle banche private, vale anche per l’abolizione degli editori privati, delle scuole private, degli ospedali privati, e dei trasporti privati, eccetera.

Si può immaginare una società ideale.

Abbiamo tutti una eredità enorme, che non ci siamo guadagnati, dovuta a milleni di lavoro fatto da chi ci ha preceduti, ma che potremmo utilizzare per vivere senza sofferenze. Una eredità fatta di scienza, e cultura. Tecnologie che potrebbero essere utilizzate per eliminare gran parte dei lavori, e le conseguenze negative connesse alla dipendenza dal lavoro per i bisogni primari come l’abuso di potere da parte dei datori di stipendio. Ma, forse non ce ne accorgiamo, e non la utilizziamo.

L’unico modo razionale e “umanistico” di procedere, sarebbe di produrre e consumare socialmente, e di suddividere equamente guadagni e perdite tra tutti.
Impedendo che alcuni abbiano il potere di diffondere i propri spot come più gli piace.
Naturalmente, perché questo abbia senso, non può essere fatto solo all’interno delle nazioni, ma dovrebbe essere realizzato globalmente. La vera globalizzazione sarebbe quella: un sistema economico planetario di produzione e di consumo dell’utile (mentre le imprese, PiccoleMedieGrandi, in genere tendono a produrre il vendibile, che non coincide affatto con l’utile e a veicolare messaggi che non coincidono con il benessere sociale).
In tal modo, le crisi sarebbero soltanto mondiali, e ripartite spalmandole su tutti.

diverso ovviamente il discorso per i lavoratori dipendenti, che dal sistema vengono sfruttati, e che ricevono dunque il danno e le beffe.

Dovrebbe avvenire una garanzia di vita e allo stesso tempo una parità di opportunità.

La vita di ognuno dovrebbe essere garantita attraverso la soddisfazione dei bisogni primari.
Partire da un minimo di garanzia, che può essere monetaria, o di beni necessari alla sopravvivenza forniti dallo Stato e prodotti nel modo meno dispendioso possibile, quindi attraverso macchine e intelligenza artificiali al posto del lavoro degli esseri umani. Quel minimo, una volta garantito a tutti, dovrebbe essere la base di partenza per poter soddisfare i propri desideri secondari che eccedono quelli primari. E quindi sarebbe necessario eliminare tutti quei vantaggi differenti dalla sopravvivenza di base come l’eredità, e in questo modo ci sarebbe un livellamento, e ci potrebbe essere la meritocrazia.

la mancanza di libertà economica, lungi dall’essere un problema, potrebbe essere la soluzione. in fondo, il patto sociale ha introdotto un’analoga mancanza (o meglio, limitazione) della libertà individuale, per raggiungere il fine superiore di una società più civile e organizzata. nello stato (selvaggio) di natura c’era libertà individuale, in particolare di assalirsi l’un l’altro e di regolare i propri conti individualmente. non per questo oggi torneremmo a quello stadio. e il mercato non è altro che la versione economica dello stato selvaggio di natura, esattamente come il sistema centralizzato è l’analogo del patto sociale.

La differenza tra generi necessari/utili e quelli inutili/dannosi è facile da fare: i primi si comprano spontaneamente, i secondi richiedono un convincimento (detto anche lavaggio del cervello). basterebbe guardare le pubblicità, e abolire tutto ciò che viene pubblicizzato, per rendere il mondo subito molto migliore. e anche per individuare i “parassiti” del mercato: da entrambe le parti della barricata, cioè, chi la pubblicità la fa per i propri prodotti, e chi la gestisce come prodotto esso stesso.Per quanto riguarda le tasse che non fanno guadagnare le aziende.
Coloro che giocano al Capitalismo, e che l’hanno sfruttato fino a quando è andata loro bene, non possono ora lamentarsi perché degli alti e bassi vorrebbero solo gli uni, e non gli altri. Ovvero, “chi è causa del suo sistema, pianga se stesso”.

la differenza tra la società spartana e la nostra è che la prima funzionava in una sola città, e poteva effettivamente “livellare” in partenza i bambini, permettendo loro di emergere in seguito in base alle proprie doti.

la nostra, che ha ovviamente una complessità diversa, non fa nessun livellamento. Nella società basata sulla ricchezza determinata dal caso della domanda e dell’offerta, i genitori mandano i figli a scuola, ma i vantaggi che le scuole forniscono ai figli si differenziano in base al loro costo, e così i bambini finiscono per emergere in base ai capitali dei genitori, invece.

toglierli ai genitori e li educa collettivamente, lasciando poi che sia l’ereditarietà genetica, e non l’eredità economica, a farli emergere.

in realtà quel modello, in gradi diversi, è stato applicato anche in occidente. pensi ad esempio al sistema dei collegi inglesi, da eton in giù (o in su), dove i rampolli della società vengono, o venivano, tolti dalle famiglie per essere educati a “servire il re e il raj”. non si trattava di scuole, nelle quali si entra per qualche ora al giorno, per poi tornare alle famiglie. ma di veri e propri collegi, in cui si vive(va) per tutto l’anno scolastico. anche se si è, o era, l’erede al trono.

COSA SI PUò FARE

C’è differenza tra dire “questo sistema è fantastico e mi fanno schifo gli altri sistemi possibili e anche chi li propone” con il sorriso e dire “questo sistema è una giungla perpetua, mi fa schifo e mi piacerebbe che le cose cambiassero, ma purtroppo non so come fare e dobbiamo tenerci quello che ci siamo ritrovati”. Entrambe le persone che danno questi due giudizi opposti al sistema continuano a vivere nello stesso sistema, ma uno festeggia perché il sistema è così e sfrutta tutto quello che si può ritrovare nella vita senza lamentarsi del fatto che il caso ha voluto che ad altri non accadesse lo stesso e l’altro invece lo usa per fare quello di cui ha reale necessità e lamentandosi che le cose stiano così trova altre persone che la pensano come lui oppure ne influenza altre che ancora non lo pensavano.
E possono parlare entrambi nel modo in cui parlano utilizzando le tecnologie inventate da matematici e prodotte da ingegneri, designer, operai e altre macchine. Affermare questo e utilizzare degli strumenti non è contraddittorio. Perché non sono gli strumenti che non dovrebbero esistere, ma il sistema con il quale siamo costretti a sopravvivere dalla nascita. Lo smettere di usare ogni tecnologia da parte di un cittadino non cambierà di certo il sistema economico. Inoltre, gli smarthpone e i computer, sono decisamente utili, sorpattutto nel sistema in cui viviamo. Quindi l’esempio non è dei migliori. Semmai è cosa ci si fa che può essere inutile. Ad esempio parlare di make up e borse attraverso questi strumenti!

Questo è soltanto affermare, dire come stanno le cose. Non è combattere. Anche perché il capitalismo si combatte in gruppo. è affermare che abbiamo tutti una responsabilità sull’ecosistema, sulle persone, nel nostro amplificare le sensazioni ed emozioni piacevoli, dal make up, agli effetti speciali nei film per quanto riguarda la vista, ai profumi per quanto riguarda l’olfatto, alla musica in discoteca per quanto riguarda l’udito, discoteche nelle quali spesso finiscono i divi pagati dalle 5mila euro in su per quasi un’ora di presenza, ai cibi ricchi di calorie ecc. C’è una lista infinita di azioni che ci rendono responsabili.

Tutti i costi della crisi vengono scaricati sui lavoratori e sui giovani, e nessuno sulle banche e sulla finanza.
Se accade un convergere della crisi economica mondiale e della crisi politica, e dall’altro la mancanza di prospettive realistiche per risolverle entrambe, la rabbia in un Paese sale.
Non c’è dunque da stupirsi che qualcuno si secchi e passi alle maniere forti. Semmai, c’è da stupirsi c’è che siano pochi a farlo, mentre la maggioranza dell’intorpidita popolazione sembra pensare o che le cose vadano bene così (la maggioranza governativa) perché loro economicamente stanno bene nel presente, o che esse si possano cambiare con azioni dimostrative quali una mezza giornata di assenteismo parlamentare o una manifestazione pacifica (l’opposizione).
Poiché i diritti bisogna conquistarseli, e non vengono certo regalati benevolmente da chi lnvece li calpesta per i propri interessi economici, oltre che per la propria ideologia razzista e classista, le azioni di massa e la lotta armata a volte possono servire.
Forse, se chi ha gli strumenti per fare comunicazione, come fotografi e grafici, facessero foto a fotomodelle per comunicare in proposito a certi temi politici ed economici certe rivolte non sarebbero inutili.

Ma alcuni limitano gli altri perché hanno paura che l’incapacità possa produrre fotografie fatte male e brutte. Ma comunicare male è un rischio accettabile, rispetto a non comunicare per niente, perché al massimo ciò che può succedere è di giudicare insufficiente una certa fotografia. Di conseguenza a questo ragionamento si può concludere non possa essere utilizzato come giustificazione al non comunicare in fotografia e non contribuire alla lotta politica.
Inoltre, per comunicare bene si deve iniziare, e dato che non si nasce imparati, è probabile che si inizi comunicando male, e solo dopo un certo numero di volte si migliora. Quindi, è necessario permettere a tutti di fare esperienza in questo settore.

Naturalmente, per poter protestare e ribellarsi bisogna verificare ai giudizi che si danno sulle situazioni economiche dei Paesi. Perché, ciò che qualcuno ritiene essere una “condizione economica disperata”, da altre prospettive potrebbe sembrare un miraggio, non necessariamente da raggiungere (“non necessariamente”, perché in certi paesi si trovano addirittura interessanti libri di “economia buddhista”, che da noi farebbero naturalmente ridere i guru della finanza), ma certo non da considerare una rovina.

VALORE DEL LAVORO
Qualcuno si può “fare il culo” per vendere oggetti totalmente inutili, che hanno un dispendio di energia fisica e psicologica, un utilizzo di risorse materiali, inquinano, e tolgono soldi da altre parti, anche se piacciono e piacciono a tanti. La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti. Fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Siamo i figli di mezzo della storia. Non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo né la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale. La nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star… ma non è così e lentamente lo stiamo imparando.GIUSTIFICAZIONE DELLA PRODUTTIVITà PER L’OCCUPAZIONE
Le persone non sono interessate nel comprendere quale sia il valore del proprio lavoro per la società, e ad alimentare i lavori socialmente utili e impedire i lavori socialmente inutili, poiché ritengono di maggiore importanza il fatto che il lavoro dia reddito indipendentemente dalla sua utilità sociale.Il considerare l’apertura dei musei un servizio pubblico essenziale, alla pari del pronto soccorso, è ridicolo.La risposta dei governi alla tragedia della disoccupazione è escogitare forme più o meno plausibili di crescita dell’occupazione, intesa come occupazione produttiva, cioè come produzione di merci che dovranno essere acquistate. Ed è una risposta inadeguata e insostenibile: il consumo è motivato o dal bisogno o dal desiderio superfluo che consiste nello spreco. Ma chi ha bisogno spesso non ha risorse per consumare e chi ha risorse spesso non ha bisogno, inteso nel reale senso del termine, di quel che viene prodotto. Si tratta allora di incoraggiare lo spreco, ad esempio attraverso la pubblicità, il che vuol dire, nella maggior parte dei casi, mascherarlo da bisogno. Creando desideri nelle persone, che esse non immaginavano di aver mai potuto avere. In questo processo psicologico prodotto dal mercato rientra anche l’atto del fotografare. Chi produce fotocamere si preoccupa anche di produrre il desiderio delle fotocamere. Così chi produce foto o chi si fa fotografare per produrre foto si preoccupa di produrre desiderio pubblicizzando ciò che fa. Ognuno è responsabile in minima parte dell’esistenza di tale processo. Lo spreco ha evidenti conseguenze distruttive, sia sull’ambiente naturale che sulle persone. L’aria si fa irrespirabile, la temperatura aumenta, le persone si affaticano, i loro corpi si usurano, la loro emotività subisce frustrazioni, ansie, e sofferenze. Ma tutti questi disastri sono inutili: la tecnologia rende la produzione sempre più efficiente e sazia i bisogni, veri o presunti che siano, con un impiego sempre minore di lavoro umano. Quindi, per quanto efficace sia la pubblicità nell’indurre nuovi bisogni, lo spettro della disoccupazione non verrà esorcizzato e anzi si presenterà in modo sempre più angoscioso.

Il problema è che siamo talmente ciechi alla normalità che ci circonda che ci sembra giusto così. Pensare che la colpa è delle multinazionali è da complottista e soprattutto da persone che credono che i politici e le multinazionali abbiano un potere ultraterreno che non dipende dai singoli consumatori. Ma invece, non è così. Dipende da tutti noi.

 

CONSEGUENZE FUTURE DELLA POLITICA
Gli italiani sono ormai quasi tutti borghesi, e non si vede chi dovrebbe combattere contro chi. nessuno dei partiti in lizza, propone un cambiamento del sistema. tutti pretendono invece, ciascuno a modo loro, di proporre rimedi per farlo funzionare.

Perciò, non essendoci grandi quantità di europei poveri, più che una guerra civile, si potrebbe invece immaginare una guerra di popoli. Cioè, tra gli europei asserragliati in difesa del loro stile e tenore di vita, e gli extracomunitari che anelano almeno a una vita non di pura sussistenza. E infatti, uno dei punti di molti partiti è appunto una chiusura nei loro confronti, a conferma del fatto che stanno dalla parte di tutti gli altri. “i partiti sono tutti uguali”, anche chi pur illudendosi che chiamarsi “movimento” invece che “partito” sia sufficiente a essere diversi.

Immaginare che la giustizia sociale possa essere raggiunta solo a patto che tutti i nostri simili – o la maggior parte di essi – siano o diventino esseri umani decenti o virtuosi, o quello che definiremmo tale secondo i nostri parametri è bello ma ingenuo.
La mia libertà personale, le mie prospettive di carriera, la mia sicurezza, la mia capacità di autodeterminarmi non possono dipendere dalla benevolenza o dall’intelligenza degli altri. Io sarò libero/a e sicura quando vivrò in una società a prova di imbecille. Sarò tale non quando non ci saranno più maschilisti, o razzisti, o cafoni, o stupidi, o superficiali, o narcisisti, ma quando questi non potranno più danneggiarmi. E questo risultato si raggiunge con leggi apposite che mi proteggono contro i loro abusi e mi danno i mezzi materiali e politici per difendermi. E dunque, le minoranze si devono occupare della politica anche se molti altri si disinteressano, buttando via la scheda elettorale. Perciò uno può anche disinteressarsi, ma dissuadere gli altri dall’interessarsi come fa chi non sente il bisogno di interessarsi è immorale. La cosa importante è che queste persone improduttive a livello sociale per un miglioramento siano limitate o penalizzate (con tassazioni) nelle azioni che possono provocare danneggiamenti. Anche considerando le minuzie, come nel caso di chi preferisce fare shopping e dedicarsi al consumismo estetico, l’enorme uso di risorse del pianeta per produrre continuamente nuovi vestiti, accessori, e mezzi di amplificazione dell’estetica.

Perciò, un approccio “empirico” al problema del regime economico dovrebbe tener conto degli obiettivi (nel senso sia di ciò che va realizzato, che coloro per i quali si realizza), oltre che ovviamente dei risultati.

C’è a chi il capitalismo sta bene perché, bene o male, ne trae benefici (anche chi cazzeggia su internet ) e quindi gli appare un ottimo sistema, visto che appunto gli permette di vivere come vive. Il problema che però si è moralmente tenuti a porsi è quali sono i costi del vivere così, e chi li paga.
Ovvero, chi si sfrutta per mantenere il sistema e tenore di vita “capitalista”?
Infatti, che i venditori guadagnino è giusto se in modalità e quantità non dannose, in quanto devono soddisfare i propri bisogni primari e creare il proprio benessere, ma è ingiusto se in modalità e quantità dannose per la società.

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Evidentemente c’è qualcosa che non funziona nel sistema da un punto di vista etico. E non funziona per un motivo semplice: nel “capitalismo” è insito in maniera strutturale lo sfruttamento.
Infatti, il principio esposto da tutti i procapitalisti è che i consumatori possono essere sfruttati se non sono abbastanza attenti perché “se lo meritano”. A questo punto la società non ha come missione la difesa dei diritti dei cittadini, ma ha come missione il garantire la libertà ai venditori di sfruttare i cittadini che non si accorgono di essere sfruttati per soddisfare il proprio desiderio di guadagno.

Se no, non ci sarebbero sette volte più carcerati nelle carceri (private), non ci sarebbero paesi spremuti come limoni, e invasi come piaghe d’egitto (non lontano dall’egitto, appunto).

Poi, se uno vuole farsi giustificazioni razionali sul fatto che sia giusto e bello così, per il solo fatto che è dalla parte fortunata, bene. Se invece uno non vuole, magari guarda altrove, politicamente.

il capitalismo, inteso come ai tempi del “manifesto” di marx ed engels, era un sistema brutale, che ha costruito il benessere occidentale con mezzi che oggi neppure i più retrogradi e reazionari capitalisti oserebbero riproporre: dagli orari di lavoro inumani, tipo 15 ore giornaliere a fronte delle 40 ore settimanali attuali, al lavoro minorile, anche dei bambini. per non parlare delle condizioni del proletariato russo ai tempi della rivoluzione, quando ancora i contadini appartenevano alla proprietà terriera, come se fossero macchine o suppellettili, e non potevano muoversi nel paese senza permesso: molto peggio che nell’unione sovietica, in altre parole.

Chi pensa che il comunismo porta immancabilmente alla rovina una nazione, deve considerare che la Cina non è affatto rovinata, e che invece molti paesi occidentali lo sono, benché capitalisti.
E inoltre, non si può ignorare la crescita economica cinese, e a una crisi economica occidentale che dura dal 2008, e non accorgersi che i debiti degli stati occidentali, in particolare degli Stati Uniti, sono appunto comprati in buona parte dalla Cina. Dunque il legame tra sistema politico e successo economico regge poco.

c’è stata nei decenni passati una continua alternanza al potere dei due sistemi, capitalista e comunista. anche se oggi, con la scusa (in parte inventata, appunto come mezzo di lotta reazionaria) della “crisi”, il capitalismo ha tirato di nuovo su la testa in forma selvaggia, o quasi. e toccherà fargliela riabbassare nel modo in cui è stato fatto nel passato: attraverso lotte e conquiste, spesso molto cruente, che hanno inserito elementi di umanità, o umanesimo, nel sistema selvaggio di allora, e in parte di oggi.

SISTEMI A CONFRONTO
Se si vuole confrontare un sistema con un altro sistema, è pericoloso, per chi non abbia mai sperimentato direttamente un sistema politico, affidarsi semplicemente a ciò che legge sui giornali, sente alla radio o vede in televisione. Cioè, tanto per cambiare, alla propaganda occidentale a proposito dei regimi “oltre cortina”. I media occidentali, rimangono, e continuano a contenere solo metà verità, e noi continuiamo a non sapere quali. come sarebbe pericoloso, a scanso di equivoci, l’inverso: cioè, affidarsi alla propaganda comunista sui sistemi occidentali.

Dal punto di vista materiale la vita nei regimi comunisti è a volte  più complicata. Ma questo non solo permette, ma addirittura stimola, una vita più intensa e interessante dal punto di vista sociale. Basta “origliare” per la strada le conversazioni tra gente sconosciuta, e accorgersi di quanto siano vuote quelle nei paesi capitalisti, e sempre e solo rivolte e finalizzate a comprare merci.
Passeggiare per le strade delle grandi città occidentali, può generare la sensazione di “schifo” e di rigetto per quella che kundera chiamava, nel suo romanzo, “l’insostenibile leggerezza dell’essere”, che era appunto quella che chi proveniva dai paesi oltre cortina trovava e sperimentava negli occidentali dei paesi occidentali.
Nel film “goodbye, lenin”, si percepisce la stessa sensazione. Detto in una parola, ovviamente banalizzante, la gente nei regimi comunisti è viva, seppure (o perché) in rivolta, mentre quella in occidente è morta nell’animo, completamente intossicata da media che la sballottano come, almeno qui nella “serva italia”, ma non solo.

i “libercoli” che in genere si trovano in testa alle classifiche, dai manuali di cucina ai romanzetti sui quali si esaltano (a comando) le terze pagine dei giornali, effettivamente sono parte dello “schifo” dell’occidente, e del sistema mediatico che li proprina come “oppio dei popoli” della modernità.

Una insolita isola socialista che resiste alla crisi in Spagna. Così si vive a Marinaleda (Andalusia) dove i lavoratori governano una città e quando serve occupano le terre e fanno la spesa proletaria nei supermercati.

Juan Manuel Sánchez Gordillo, che ha dominato le prime pagine nei giorni scorsi dopo aver condotto un “spesa proletaria” di cibo nei supermercati per consegnarlo ai bisognosi insieme al Sindacato Andaluso dei Lavoratori (SAT), è certamente un leader singolare all’interno della classe politica spagnola.

Eterodosso tra gli eterodossi, le sue azioni passate hanno attirato critiche anche nei ranghi di Izquirda Unida di cui fa parte dal 1986 la sua organizzazionenel quadro del Blocco Andaluso-IU.

Insieme a Diego Cañamero, Sánchez Gordillo è stato un leader storico del Sindacato dei Lavoratori del Campo (SOC), la spina dorsale della corrente SAT. Inoltre, dal 1979 è il sindaco di Marinaleda, una piccola città di circa 2.600 abitanti tra Cordova e Siviglia (chiamata la “padella dell’Andalusia” per il caldo, NdT) dove negli ultimi 40 anni ha esercitato una egemonia autorevole ed assoluta. Il sostegno e l’impegno degli abitanti del paese ha contribuito a lanciare un vero e proprio esperimento politico ed economico, una specie di isola socialista nel mezzo della campagna andalusa.

La rossa Marinaleda ha camminato attraverso la storia della Spagna, con la transizione, con l’entrata in Europa e la caduta dell’Unione Sovietica, fino al ventunesimo secolo. Infine, è arrivata la crisi economica e questa città andalusa ha avuto la possibilità di verificare se la sua utopia particolare, atuata in 25 chilometri quadrati, sia davvero un’alternativa ai mercati.

L’attuale tasso di disoccupazione a Marinaleda è pari a 0%. Gran parte degli abitanti sono impiegati nella Cooperativa Humar – Marinaleda SCA, creata dagli stessi lavoratori, dopo anni di lotta. Per molti anni, i contadini hanno occupaato le terre di Smoky, dove oggi sono organizzati in cooperativa, e spesso sono stati sfrattati dalla Guardia Civil. Infine, nel 1992 raggiunto il loro obiettivo: “la terra a chi la lavora” e la proprietà divenne della cooperativa. Sul loro sito web è scritto in chiaro che il suo “obiettivo non è il profitto privato, ma la creazione di posti di lavoro con la vendita di prodotti agricoli sani e di qualità”.

Tutti gli stipendi della cooperativa sono uguali: circa 1.200 euro al mese. Nei loro campi si coltivano fagioli, carciofi, peperoni rossi (pipas) e olio extravergine di oliva, controllati dai lavoratori in tutte le fasi della produzione. Il terreno, che si trova nella Vega Genil, di proprietà della “comunità”, e hanno anche una fabbrica di conserve, un mulino, serre, strutture di allevamento e un negozio. I salari di tutti i lavoratori, non importa quale sia la loro posizione, è di 47 euro al giorno, sei giorni alla settimana, al ritmo di 1.128 euro al mese per 35 ore settimanali.

In alta stagione, il lavoro cooperativo impegna almeno 400 persone seguendo il motto di “lavorare meno per lavorare tutti”. In aggiunta, ci sono anche persone che lavorano su piccoli appezzamenti di proprietà. Il resto dei settori chiave dell’economia sono legati ad attività rurali, negozi, sport e pubblica utilità. Praticamente tutti in città guadagnano lo stesso di un lavoratore a giornata, circa 1.200 euro al mese.

In un’intervista pubblicata il mese scorso, Gordillo stesso ha spiegato come la crisi stia colpendo Marinaleda. “Essa colpisce un po’ i prezzi dei prodotti agricoli e dei finanziamenti. Abbiamo problemi di liquidità, ma stiamo vendendo buoni prodotti. ” Così, “in termini generali, in agricoltura e nella produzione alimentare la crisi si è sentita meno. Resta il problema delle persone che avevano lasciato la campagna per andare lavorare nel settore delle costruzioni . Quindi occorre mantenere l’occupazione lì, ma bisogna aumentarla. L’agricoltura biologica offre più posti di lavoro rispetto ai tradizionali, questo è vero. Certo per salvarla dalla situazione di crisi e l’aumento dei prodotti agricoli, si è cercato uno scambio orizzontale, con un dialogo di cooperazione e relazioni di cooperazione con gli altri paesi hanno esperienze di questo tipo”.

La questione delle abitazioni

Di fronte al ‘boom immobiliare’ e la speculazione che ha colpito il mattone in Spagna negli ultimi decenni, Gordillo ha deciso di mandare Marinaleda esattamente nella direzione opposta. Si può avere una casa in buone condizioni, di 90 mq e con terrazza, per 15 euro al mese. L’unica condizione è che, secondo la filosofia assemblearia e orizzontale che guida tutte le sue attività, ogni persona dovrebbe aiutare la costruzione della vostra casa.

L’amministrazione offre terra e fornisce materiali per la costruzione di alloggi, da parte degli inquilini stessi che pagano qualcuno per sostituirli. Così, come ci sono professionisti pagati per consigliare i residenti e svolgere i compiti più complicati. Inoltre, come misura per incoraggiare la collaborazione, i futuri inquilini non saranno quale delle case che si costruiscono sarà in futuro la sua.

“Quando si lavora, per la costruzione della casa si pagano 800 euro al mese e si riserva la metà per pagare la casa,” dice Juan José Sancho, un abitante di Marinaleda che, nonostante i suoi 21 anni, fa parte del ‘gruppo di azione” ed è responsabile, attraverso il gruppo, di gestire gli affari pubblici della città. Secondo lui, “questa misura è stata presa per non speculare sulle case vuote.”

La scuola e l’educazione

“Dove prima gran parte dei lavoratori a giornata riusciva a malapena a scrivere, oggi c’è una scuola materna, una scuola e un istituto. Sia la scuola materna che la scuola dispone di un servizio mensa che costa solo 15 euro al mese. Tuttavia, come ha raccontato Sancho, “tasso di disaffezione alla scuola è un po ‘alto, perché la gente vede che la casa e il lavoro sono assicurati, molti non vedono la necessità di adoperarsi negli studi. Uno dei punti su cui abbiamo bisogno per migliorare.”

L’impegno e la consapevolezza politica tra gli abitanti di Marinaleda è superiore a qualsiasi altra città della zona, ed “è anche qualcosa che è molto presente tra i giovani”, secondo Sancho. “Qui tutti i giovani hanno idee politiche. Tuttavia, il nostro impegno è di gran lunga inferiore a quello dei nostri genitori che hanno dato tutto per avere questo. ” Oggi “abbiamo tutti i bisogni soddisfatti e la gente si adagia un po”.

La partecipazione politica

I pilastri su cui poggia il modello economico Marinaleda sono l’uguaglianza e la partecipazione del popolo. E questi principi sono estesi a tutti i settori della vita, anche politica. Non esiste la polizia e le decisioni politiche vengono prese in una riunione in cui tutti i residenti sono tenuti a partecipare.

D’altra parte, “c’è una ‘task force’, che affronta le questioni più pressanti della giornata. C’è un gruppo di eletti, sono persone che vogliono aderire volontariamente per condividere le attività necessarie alla popolazione”, dice Sancho. “Si tratta di un gruppo eterogeneo, siamo più o meno lo stesso numero di uomini e donne. ” Tuttavia, una cosa che hanno in comune tutte le persone coinvolte in esso e che appartengono al “movimento” e, come segnala il sito di Marinaleda, “il partito (UI), l’unione (SAT) e la città fanno parte di un tutto. L’assemblea ha deciso e il partito e il sindacato, si associano per applicare tale decisione nella città “.

Per quanto riguarda le tasse, “sono molto basse, le più basse in tutta la regione”, speiga Sancho. I bilanci sono discussi in pubblico e la gente in assemblea approva. Poi, la discussione si sposta quartiere per quartiere, nelle assemblee dei “vecinos” (inquilini,residenti, NdT), ed è questo che decide ciò che viene investito ogni euro.

Ambiente

Seguendo la indicazioni del coordinamento internazionale Via Campesina, alla quale il SAT aderisce, è lavorare la terra in modo “ecologico, al 100% una agricoltura pratica”, come la cooperativa annuncia sul suo sito web. “Nella cooperativa si è sempre cercato di promuovere l’agricoltura manuale, per creare più posti di lavoro e di essere più ecocompatibili”, dice Sancho. Inoltre, “sono stati rimossi i rifiuti e tutte le discariche di rifiuti adottano impianti di riciclaggio”. Gli obiettivi dell’Ayuntamiento (Municipio) è ora quello installare un proprio punto verde nella cittadina.

anche se gli occidentali tendono ad ipostatizzare il sistema democratico, in realtà esso non è che una particolare forma di organizzazione del potere, adatta in certi tempi, per certi tipi di società, e a certi livelli di complessità. e contiene una buona dose di finzione e di sceneggiata, che serve a dare un’illusione agli elettori di contare qualcosa nella gestione del potere, appunto. ma nel mondo d’oggi e in occidente essi contano molto poco, e probabilmente molto meno di quanto non contino i cittadini in altre società meno sviluppate.

la frustrazione della gente nei confronti della politica è in parte determinata dalla sensazione di non contare appunto nulla, e di essere aggirati in qualunque decisione importante. purtroppo la gente continua a illudersi che cambiando la legge elettorale, o la struttura del senato, o la classe dirigente, le cose si raddrizzeranno. e non prende in considerazione che tutte queste cose non siano altro che distrazioni dall’evidenza: che siamo impotenti di fronte alla globalizzazione, al sistema bancario, alla concentrazione della maggior parte della ricchezza in una minima parte di tasche, eccetera. tutte cose che nessun cambiamento nella sceneggiata politica può cambiare

EDUCAZIONE
Non sarebbe soltanto l’ora di religione a dover sparire dal curriculum scolastico, ma anche le varie ore “diseducative”, che tendono a diffondere pensieri inutili e/o dannosi. Rivoluzionando radicalmente i programmi di filosofia e di lettere, evitando tutto ciò che porta a una letterale psicosi, nel senso del rifiuto del principio di realtà.

DISINTERESSE TOTALE PER I PROBLEMI ECONOMICI E INTERESSE PER LE REGOLE MORALI DELL’ESPOSIZIONE DEL CORPO

In principio fu Belen Rodriguez, la grande madre di tutti glispacchi mozzafiato. Ricordiamo bene una storia di abiti sexy, di farfalline inguinali, di dibattiti interminabili sulla presenza o meno di biancheria intima di ultima generazione. Il tutto sul palco di Sanremo nel 2012, dove l’apparizione della showgirl argentina in un indimenticabile abito azzurro e rosa sancì la definitiva affermazione di Fausto Puglisi, lo stilista ideatore dell’iconico dress dal chilometrico spacco che a tanti dibattiti ha dato il via.

Se una star si vuole mostrare con dei centimetri di pelle scoperta sulla zona più vicina a quella che per legge deve essere coperta molte persone che appartengono a nazioni in cui si possono tollerare certi gradi di esposizione del corpo nudo in certi contesti e in certe modalità ritengono che lo possano fare ma solo se rispettano dei parametri come la depliazione, o l’assenza di segni dell’abbronzatura, sennò la ragazza in questione non ha classe, è oscena, non ha eleganza.

Per altri invece non costituisce nessun problema il modo in cui l’inguine appare, e può apparire in qualsiasi modo voglia la persona che lo espone.

Altri invece di chiedersi perché si siano esposte senza depilarsi si chiedono per quale motivo la gente “normale” dovrebbe esaltarsi alla messa in scena commerciale della messa in scena cinematografica, soprattutto in momenti di grave crisi economica. E pensano che se le cose andassero come devono, a Venezia (o a Roma) scenderebbero in forza folle inferocite, a inseguire i divi non per un autografo, ma per una bella bastonata.

E invece, scendono in folla giovani e vecchi inebetiti, alla caccia disperata di biglietti per poter presenziare alla prima dei film che si potranno comodamente vedere dopo un paio di settimane in qualunque sala cinematografica, e poi direttamene su netflix. In subordine, o in superordine, la stessa folla spera di poter cogliere dal vivo la mirabile visione delle loro dive o dei loro divi preferiti. Le quali e i quali sono appunti lì a pavoneggiarsi, visto che altro in fondo non sanno fare, dentro e fuori le pellicole cinematografiche.

La conferma viene dalle conferenze stampa, nelle quali decine di giornalisti pongono loro sempre le stesse domande, indipendentemente dai film e dagli interpreti: Qual è il suo personaggio? Cosa ha provato a interpretarlo? E a recitare insieme agli altri interpreti? E a lavorare col regista? E, naturalmente, ricevono sempre le stesse risposte: Per me è stata un’esperienza straordinaria. Non avrei mai immaginato di poter recitare con questo o quella. Regista e interpreti sono i più grandi con cui mi sia mai capitato di lavorare.

Ma si sa che la produzione di ricchezza a spese degli altri è normale, mentre mostrare un pò di inguine non lo è.

L’esposizione pubblica di vulva, natiche, ano in fotografia: la trinità dello scandalo sociale

Migliaia di persone nel mondo fotografano persone in posizioni in cui sono visibili le loro vulve, peni, ani, o si autofotografano in posizioni in cui è visibile la propria vulva, il proprio pene, il proprio ano, o si fanno fotografare in posizioni in cui quelle parti anatomiche sono visibili. A volte vengono fotografati in modi davvero particolari, sfruttando le leggi ottiche e psicologiche umane, per le quali un oggetto può sembrare o ricordarne un altro totalmente diverso se posto in un certo modo.
Il fotografo Allan Teger ha fatto moltissime foto chiamate “bodyscapes” in cui i corpi, spesso vulve, peni, natiche, ombelichi, diventano qualcosa di diverso da un corpo, spesso paesaggi, montagne, stagni, cespugli, onde del mare e così via.
Una vulva con sovrapposti parti di un hamburger può sembrare un hamburger.
Queste foto prodotte nei modi più diversi vengono anche usate nei modi più diversi, a volte rimangono ferme nell’hard disk, a volte vengono stampate, a volte caricate nel web, a volte esposte in luoghi chiusi.

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Specismo e nudità

DISINTERESSE PER L’OGGETTIFICAZIONE DI ANIMALI NELLE FOTO (SPECISMO)

La fotografia può (e il “può” intende significare che non è necessario né obbligatorio) essere un mezzo comunicativo. Ovvero, può comunicare messaggi.
Invece che dire con la voce o la scrittura una frase del tipo “fare x è giusto” o “fare y è sbagliato” si può produrre una fotografia che in qualche modo può far intuire una certo pensiero.
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7b – Storia e descrizione della tecnologia fotografica

L’IMPORTANZA DELLA TECNOLOGIA FOTOGRAFICA
Non si può prendere letteralmente la frase di Henri Cartier Bresson “E’ un’illusione che le foto si facciano con la macchina…si fanno con gli occhi, con il cuore e con la testa”, prima di tutto perché banalmente senza fotocamere non esisterebbero fotografie, che sono immagini ottenute tramite un processo di registrazione permanente e statica delle emanazioni luminose di oggetti presenti nel mondo fisico, selezionate e proiettate da un sistema ottico su una superficie fotosensibile.
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15 – Come liberarsi dalla gelosia causata dalla visione degli altri del corpo nudo dell’amato

A DIFFERENZA TRA AMICO/A, FIDANZATO/A, MARITO/MOGLIE
Le persone chiamano amico/a, fidanzato/a, marito/moglie qualcuno quando quella persona ha determinate caratteristiche e si hanno determinate caratteristiche dentro di sé che influiscono su quella persona per comunicare alla persona alla quale si rivolge che appunto quella persona ha determinate caratteristiche.

Il dizionario dice che amicizia significa: “Reciproco affetto, costante e operoso, tra persona e persona, nato da una scelta che tiene conto della conformità dei voleri o dei caratteri e da una prolungata consuetudine”.

La maggioranza delle persone chiama “amico” e “amica” una persona alla quale permette di compiere delle azioni in sua presenza e coinvolgendo il proprio corpo e la propria emotività che non si permette di fare ad altre persone.

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12 – Selfie, autoritratto e autoscatto di nudo: chi fa da sé(lfie) fa per tre


LA FOTOCAMERA USATA COME SEX TOY O PRELIMINARE SESSUALE

La tecnologia permette di creare situazioni senza la quale non si potrebbero creare. Da un lato c’è chi scopre leggi della natura, e chi le applica progettando apparecchi, e dall’altro chi ha delle esigenze fisiologiche e psicologiche e usa queste tecnologie.
Ma ovviamente senza tecnologie non ci può essere soddisfazione tramite tecnologie, perciò, prima di descrivere questa tecnologia è utile descrivere le invenzioni tecnologiche nell’arco della storia.

Sin da quando nel 1816  Joseph Nicéphore Niépce ottenne la sua prima immagine fotografica (che ritraeva un angolo della sua stanza di lavoro) utilizzando un foglio di carta sensibilizzato, forse, con cloruro d’argento, scoprendo così come si ottengono le fotografia, gli umani hanno iniziato ad avere la possibilità di fare centinaia di cose diverse con quella tecnologia, che ha moltissime funzioni.
La fotocamera ha la possibilità di fotografare qualunque cosa ci sia nel mondo, bella o brutta, e non un solo tipo di oggetto o soggetto
Per prima cosa una fotografia può registrare il momento presente che diventa subito passato, averne traccia, una presenza sottoforma di immagine di un’assenza sottoforma di materia, un supporto alla memoria. Perciò si possono fare le foto per soddisfare la necessità di avere una traccia del mondo e del passato, per la carta d’identità che serve ad avere la sicurezza dell’identità di qualcuno, il quale potrebbe mentire per trarne benefici e sottrarsi alla legge, infatti il documento dispone di alcuni accorgimenti anticontraffazione e ne è pertanto vietata la plastificazione. O può servire per i fatti di cronaca, o per la polizia e i processi penali, o per la scienza, o per ricordare la famiglia, le persone che si amano.
Ma anche per far provare piacere agli altri, rendendo estetiche le cose fotografate, o per inviare messaggi concettuali.

Poiché gli umani sono esseri viventi che si riproducono, e dai cambiamenti puberali fino all’andropausa per l’uomo e la meno pausa per la donna hanno esigenze sessuali, la fotocamera unita a queste esigenze, può acquisire, tra le tante funzioni che ha, la funzione di supporto alla sessualità umana, per farla esistere quando non potrebbe esserci o per amplificare certe emozioni, o creare di nuove.
Sia se la fotografia viene fatta con uno smartphone, una webcam, un tablet, una compatta, una reflex. Sia fatta da qualcun altro che da sé stessi, con la modalità autoscatto, o con la propria mano (selfie). Sia se tenuta segreta nel proprio hard disk o pubblicata sui vari spazi web esistenti, o stampata.

L’eccitazione maschile passa attraverso la vista, come l’eccitazione femminile passa attraverso il tatto. Purtroppo sono sempre troppe le donne che non lo sanno e si ostinano ad accarezzare per ora il proprio partner vestite di tutto punto con pantaloni, stivali, maglione e cappotto. Senza nessun risultato, naturalmente, o con un risultato disastroso, cioè che dopo un pò lui si scoccia, trova una scusa e se ne va.

Diderot scrisse una “lettera sui ciechi a uso dei vedenti”, chiedendosi cosa sarebbe successo a un cieco dalla nascita che acquista la vista: sarebbe riuscito a riconoscere gli oggetti che è stato abituato a riconoscere con altri sensi, come il tatto o l’udito, senza usarli?

Toccare un corpo nudo è diverso dal guardarlo. Pertanto, il guardare ha un suo valore autonomo, e sbaglia chi declassa il guardare rispetto al toccare, baciare e penetrare un corpo nudo, come se guardare fosse inutile e non producesse nessuna differenza. Semplicemente, è un piacere più sofisticato, rispetto ad altre interazioni con la nudità e con l’attrattività dei corpi. E il guardare soggetti e oggetti attraverso il mezzo fotografico è un evento ancora più sofisticato che guardare seduti su di una sedia una persona che si spoglia e si mostra realmente davanti a sé.

Infatti, poiché guardare un corpo nudo dal vivo, può essere piacevole, eccitante, e può anche essere un modo per creare desiderio da soddisfare in seguito, di conseguenza, guardare fotografie, che è simile a guardare oggetti reali, possono produrre lo stesso effetto piacevole ma con modalità molto diverse.

La tecnologia è da sempre utilizzata come supporto alla sessualità umana, e non solo la fotocamera, ma anche il telefono.

telefon
Da quando il telefono è stato inventato nel 1871, cioè quel dispositivo munito di un microfono e di un ricevitore che permette a chi lo utilizza di parlare a qualcuno e di ascoltare qualcuno a distanza, è stato possibile usare anche quello come strumento di piacere sessuale indiretto.
Mentre si parla al telefono si possono raccontare esperienze sessuali passate, oppure descrivere cosa generalmente si apprezza sessualmente, e l’altro può dire “mi stai facendo venire voglia” influenzando a sua volta chi ascolta a eccitarsi a sua volta.

L’Invenzione del Telefono: Meucci o Bell?

 Nel corso degli ultimi anni i telefoni hanno assunto un ruolo sempre più fondamentale nella nostra vita quotidiana. Eppure si è dibattuto a lungo per stabilire chi dovesse essere ritenuto il padre di quest’invenzione tanto rivoluzionaria: se l’ingegnere americanoAlexander Graham Bell o l’inventore italiano Antonio Meucci. Una risoluzione definitiva redatta dal Congresso degli Stati Uniti si ebbe solo nel 2002, ben 113 anni dopo la morte di Meucci e 80 anni dopo la scomparsa di Bell! Ma come sono andate le cose? Come si è venuti a conoscenza della possibilità di trasformare le onde sonore in impulsi elettrici e viceversa? A cosa si deve il successo planetario del telefono?

Gli esperimenti sul mesmerismo e il telettrofono di Meucci
 La storia dell’invenzione del telefono comincia nel 1849 a L’Avana, la capitale cubana. Qui Antonio Meucci aveva trovato un impiego presso un teatro; ma nei periodi in cui il lavoro scarseggiava l’inventore italiano dedicava il suo tempo ad approfondire trattati di medicina. Tra il materiale passato per le mani di Meucci non mancavano degli scritti di Franz Anton Mesmer, precursore dell’ipnosi e padre del mesmerismo: una dottrina ormai superata secondo la quale le malattie non sono altro che disfunzioni di un certo campo magnetico che ciascuno di noi si reca appresso. Fu proprio per testare questa teoria che Meucci decise di effettuare alcuni esperimenti su consiglio di alcuni suoi amici medici.
 In uno di questi test, Meucci si ritrovò ad analizzare una persona malata di reumatismi alla testa. Dovendo quindi indagare l’ipotetico campo magnetico intrinseco di questo paziente, l’inventore italiano gli ordinò di tenere in bocca una lamina metallica  circondata da materiale isolante. Questa non era altro che l’estremità di un lungo filo conduttore, che usciva dalla stanza dell’esperimento fino ad arrivare all’ufficio di Meucci. L’inventore italiano controllava quindi l’altra estremità del cavo, anch’essa circondata da materiale isolante.
Antonio Meucci
 Lo scopo di Meucci era di far scorrere della corrente elettrica all’interno del cavo, in modo che questa interagisse col campo magnetico del paziente. Meucci appoggiò la sua estremità di cavo all’orecchio e collegò il conduttore a una batteria (non ho davvero idea del perché fosse necessario che Meucci tenesse il cavo vicino al suo orecchio. Immagino che pensasse di poter “trasferire” temporaneamente i difetti del campo magnetico intrinseco del paziente nel suo campo magnetico, in modo da individuare l’origine del problema.).
 Ad ogni modo, non appena Meucci ebbe collegato il circuito alla batteria il paziente prese una forte scossa sulla lingua. L’incidente dovette avergli fatto davvero male perché questi non riuscì a trattenere un grido di dolore. Al tempo stesso Meucci percepì lo stesso suono emesso dal paziente anche dall’estremità di cavo che teneva appoggiata all’orecchio. Era la prima volta che un suono veniva trasmesso attraverso un impulso elettrico, e l’inventore italiano capì immediatamente la portata della scoperta. Dopo ulteriori esperimenti e le dovute migliorie Antonio Meucci costruì il suo telettrofono (o telegrafo parlante), il primo apparecchio per comunicare a voce attraverso degli impulsi elettrici.
 Ci vollero circa quindici anni perché Antonio Meucci trovasse una soluzione a tutti i numerosi problemi tecnici e costruisse il primo telefono moderno. Tuttavia Meucci non navigava certo nell’oro, e faticò a racimolare i soldi per depositare il brevetto della sua invenzione. L’inventore italiano riuscì infatti ad ottenere il certificato di paternità della sua invenzione solo nel 1871, al costo di dieci dollari all’anno. Oggi ci potrà sembrare una cifra ridicola, ma Meucci non la pensava certo allo stesso modo, infatti riuscì a rinnovare il brevetto solo fino al 1873.
Il brevetto di Bell e il successo dei primi telefoni
 Appena tre anni dopo la scadenza del brevetto di Meucci, l’ingegnere americano Alexander Graham Bell brevettò un apparecchio del tutto analogo al telettrofono. Il principio di funzionamento era in effetti identico:
  1. Le onde sonore colpiscono una sottile membrana metallica, che prende a vibrare con la stessa frequenza.
  2. La vibrazione della membrana modula la frequenza e l’intensità della corrente elettrica che circola nel dispositivo, in modo che queste coincidano con quelle delle onde sonore.
  3. Nell’apparecchio ricevitore, la corrente elettrica modulata attiva un elettromagnete, che trasmette il segnale (intensità e frequenza) a una membrana metallica analoga alla precedente.
  4. Le vibrazioni di questa seconda membrana producono onde sonore che, se opportunamente amplificate, possono essere udite dall’orecchio umano.
 Nonostante fosse ancora soggetto a numerosi problemi tecnici, il telefono di Bell non solo trovò spazio all’interno dell’Esposizione Universale di Philadelphia del 1876, ma ne divenne anche l’attrazione principale!
 A quel punto ogni personaggio celebre dell’epoca volle provare l’apparecchio.
  • James Clerck Maxwell, celebre fisico che abbiamo già menzionato diverse volte.
  • Lord Kelvin, anch’esso fondamentale per lo sviluppo della fisica.
  • L’imperatore Pedro II del Brasile, che non appena ebbe sperimentato il telefono sobbalzò lasciando cadere il ricevitore ed esclamò “Ma parla!”.
  • La regina Vittoria, che ne acquistò addirittura uno l’anno seguente.
 Ovviamente le reazioni dei regnanti conobbero un notevole risalto mediatico, il ché decretò una volta per tutte il successo del telefono.
Alexander Bell
 Nel 1877, l’invenzione di Bell fu affinata dal Thomas Edison, le cui migliorie permisero di trasmettere la voce con una chiarezza fino ad allora insperata. In breve Bell divenne una figura emblematica, riconosciuto da tutti come il padre di un’invenzione così rivoluzionaria. Peccato che nessuno avesse notato che Alexander Bell aveva condotto i suoi esperimenti nello stesso laboratorio in cui erano conservati i materiali di Meucci – che aveva costruito lo stesso apparecchio circa dieci anni prima.
 Ad ogni modo, venne fondata la Bell Telephone Company, che ben presto si ritrovò ad affrontare i problemi derivanti dalla necessità di estendere la telefonia a grandi distanze. I telefoni dell’epoca necessitavano infatti di un cavo conduttore allacciato a entrambi i dispositivi in cui far viaggiare i segnali elettrici. Questo non era un problema se ci si limitava a comunicare a distanze non particolarmente elevate, ma presentava degli ostacoli nel collegare telefonicamente due località molto lontane tra loro.
 Per ottenere un segnale vocale limpido e comprensibile era infatti necessario che il cavo conduttore non opponesse troppa resistenza al fluire della corrente. La trasmissione di un segnale “puro” tra due località molto distanti avrebbe richiesto quindi un cavo estremamente spesso (e quindi ben propenso a lasciare che la corrente scorresse al suo interno) dal costo proibitivo. Vista la diffusione fulminea degli apparecchi telefonici, urgeva una soluzione praticabile.
Una bobina di Pupin col relativo schema di funzionamento
 Questa fu fornita dal fisico serbo Michael Idvorsky Pupin sotto forma di una lunga catena di bobine di induttanza da interporre a distanze regolari in un cavo di rame. In questo modo sarebbe stato possibile far viaggiare gli impulsi elettrici all’interno di un comune filo conduttore: anziché disperdersi, il segnale sarebbe stato amplificato di volta in volta da ciascuna bobina e sarebbe arrivato a destinazione perfettamente intatto e identico all’originale. Il dispositivo fu acquistato dalla Bell Telephone Company all’alba del XX secolo, e quindici anni dopo fu inaugurata la linea telefonica che metteva in comunicazione New York e San Francisco: la prima affacciata sull’Atlantico e la seconda sul Pacifico.
 La rete telefonica divenne rapidamente molto estesa e intricata. Emerse anche la figura della centralinista telefonica, fondamentale nell’orientare le varie telefonate all’interno della rete di cavi telefonici che si diramava per tutti gli Stati Uniti. L’invenzione di Meucci-Bell portò alla nascita di centinaia di migliaia di posti di lavoro solo in America, ma con l’introduzione del telefono a disco combinatorio del 1921 – in grado di “orientarsi” perfettamente senza l’intervento dell’uomo – questi divennero progressivamente superflui. Un aneddoto curioso riguarda l’immenso sciopero a cui aderirono centinaia di migliaia di centraliniste nel 1938, del tutto inutile dato che la rete telefonica continuò a funzionare autonomamente anche senza di loro.
 Negli anni seguenti il telefono continuò ad essere migliorato, ma senza discostarsi eccessivamente dai modelli proposti da Antonio Meucci e Alexander Bell. Ma in definitiva a chi è stata conferita la paternità dell’invenzione? Nonostante la mancanza di prove schiaccianti a favore di Meucci, il Congresso degli Stati Uniti ha ufficialmente riconosciuto l’inventore italiano come l’unico padre del telefono moderno.
Conclusioni
 I messaggi vocali di whatsapp possono essere usati per registrare il suono del succhiare un dito, o del muovere le dita sulla clitoride o sul pene per masturbarsi, o dell’ansimare.

Per questo è stata coniata una espressione metaforica come “sesso telefonico”, che presa letteralmente non può essere una espressione reale, dato che per fare sesso è necessario un corpo reale. Con quest’espressione si intende, genericamente, una forma di sessualità umana psicologica e autonoma, consistente in una conversazione telefonica avente come oggetto atti di tipo sessuale, reali ma non visti o immaginari, alla quale può essere unita la masturbazione.

La differenza tra telefono e fotocamera o videocamera è che nel sesso telefonico si immagina il corpo altrui, invece nell’uso della fotocamera, o della webcam, lo si vede, statico nel primo caso, e in movimento nel secondo, e si ascolta anche l’audio, il suono dei movimenti che il corpo fa, il rumore dei vestiti che cadono a terra e così via.

E sin quando fotocamere e telefono esistono, cioè dal 1871, le persone hanno avuto la possibilità di usare entrambi come giocattoli sessuali anche usandole allo stesso tempo, telefonarsi e guardare le foto del corpo nudo altrui mentre ci si masturba e parla, stampate e spedite per posta prima dell’invenzione del digitale e di internet, e digitali, e dal 1991 quando il ricercatore Tim Berners-Lee definì il protocollo HTTP (HyperText Transfer Protocol) con la nascita di internet, possono inviarle in pochissimi secondi a grandissime distanze geografiche e vederle sul monitor del pc.

L’idea di creare dei dispositivi che unissero la telefonia all’utilizzo del computer risale al 1973, ma le prime vendite di tali dispositivi cominciarono solo nel 1993. Il termine “smartphone”, invece, non apparve fino al 1997 quando la Ericsson descrisse il suo GS 88 “Penelope” uno Smart Phone.

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WhatsApp è un’applicazione basata sulla messaggistica istantanea multipiattaforma per smartphone creata nel 2009.
Alcuni magazine online, o persone nei social, si rivolgono agli altri dicendo che è vietato inviare pornografia via Whatsapp.
Ma leggendo i termini del servizio sul sito di whatsapp (https://www.whatsapp.com/legal/) si legge:
D. Adult content must be identified as such. Ovvero “I contenuti per adulti devono essere identificati come tali” e non che sono vietati, anche perché Whatsapp non funziona come Facebook per cui persone esterne possono cancellare ciò che hai caricato o sospendere e chiudere il profilo. Anche se, la dicitura di Whatsapp non specifica come identificare tali contenuti si può immaginare che si dovrebbe dire, prima di inviare il file, “sto per inviarti materiale pornografico”, e non specifica neanche cosa succede se uno lo invia senza avvisare. Molto probabilmente niente.

LE MODALITà D’USO DELLA TECNOLOGIA A FINI SESSUALI
In genere l’attività sessuale praticata durante il sesso telefonico è la masturbazione, spesso effettuata seguendo le indicazioni o le fantasie esplicitate dall’interlocutore telefonico, ovvero dal partner, al quale il soggetto che si masturba descrive a sua volta i gesti compiuti in modo da conferire maggiore realismo all’attività sessuale svolta.

Al sesso telefonico è stata dedicata una nota canzone dei Village People, Sex over the phone, appunto.

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Il sexting può rappresentare una modalità, specie negli adolescenti, per esplorare e sperimentare nella sessualità, e può sostituire l’attività sessuale vera e propria quando non è possibile, per distanza geografica, o perché l’altra persona non è sufficientemente attratta sessualmente da concedere anche il proprio corpo oltre che l’immagine del proprio corpo. Le emozioni sessuali sono così sganciate dalla fisicità, dalla presenza reale e corporea dell’altro, con lo svantaggio di un minore piacere sensoriale, e il vantaggio di minore preoccupazioni (come l’uso dei contraccettivi, per evitare la procreazione, e l’assicurazione che l’altro non abbia malattie sessualmente trasmissibili attraverso test del sangue).

Il sesso, come attività concreta occupa meno del 25 per 100 dell’esistenza di un adulto. Infatti, un percentuale del genere sarebbe da 6 a 8 ore al giorno, tutti i santi giorni, che forse i pornoattori possono raggiungere.  Invece il procacciamento di sesso, o la riflessione intorno a esso occupa molto più tempo. In molti casi si occupa più tempo a stimolare sessualmente, anche attraverso la fotografia, che a fare sesso, o a mastrubarsi.

Masturbarsi fa stare bene, per questo gli umani lo fanno. Non solo viene rilasciata dopamina, dovuta al piacere, che riduce lo stress, ma anche le endorfine, prodotte al momento dell’orgasmo, alleviano la percezione del dolore.
Per le donne masturbarsi riduce il dolore connesso ai crampi mestruali. Ed il rilascio della prolattina garantirà sogni d’oro. Durante il raffreddore, la masturbazione attiva il sistema immunitario e fa aumentare i globuli bianchi nel sangue. Inoltre aumentare la frequenza delle eiaculazioni aiuta gli uomini a prevenire il cancro alla prostata, permettendo al corpo di espellere eventuali secrezioni prostatiche dannose per l’organismo.
Inoltre, la masturbazione migliora la qualità dello sperma. Le masturbazioni riducono la quantità di spermatozoi prodotti ma non il numero di quelli ritenuti dalla donna, ed è una strategia istintiva del maschio per migliorare la qualità del suo sperma, poiché gli spermatozoi più giovani hanno una maggiore capacità fecondativa.

COSA SONO L’AUTORITRATTO, L’AUTOSCATTO E IL SELFIE
Prima di passare ad analizzare nel dettaglio le macrocategorie degli elementi presenti all’interno di quel riquadro che si chiama fotografia, nel caso particolare analizzato in questo testo, la fotografia di nudo (soggetto nudo, sfondo, illuminazione, punto di ripresa…) si può descrivere un modo di realizzare fotografie di corpi nudi diverso rispetto a quello a cui si pensa quando si parla di fotografare corpi nudi, cioè l’autoritratto, quel tipo di fotografia fatto autonomamente su di sé, fatto con o senza la funzione dell’autoscatto, o il selfie.

Una pratica del genere è conosciuta da moltissime persone, anche da chi non sa niente di fotografia, e non se ne interessa, perché moltissime persone vedono quotidianamente foto fatte da altri a sé stessi (parenti, fidanzati/e, amici, conoscenti, o sconosciuti), oppure, oltre a vederle, se le fanno, sia quando si è vestiti che quando si è nudi, oppure se ne è letto su riviste, digitali o cartacee.

Partire dall’uso quotidiano della fotocamera può essere molto utile per chi vuole comprendere certe cose. Questo modo di approcciarsi alla fotografia di nudo è simile a quello che accade a chi non sa niente di cucina ad alti livelli, ma di sicuro sa cos’è una carbonara, e inizia a conoscere la cucina partendo dalla descrizioni di piatti semplici che avrà mangiato e probabilmente cucinato, aiutandolo così a immaginare quell’atto che sarebbe estraneo se non vissuto in precedenza, e quindi aiutarlo a comprendere.

Analizzare l’autoritratto, il selfie e l’autoscatto è utile anche a chi vuole utilizzarlo per pubblicizzare i propri servizi o direttamente guadagnare soldi.

DIFFERENZE TECNICHE TRA FOTOGRAFIE SCATTATE AUTONOMAMENTE ED ETEROSCATTATE

In fotografia, l’autoscatto è un meccanismo della fotocamera che introduce un ritardo temporale (fissato o programmabile) fra il comando di scatto da parte del fotografo e l’apertura effettiva dell’otturatore. Usare l’autoscatto insieme a una ragazza e una fotomodella, vestita o nuda, permette di realizzare bellissime foto.  Dunque, può essere la stessa cosa dello scattare in manuale ma con un ritardo nello scatto. Le fotocamere a volte hanno un pulsante fisico per l’impostazione della modalità autoscatto, a volte si trova nel menù interno visibile sul display della fotocamera. Ovviamente, il menù degli autoscatti disponibili varia da modello a modello. Solitamente abbiamo la possibilità di scegliere fra “Scatto singolo” – “Scatto continuo lento” – “Scatto continuo veloce” – “Autoscatto 10 secondi ” o “autoscatto 2 secondi”. In genere l’autoscatto nel menù della fotocamera è rappresentato da un un cerchio con scritto il numero dei secondi da scegliere.

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Il processo che si deve fare per ottenere una foto di sé stessi con l’autoscatto è inquadrare posizionando la fotocamera su un supporto come il cavalletto, mettere a fuoco, attivare lo scatto.

Una volta premuto il pulsante di scatto a metà corsa per mettere a fuoco, e poi aver premuto il pulsante di scatto fino in fondo la spia autoscatto inizia a lampeggiare e viene emesso un segnale acustico. Due secondi prima di scattare la foto, la spia smette di lampeggiare e il segnale acustico diventa più veloce.

La messa a fuoco con l’autoscatto è molto più difficile rispetto a quella fatta guardando nel mirino il soggetto da mettere a fuoco. Si deve prima porre un oggetto nel posto che poi sarà occupato da sé stessi, in quanto la messa a fuoco avviene prima di comandare l’autoscatto.

Se si ha il telecomando wireless, lo si può utilizzare per attivare a distanza l’autoscatto senza spostarsi per premere di nuovo il pulsante di scatto. Se non si ha il telecomando, si deve inquadrare il punto momentaneamente vuoto in cui ci si posizionerà, dare un tempo di attesa di 5, 10, 20 secondi, dirigersi verso il punto di inquadratura e lasciare che la fotocamera scatti la foto. Dal punto di ripresa si può vedere il risultato dello scatto senza spostarsi se la fotocamera è collegata a un monitor, o a un tablet, al contrario se non si ha un monitor o tablet si deve quindi tornare dietro la fotocamera per guardare il display e vedere la foto scattata. Con il cavo HDMI (High-Definition Multimedia Interface) si possono vedere le foto che sono nella card inserita nella reflex. I programmi sono normalmente compresi nel CD della reflex.

La comunicazione wireless Wi-Fi offre diverse potenzialità in relazione ai protocolli di comunicazione e all’applicazione di controllo in uso. Attraverso il Wi-Fi integrato nelle fotocamere reflex, vedremo soluzioni di controllo diretto da reflex verso dispositivo attraverso software dell’azienda proprietaria della fotocamera e software di terze parti per raggiungere comunicazioni verso computer Windows, Linux e Macintosh, oltre che verso tablet e smartphone Android e iOS.

Nikon Wireless Mobile Utility: Android, iOS

L’app Nikon Wireless Mobile Utility “WMU” consente, sul display dello smartphone o tablet, la gestione wireless dell’inquadratura, l’attivazione del comando di scatto fotografico e la gestione in download delle fotografie per poterle quindi anche gestire in condivisione o trasferimento verso servizi di cloud come nel NIKON IMAGE SPACE o attraverso piattaforme di sharing. Opera verso smartphone e tablet con sistemi operativi Android e iOS e supporta tutte le Nikon con Wi-Fi integrato o comunicazione wireless raggiunta dai dispositivi Wi-Fi Nikon WU-1a e WU-1b. Per maggiori dettagli rimandiamo ai rispettivi manuali di istruzioni PDF forniti nel capitolo dei Link correlati.

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Con l’autoscatto ci si può fotografare sotto cieli stellati, oppure in casa nudi, oppure insieme a qualcun altro, vestiti o nudi, o centinaia di altri modi.
L’applicazione più ovvia e più comune dell’autoscatto è quella dell’autoritratto, ma l‘autoscatto è anche frequentemente usato, in genere insieme al treppiede, per ridurre al minimo il rischio di micromosso in foto scattate in condizione di scarsa luce o con teleobiettivi, in quanto la fotocamera non viene mossa dalla pressione diretta del pulsante di scatto da parte del fotografo. Nelle fotocamere reflex, l’autoscatto è talvolta combinato con il blocco dello specchio per minimizzare ulteriormente le microvibrazioni in condizioni di ripresa particolarmente difficili.

Alcune fotomodelle hanno paura di usare l’autoscatto con un fotografo perché il fatto che possano venir fuori belle foto ovviamente non impedisce a qualcuno di mentire dicendo che non è interessato ad avere una vicinanza fisica, nel caso in cui le foto siano l’uno accanto all’altro senza toccarsi, o un contatto fisico, nel caso le foto prevedano abbracci o finti baci, ma solo a far le foto, quando invece è interessato solo al contatto fisico e non a far le foto. Mentire per ottenere un vantaggio senza il consenso altrui è sbagliato. per essere giusto uno dovrebbe dire che gli va di starti accanto nudo e toccarti, se è solo quello che vuole. Ma non è detto, e dare per scontato che sia così è paranoico. Il fatto che uno che richiede di fare foto insieme non abbia un portfolio può aumentare i sospetti. Se non ha nemmeno una foto allora li può quasi rendere sicuri. Non è un male in sé chiedere di far foto di nudo insieme a un soggetto usando l’autoscatto, non è un male in sé neanche chiedere di toccare le tette e basta, senza far foto, se è per questo. Il male sta nel mentire, e non dare all’altra persona tutte le informazioni per agire in modo consapevole, accettando o rifiutando.

Il selfie non è un autoscatto, perché l’autoscatto è un modo per far funzionare la fotocamera da sola dopo un intervallo di tempo.

Sia le fotografie scattate dagli altri, che da sé stessi hanno ovviamente in comune l’uso di una fotocamera. Una volta che ci si è procurati una fotocamera, indipendentemente da chi tipo di fotocamera sia, se su smartphone o reflex, il primo passaggio per fare foto di nudo è trovare anche un corpo nudo per poterlo fotografare. E a differenza delle fotografie non scattata da qualcun altro, nella foto scattata autonomamente all’interno del riquadro fotografico c’è sempre visibile la stessa persona che, posizionando la fotocamera e premendo il pulsante di scatto, che inserirà la modalità di autoscatto, si fa la foto da sola, che è quindi allo stesso tempo autore/autrice e soggetto fotografico.
La mano del soggetto nudo che posiziona la fotocamera e preme il pulsante di scatto della fotocamera è la stessa che appartiene al corpo fotografato.
Il corpo, volto, collo petto, si trova accanto alla spalla che sorregge l’avambraccio permette alla mano di ruotare verso sé e fotografarlo. La distensione è il movimento che permette di allontanare (spingere) un oggetto dal corpo attraverso l’utilizzo degli arti superiori. questo allontanamento può avvenire in diverse direzioni: frontalmente, verso l’alto o anche verso il basso.
Nel caso dello smartphone la mano viene ruotata sul corpo fotografato dallo stesso proprietario del corpo nudo, attraverso l’uso del polso, cioè la regione stretta e flessibile dell’arto superiore che si trova tra la mano e l’avambraccio che unendoli permette i movimenti delle dita durante le attività quotidiane, come prendere gli oggetti, scrivere al computer, dipingere quadri, o farsi autoscatti.
Oppure, per allontanare ulteriormente lo smartphone, rispetto alla distanza dalla mano alla spalla, si usa l’asta per lo smartphone, ovvero quell’attrezzo comparso in recentissimi tempi nel nostro orizzonte tecnologico, in grado di estendere la distanza fra il telefono e il soggetto del selfie molto più di quanto non faccia il braccio.

Il funzionamento di questo gadget, è tanto semplice quanto l’idea da cui è nato. Esso è formato da un braccio allungabile – il “bastone” – che termina in un alloggiamento che permette di assicurare ad esso il proprio smartphone che deve, naturalmente, essere fra quelli dichiarati compatibili con il bastone stesso e riportati sulla sua confezione.

Il prezzo dell’accessorio è in genere piuttosto economico – si aggira intorno ai 20 euro – e dipende dalla estensibilità del bastone e dalla gamma di compatibilità dell’alloggiamento. Esiste di fatto un solo elemento caratterizzante che può far variare il prezzo, ovvero la presenza o meno di un telecomando Bluetooth che permetta effettivamente lo scatto del selfie benché il device sia a distanza. In genere, in quasi tutti i modelli dotati di telecomando, la compatibilità è garantita sia con Android che con iOS, mentre è, almeno al momento, più importante verificare quella eventuale con Windows Phone.

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Oppure la fotocamera viene puntata verso uno specchio, o una superficie riflettente, che riflette il proprio corpo.
Oppure viene posta su ripiano o un cavalletto nella direzione del proprio corpo nudo.

I VANTAGGI DELL’AUTORITRATTO
Il corpo nudo più facilmente disponibile a chiunque è il proprio, sia perché è geograficamente non semplicemente vicino, come potrebbe essere il corpo di un altro, ma addirittura esattamente coincidente con sé stessi, cioè l’autore/trice delle foto, e proprio per questo nessuno deve prendere bici, autobus, treno o aereo per far si che entrambi i corpi, quello della persona che scatta le foto e quello del soggetto fotografato, siano presenti nello stesso luogo.

Quindi l’autoritratto e il selfie sono in teoria economicamente ed energicamente meno dispendiosi, rispetto al ritratto di qualcuno.

Solo dopo al proprio corpo, in ordine di facilità nel reperire e gestire i corpi nudi, quelli più facilmente reperibili e gestibili sono i corpi nudi delle persone con cui si hanno rapporti sentimentali e sessuali, ad esempio la/il propria/o fidanzata/0, un’amica o un amico, oppure quelli con cui si hanno rapporti affettivi, come una sorella o un fratello, perché si fidano, e volendo il bene dell’altro gli donano attenzione, e l’uso del proprio corpo e/o dell’immagine del proprio corpo.

Inoltre nell’autofotografarsi, si ha molta più libertà, e si è più rilassati, perché di quel corpo, che è il proprio, si ha pieno controllo, e dunque risponde ai propri desideri senza rifiutarsi, giudicare le idee proposte, e insultare, perché non gli si deve chiedere nessun consenso, né dare spiegazioni del perché lo si voglia fotografare nudo, né si deve conquistarne la fiducia per rassicurarlo che nel fare queste foto non subirà danni, non si deve quindi ascoltare le sue paure a mostrarsi, la vergogna. Gli si può dire “mettiti a pecora, ora!”, e lui lo fa subito, donando un gran senso di onnipotenza.

Lo svantaggio principale dell’autoritratto rispetto al ritratto è che, chi è maschio, poiché culturalmente un maschio non è considerato esteticamente bello, oppure chi è brutto, sia uomo che donna, non riesce a goderne come fotografando una femmina e bella. Probabilmente le femmine belle invece sì. Infatti, la maggior parte dei selfie di nudo che si vedono, anche per pura passione, sono di femmine. I maschi che si considerano belli, possono comunque pensarsi esteticamente inferiori rispetto alle donne belle. Inoltre, se lo scopo della foto è l’eccitazione sessuale è difficile provarla guardando sé stessi.

Sarebbe tutto molto più economico e facile se uno facesse tutto da solo. Selfie, e masturbazione. Poi manca coltivare l’orto, costruirsi la casa, e medicarsi. E hai fatto. Un uomo o una donna autonomi.
Ma la natura ci ha fatti in modo che non fosse così semplice.

Un altro vantaggio del farsi foto da soli è che non si deve spendere soldi per il servizio fotografico di un fotografo e per il servizio di posa di una fotomodella, e non si deve neanche aspettare che il fotografo selezioni, postproduca e consegni le foto secondo i suoi tempi, perché si seleziona e postproduce tutto da soli.

Ricapitolando i vantaggi dell’autoritratto rispetto al ritratto:
1. si ha un corpo sempre disponibile a qualsiasi idea
2. si risparmia denaro, tempo, ed energia sugli spostamenti
3. si risparmia sul servizio di un fotografo o di una/un fotomodella/o

Farsi un autoscatto può servire a utilizzarlo per il Curriculum Vitae, o per la carta d’identità, o per l’immagine profilo di un Social Network.

Proprio questa comodità rende anche l’autoritratto un utile campo di prova per esercitare e sviluppare le proprie abilità fotografiche, anche di posa ed espressività.

imparare a:

  • conoscere la luce ambientale in tutte le sue caratteristiche, sfruttarla e modellarla secondo i tuoi scopi,
  • scegliere la migliore profondità di campo, usando la messa a fuoco per far risaltare la figura umana o alcune sue parti,
  • posare, diventando così capace di suggerire le pose miglioriai tuoi soggetti,
  • usare il flash o altre fonti di luce artificiali,
  • allestire ad arte una scena in cui ambientare un ritratto

AUTORITRATTO DI NUDO
Ragazzi o ragazze conosciuti in chat possono chiedere foto di nudo, sia per capire se c’è attrazione visiva utile a fare sesso successivamente, sia per eccitarsi, e fomentare il desiderio per farlo sfociare in uno o più rapporti sessuali o in una relazione sentimentale. Da soli nella propria camera ci si può provare e trovarlo estremamente divertente, perché si scopre che il proprio corpo può apparire come non si pensava potesse apparire, in base alla posa, all’inquadratura, alla luce, e alle caratteristiche intrinseche della fotocamera nello smartphone, e può anche essere liberatorio dal bisogno di apparire vestiti quando si vuole invece mostrarsi nudi o nudi ma secondo i canoni dei corpi nudi, inoltre si può rimanere affascinati dalle possibilità che la natura mette a disposizione per autosoddisfarsi pensando che siano venute fuori delle foto bellissime, può essere benefico per le altre persone con le quali le si condividono, sia perché si permette loro di vedere corpi nuovi, e soddisfare una pura curioisità, o si permette loro di emozionarsi o eccitarsi, e si permette loro di pensare di avere una importanza e di essere ritenuti affidabili e anche fortunati a poter vedere il corpo nudo altrui, anche se solo in foto in certi casi.
E questo può essere vissuto anche come un percorso di autoccettazione e apprezzamento psicologico, da chi ha inestetismi. Come guardarsi lo specchio tentando di creare l’immagine che più piace del proprio corpo.

Prima dell’arrivo delle fotocamere negli smartphone nelle famiglie (solo in quelle più agiate) c’era una sola macchina fotografica, usata da molte persone, e questa, oltre ad essere motivo d’orgoglio per tutti, veniva maneggiata con grande cura e utilizzata con grande parsimonia soprattutto perché per avere da un minimo di 12 fotografie fino ad un massimo di 36 bisognava acquistare una pellicola e poi portarle a far stampare tutte quante senza poter fare prima la selezione di quelle preferite. E molto difficilmente veniva utilizzata per fotografare il proprio corpo nudo, anche se non impossibile, dato che sarebbe stato considerato come uno spreco.

Le persone che avevano la possibilità di usare una fotocamera, molto più difficilmente rispetto agli smartphone accettavano di fotografarsi nude o di farsi fotografare nude, dall’amico/a, dal/lla fidanzato/a, e dunque di farsi vedere nude dallo sviluppatore e stampatore del rullino, soprattutto se era una persona che si sarebbe rivista spesso, perché vicino casa.
Oggi si può scegliere di vedere le foto sul display, sul monitor o stamparle perché la stampante è in casa, e stampa anche su carta fotografica a una buona qualità.

Gli anni venuti dalla commercializzazione dei primi smartphone con fotocamera sono un momento storico per l’uso della tecnologia fotografia, perché hanno determinato  “l’era di democratizzazione della fotografia“. Chiunque, ricchi, poveri, belli e brutti che siano possono permettersi di fare fotografie e di raccontare le loro storie anche più intime ed istantanee. Perché anche persone del terzo mondo hanno la necessità di telefonare, alla stregua di mangiare, e in qualche modo impiegheranno le loro energie per possedere un telefono che attualmente viene praticamente sempre fabbricato con una fotocamera incorporata.

Con lo smartphone si può:
– scegliere la posizione da cui scattare la foto
– scegliere la relazione del soggetto con l’ambiente
– gli iso
– la velocità dell’otturatore
– il bilanciamento del bianco e del nero
– usare il flash
– usare lo stativo treppiede

Fare foto con lo smartphone ha diversi vantaggi rispetto alle reflex:
– è economico
– facile perché automatizzato
– poco faticoso perché il supporto è leggero
– divertente perché è connesso al social network o a whatsapp

Rispetto alle fotocamere analogiche a pellicola ancora di più.

Sia gli smartphone che le reflex hanno un dispositivo ottico, composto da vetri ottici, in grado di raccogliere e riprodurre un’immagine ma rispetto alle reflex  i sensori per smartphone hanno il grande limite di non avere mai degli obbiettivi di qualità in grado di dare risalto agli scatti. Qualitativamente una reflex è assolutamente imbattibile anche con 10, 20, 30 Megapixel in meno rispetto al sensore per smartphone dagli infiniti pixel ed Ultrazoom. Generalmente gli smartphone sono dotati di obiettivo paragonabile ad un 30 mm reflex (quindi un medio grandangolo) il cui svantaggio principale è quello di non essere intercambiabile.

Inoltre la dimensione dei sensori è diversa.

Per questi limiti fisici intorno agli smartphone si è sviluppato uno straordinario mondo parallelo fatto di accessori che promettono di trasformare lo smartphone in qualcosa di più di un semplice telefono capace, fra le altre cose, di scattare foto e video: Obiettivi attacca-stacca, flash portatili, corazze subacquee, sistemi di controllo remoto, aste telescopiche per i selfie.

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Le aziende produttrici di smartphone hanno prodotto anche lenti di qualità da aggiungere allo smartphone. Non sfruttano la lente dello smartphone, ma “fanno tutto da sole” collegandosi al telefono in Wi-Fi.

SOCIAL NETWORK E AUTORITRATTI

In simultanea all’esistenza degli smartphone c’è stata anche la creazione dei social network.
Un servizio di rete sociale (in inglese social network) è un servizio Internet che, sfruttando le potenzialità dei moderni dispositivi informatici, consente la gestione dei rapporti sociali, facilitando la comunicazione e la condivisione di informazioni digitali. Il servizio è fruibile sia tramite Web che mediante applicazioni per smartphone e tablet.

Per entrare a far parte di una rete sociale online occorre costruire il proprio profilo personale, partendo da informazioni come il proprio indirizzo email fino ad arrivare agli interessi e alle passioni (utili per le aree “amicizia” ), alle esperienze di lavoro passate e relative referenze (informazioni necessarie per il profilo “lavoro”).

A questo punto è possibile invitare i propri amici a far parte della propria rete, i quali a loro volta possono fare lo stesso, cosicché ci si trova ad allargare la cerchia di contatti con gli amici degli amici e così via, idealmente fino a comprendere tutta la popolazione del mondo, come prospettato nella teoria dei sei gradi di separazione del sociologo Stanley Milgram (1967), la cui validità anche su Internet è stata recentemente avvalorata dai ricercatori della Columbia University.

Diventa quindi possibile costituire delle comunità tematiche in base alle proprie passioni o aree di affari, aggregando ad esse altri utenti e stringendo contatti di amicizia o di affari.

Per cui la novità di questi apparecchi che fanno foto digitali, come lo smartphone, sta nell’essere oggetti di condivisione con altre persone distanti, a differenza delle fotografie dell’album di famiglia che erano condivisibili solo in presenza di qualcuno attraverso la carta stampata, che doveva recarsi a casa della persona ritratta, e doveva far parte di piccole cerchie con determinate caratteristiche. In certi casi, ad esempio quando i profili su facebook sono visibili anche dalle persone che non si è potuto controllare perché impostati su “pubblico”, è come se l’album di famiglia si trovasse per strada e qualunque passante possa osservarlo.

Postando nella propria pagina la foto del piatto di patatine che si sta per mangiare. La foto della bevanda colorata che si ha di fronte. La foto dell’ultimo libro che si sta leggendo. Il trailer del film che è piaciuto. Il video del concerto al quale si è partecipato. Oppure scrivendo il proprio pensiero intorno a un argomento, come l’immigrazione, il sesso, il lavoro, il femminismo, il capitalismo, la moda, la musica, il cinema, le droghe e così via.

Ogni volta che si posta un contenuto implicitamente si chiede “interessa a qualcuno degli amici che possono vedere? se sì fatemelo sapere con un like o un commento”. e a volte nessuno può cliccare like o commentare, e questo può anche essere sistematico.

Un social network può produrre emozioni positive o negative. Ad esempio, per un non depresso può essere motivo di depressione.
Per tenersi in contatto con qualcuno prima di tutto ci deve essere qualcuno con il quale tenersi in contatto. Senza un social network non puoi vedere quando i tuoi amici, o fratelli e sorelle, non ti cercano mai ma cercano gli altri amici, o gli altri fratelli e sorelle, e vanno in spiaggia, in montagna, in discoteca, in centro, al cinema. Non puoi neanche sapere se tutte le cose che t’interessano non interessano.
Ogni volta che si posta un contenuto implicitamente si chiede “interessa a qualcuno degli amici che possono vedere? se sì fatemelo sapere con un like o un commento” e a volte nessuno può cliccare like o commentare, e questo può anche essere sistematico.
Inoltre, pur potendo essere emozionati ed interessati dalle stesse cose che hanno emozionato e interessato altri, attraverso la condivisione del contenuto, ci si può ritrovare ad annoiarsi post dopo post per centinaia di post e a farsi delle idee a riguardo. Ovviamente, questa è solo una parte delle possibilità in un mondo di possibilità.

Lo smartphone può assolvere alla funzione documentale che ha in sé la fotografia, come qualsiasi altro strumento fotografico, con anche dei vantaggi.
Tutto quello che si vede e interessa può essere facilmente ed economicamente fotografato, per praticamente sempre si ha in tasca uno smartphone, a parte quando lo si dimentica a casa o la batteria è scarica. Dunque, la funzione documentale della fotografia è assolta completamente. Si esce per andare a lavoro, ad esempio, e si nota che il cassonetto della spazzatura, straborda in un modo incivile, perché non è passata la nettezza urbana. Si prende lo smartphone e si scattano foto, che poi si inviano al Comune per protestare.

Le fotografie sono state e vengono usate anche per le lapidi. E ci si possono fare delle domande prima di decidere quale immagine debba rappresentare il caro estinto. Un tempo le foto delle lapidi servivano a ricordare quel viso, di cui non c’erano quasi foto, e quelle foto erano in possesso e soprattutto in copia unica, di qualche nipote, le famigliere erano allargate, e capitava che andando al cimitero e portando i fiori allo io, si passasse dal cugino. La foto teneva viva la memoria.

Dan Rubin, Cory Staudacher e Finn Beales sono tre fotografi internazionali con un grande seguito su Instagram. Nello specifico Dan ha 730mila follower, Cory 543mila e Finn 449mila.
Il parametro quantitativo è certamente impressionante, ma se si seguono i loro lavori, non solo su Instagram, emerge un aspetto qualitativo notevole e un punto di vista narrativo molto interessante. Tutti e tre collaborano con grandi brand internazionali su progetti di storytelling; hanno poco in comune nello stile, ma una grande passione comune per i viaggi. Per scattare le loro foto fanno grande uso dello smartphone e per editare bastano poche app: Finn e Dan usano soprattutto Snapseed, Vsco e Darkroom Cory invece Vsco e Filterstorm.

La facilità del selfie permette di dare libero sfogo alle stupide tendenze egocentriche umane, che la maggiore difficoltà della pittura prima, e della fotografia delle origini poi, teneva parzialmente a bada. Oggi che ciascuno può fotografarsi in continuazione, come prima solo ai divi era concesso, i social network come Facebook, Instagram, Twitter e Whatsapp sono diventati i rotocalchi (riviste a larga diffusione che trattano principalmente attualità, costume e cronaca) editati in proprio dei “poveri e brutti”.
Ma poiché tutti sanno che i cinque secondi di attenzione che un selfie ottiene dagli amici sono pur sempre una caricatura della vera celebrità, ecco allora l’ancora più stupida corsa agli scatti con i divi reali o presunti, nel tentativo di ricevere un pò della loro notorietà e del loro fascino (e magari della loro ricchezza) dal papa alla cubista, passando per il politico, l’attore, il cantante o lo scrittore di turno.

Nel 2014 non si è parlato nei media dei maestri della fotografia, o dell’immagine vincitrice dei concorsi fotografici internazionali, ma dei selfie.
Ad esempio, quello di Papa Francesco ritratto in compagnia di un piccolo gruppo di giovani nell’agosto 2013.

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Nel dicembre 2013 quello del primo ministro danese Helle Thorning-Schmidt, durante il funerale di Nelson Mandela con il presidente Barack Obama e il primo ministro britannico David Cameron.

E poi ancora, qualche mese dopo, nel marzo 2014, l’ospite alla cerimonia del premio Oscar, Ellen degeneres, è riuscita a stipare 11 celebrità di Hollywood nella stessa inquadratura. Passata un’ora soltanto dalla pubblicazione su Twitter, la foto è stata ri-twittata più di un milione di volte.

Così il nuovo selfie ha sostituito il vecchio autografo, con un vantaggio: di poter essere richiesto anche agli analfabeti.

Il selfie, termine derivato dalla lingua inglese, è una forma di autoritratto fotografico realizzato principalmente attraverso uno smartphone, un tablet o una fotocamera digitale, puntando verso sé stessi o verso uno specchio l’apparecchio e scattando, similmente a quanto avviene con la tecnica dell’autoscatto che utilizza un dispositivo che permette lo scatto ritardato di una fotografia.
I selfie vengono realizzati comunemente per poter essere condivisi su social network.
Bill Nye, Barack Obama e Neil deGrasse Tyson si sono fatti dei selfies nel 2014.

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A volte la tentazione di un selfie è davvero irresistibile. Se poi ci si trova chiusi in una tuta spaziale per una passeggiata all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale è davvero impossibile resistervi. Uno dei più incredibili autoscatti arriva proprio da una delle passeggiate spaziali programmate dei due astronauti Reid Wiseman e Alexander Gerst.

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Alcune delle immagini riprese durante i lavori in esterna sulla ISS, a centinaia di chilometri di altezza rispetto alla superficie terrestre, sono state pubblicate su profilo Flickr della NASA. Le foto sono state riprese con una Nikon D2X appositamente modificata e con un’ottica Nikkor Fish-eye 10,5mm, anch’essa resa compatibile con la dura vita nello spazio.

La diffusione delle foto, oltre che dagli smartphone, è facilitata da social media quali Instagram, Facebook, Twitter, Flickr, 500px, ma anche da quello che essere essere un irrefrenabile desiderio di mettersi in scena davanti agli occhi di un mondo dove tutti richiedono attenzione.
La presenza nei media internazionali della parola selfie è stata così massiccia che l’Oxford Dictionary l’ha scelta come “parola dell’anno”.
La definizione di selfie del prestigioso dizionario inglese è all’incirca la seguente: “Foto che una persona scatta a sé stessa, tipicamente realizzata con uno smartphone o una webcam e pubblicata su un social network”.

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è stato creato anche il periodico trimestrale “Selfie”, con sezioni dedicate a trucchi per fare fotografie migliori.

La prima pagina di Selfie recita così:
In fotografia la tecnologia fa passi da gigante. Le fotocamere, soprattutto quelle integrate all’interno di smartphone e dispositivi mobili, hanno sempre più funzioni e sono sempre più intelligenti. Ai giorni nostri è difficile sbagliare tecnicamente una foto, ma è comunque possibile che sia banale o uguale a tante altre viste e riviste sul nostro social media di riferimento. Condividere fotografie non è una moda, è più uno stato dell’anima, e se lo facciamo è perché vogliamo che una nostra immagine sia più visibile, più bella e più apprezzata tra tante altre che affollano il web. Perché ciò accada non serve che un pizzico di tecnica e quello che i maestri e i pionieri della fotografia hanno sempre chiamato “occhio fotografico”. Spesso, per trasformare una foto da banale a opera d’arte basta poco: un’inquadratura leggermente diversa, fotografare abbassandosi di poco, elaborare uno scatto con un filtro (una procedura di pochissimi secondi che può davvero fare la differenza). Abbiamo scritto queste pagine con l’intento di dare a tutti, anche a chi non ha mai fotografato prima, gli strumenti necessari per catturare con lo smartphone selfie e immagini capaci di guadagnare cascate di consensi, approvazione e “Like”. L’intento è di creare foto più belle di quelle dei nostri amici e della nostra comunità di riferimento, un’impresa alla portata di chiunque voglia farsi notare dalla massa.

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Selfie ci tiene poi a specificare che è tendenzialmente meglio fotografarsi dall’alto perché “in questo modo il naso appare più piccolo e il volto ha un’aria più sexy e interessante” e di evitare boccucce (altrimenti dette duckface) che trasformano il nostro volto “in una sorta di caricatura di se stesso” e di fare particolare attenzione allo sfondo, per evitare lo spiacevole fenomeno del photobombing.

Le radici dell’autoritratto risalgono al sedicesimo secolo. Lungo il Corridoio Vasariano a Firenze, un’appendice del Museo degli Uffizi, si trovano in mostra più di quattrocento autoritratti. Tra questi i dipinti di grandi pittori rinascimentali come Raffaello, Velàzquez, Rubens, Rembrandt, Tiziano e molti altri. Questo impressionante numero di selfie ante litteram costituisce una valida testimonianza su quanto fosse importante già ai tempi per gli artisti auto-rappresentarsi sulla tela.

Più tardi, nel 1839, subito dopo che Louis Daguerre pose le basi della fotografia moderna, Roberto Cornelius fece uno dei primi autoritratti fotografici. Realizzato con la tecnica del dagherrotipo davanti al negozio di lampade di famiglia. L’esposizione durò circa un minuto, durante il quale Cornelius rimase perfettamente immobile davanti al suo apparecchio fotografico.  L’idea del selfie è dunque vecchia quanto la fotografia, anche se il cellulare rende più agevole lo scatto e permette di fotografarsi tenendo semplicemente il braccio teso. Prima, invece, per farlo era necessario usare uno specchio o l’autoscatto (a filo o a orologeria).

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Nel 1914, la tredicenne granduchessa russa Anastasija Nikolaevna fu una delle prime adolescenti a riprendere una fotografia di sé stessa da mandare a un amico, utilizzando uno specchio. Nella lettera che accompagna la fotografia, scrisse: «Ho scattato questa fotografia di me stessa attraverso lo specchio. È stato molto difficile, dal momento che mi tremavano le mani»

Al dicembre del 1920 risale uno scatto ritrovato nell’archivio della Byron Company, storico studio fotografico di New York, e che fa oggi parte della collezione di oltre 23.000 pezzi del Museo della Città di New York, in cui compaiono tre fotografi che producono un autoritratto puntando verso di sé una fotocamera, su cui era montato un grandangolare, sostenendola con le mani, similmente a quanto avviene oggi con i selfie

I selfie rappresentano un fenomeno sociale della comunicazione online che si presta bene per l’analisi delle trasformazioni sociali in atto e dei modi di mettersi in connessione. Si tratta di immagini che servono per costruire e diffondere una narrazione di sé. Hanno a che fare con l’autorappresentazione umana e con la natura sociale dell’immagine. Servono a fare rete, a costruire e rendere evidente il cosidetto ego-network, affinchè i contatti commentino, e premano il pulsante digitale like, e quindi estendere anche la rete stessa facendo vedere le foto cliccate agli amici degli amici.
Si può condividere un atto quotidiano oppure può essere un atto politico, come è stato per le proteste a Kiev, e dall’altra per i manifestanti turchi che si sono fatti selfie durante la protesta per testimoniare il loro dissenso e veicolarlo online.

Questa moda ha raggiunto anche le celebrità, dando vita a centinaia di esempi di autoritratti: Madonna, Leo Messi, Justin Bieber, Lady Gaga, Lindsay Lohan e molti altri.

Il 16 gennaio 2011, nel momento in cui l’americana Jennifer Lee ha postato una foto sul suo account Instagram usando l’ashtag #selfie, pochi giorni dopo, instagram ha introdotto ufficialmente la parola “selfie” come hashtag. Da allora si è assistito a un proliferare di autoritratti che si è diffuso in maniera tale da normalizzare il termine. Il 2013 lo ha portato a una notorietà di massa grazie alla diffusione sui media manistream. Il giovane temerario russo Kirill Oreshkin, ha raggiunto fama mondiale arrampicandosi su edifici molto alti della sua città, Mosca, per fare i selfie.
Anche la terza età ha utilizzato questo trend. Un esempio è l’anziana, nonna Betty. Il suo account instagram “grandmabetty33” è stato intercettato dai media americani dopo che, all’inizio del 2014, la donna ha iniziato a postare selfie. Presto nonna Betty è diventata così popolare da arrivare a 684 mila seguaci. Ora è soprannominata “la nonna del mondo”.

La vita è imprevedibile, e ci sono tante possibilità di divertimento e goliardia da creare facendo parte di fotografie, e non sempre si ha qualcuno pronto a scattarci una foto.

Per alcuni la tendenza selfie se diventa onnipresente diventa anche fastidiosa, diventando un’ossessione al limite della patologia. Chi si fa selfie vuole dare segnali continui che esiste fisicamente, attraverso la fotografia, ma anche che è fatto in un certo modo, e che ha certi gusti d’abbigliamento, o che fa certe esperienze di vita recandosi in alcuni luoghi.

Secondo studi effettuati dall’American Psychiatric Association la gente che continuamente, anche più volte al giorno, posta selfie sui social network è potenzialmente portatrice di una patologia chiamata selfitis. Secondo l’APA, la selfitis è “il risultato di una chiara mancanza di autostima”.

LE UTILITà INDIVIDUALE DEL FARSI FOTO
Ovviamente, farsi foto, sia al viso che al resto del corpo nudo può permettere di conoscere meglio come si è fatti a sé stessi, ad esempio perché ci sono differenze tra il guardarsi allo specchio rispetto al guardarsi in foto, si può ingrandire l’immagine, si può guardare una posizione che non permetterebbe agli occhi di vedere certe parti se fatta davanti allo specchio, si può avere una illuminazione che difficilmente si ha con le lampade della stanza in cui si trova lo specchio. Non ci si può vedere girati di testa, neanche con la testa alzata, o di profilo.
Alcuni si sentono in imbarazzo nel guardare il loro stesso corpo, soprattutto alcune parti come la vulva, il pene e l’ano, in luoghi chiusi dove nessun altro li può vedere nudi. Fotografarsi e guardarsi in foto può essere un modo per abituarsi all’idee che si è fatti nel modo in cui si è fatti.

CONDIVISIONE DELLE FOTO DEL PROPRIO CORPO NUDO O SEMINUDO
Fotografarsi e condividere le foto fatte sono due atti diversi e indipendenti. Ci si può quindi fotografare senza condividere le foto fatte. Per mostrare il proprio corpo, sottolineando che quel corpo, messo in un certo modo, ci piace, è necessario che il resto del mondo esista per guardarlo. Si condivide l’immagine, ma anche il proprio apprezzamento estetico.
Detto ciò, è ovvio che l’esibire il proprio corpo può essere un piacere di cui si può fare a meno così come si può fare a meno della liquirizia, della coca cola, dei videogames e così via, ma di certo c’è bisogno dell’apprezzamento e consenso altrui per godere del piacere dell’esibizione.

L’artista Anna Uddenberg,  nel 2016, ha scolpito una ragazza nel momento in cui si fa un selfie con lo smartphone alle natiche in posizione da dietro.

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LA FUNZIONE DEL MOSTRARSI, DAL VIVO E IN FOTO: VALORE SESSUALE, RIPRODUTTIVO, SOCIALE ED ESTETICO
Nei social network i selfie, per dirne una, arrivano là dove le parole (i social e in genere internet sono un prepotente ritorno alla comunicazione scritta, neppure solo verbale) sono avvertite come insufficienti. Ovvero nella relazione a distanza, dove si perde quella semiosi paraverbale che è chiamata prossemica, le fotografie cercano di rimpiazzare mimica e gesti (come le “faccine”, del resto). Questo vale anche in ambito sessuale.

Pavone maschio e pavone femmina hanno un aspetto esteriore funzionale l’uno verso l’altra. La testa e il collo del maschio sono ricoperte di piume blu elettrico dai riflessi metallici. La femmina ha la testa bianca e bruna decorata dal ciuffo di penne sulla nuca.
Portarsi in giro quell’ambaradan è antieconomico e rende il pavone facile preda di eventuali predatori (difficile nascondersi se si hanno penne blu elettrico alte due metri). Eppure, evidentemente, alle femmine piace.
Sembra quindi che nell’evoluzione delle specie siano in gioco due forze: il caso e le donne (come se tra i due ci fosse poi una qualche differenza).

Allo stesso modo l’aspetto umano è funzionale alla riproduzione. Ma per fare in modo che questo aspetto compia l’effetto per cui esiste il corpo deve essere visto, dal vivo o in foto. E dunque, per quanto riguarda i selfie, è necessario condividere le foto.
Non c’è niente di male nel voler sapere se il proprio corpo piace e attrae sessualmente gli altri. Fa parte delle esigenze umane degli adulti cercare di valutare quanto potere attrattivo ha il proprio corpo, in modo che all’occasione giusta, davanti all’uomo o alla donna con il/la quale si vuole avere uno o più rapporti sessuali e sentimentali ci si senta sicuri di sé e si abbia il coraggio di procedere nel tentare di provocare desiderio e raggiungere la soddisfazione sessuale con l’accoppiamento. I like e i commenti ricevuti condividendo una propria foto, vestiti o nudi, permettono di venire a conoscenza del fatto che agli altri piace il proprio corpo e ci si può sentire sicuri del proprio potere attrattivo.

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Così come la lunga e ingombrante appendice che appare all’estremità del maschio di pavone è una costosa, a livello energetico per quanto riguarda lo sviluppo, evidenza delle sue capacità di sopravvivenza (qualcosa che le pavone femmine vorrebbero nella loro prole), allo stesso modo di una persona, maschio o femmina, si dice che si pavoneggia quando indossa capi d’abbigliamento che richiamano l’attenzione.Se una maschio fa il pavone le ragazze avranno l’istinto di guardarlo più spesso, mentre i maschi di valore inferiore faranno commenti ironici. E viceversa, se una femmina fa la pavone femmina, e si pavoneggia quando indossa capi d’abbigliamento che richiamano l’attenzione (scollature vertiginose, shorts girofica, pantacollant attillati, tacchi alti e così via) i maschi avranno l’istinto di guardarle più spesso, e provare sensazioni attinenti al sesso con relative fantasie e dialoghi interiori (del tipo “porca madonna quanto le ma scoperei quella!”) mentre le femmine di valore (estetico) inferiore faranno commenti ironici e denigranti (“che troia”) e penseranno a come distogliere l’attenzione da quelle ragazze che così si comportano.

Questo vorrà dire che su quel maschio e su quella femmina ci sarà una pressione sociale più alta di quella che si subisce normalmente, cosa che può essere usata a suo vantaggio.Infatti, il maschio dimostra un valore superiore quando gli altri percepiscono che è abituato a questa pressione sociale e sa sopportarla oppure lo lascia indifferente. Questa cosa sarà percepita come dominanza sociale.Per ottenere l’effetto desiderato, la gente deve vedere la propria personalità in coerenza con la propria immagine “pavonesca”. Un uomo con un cappello a cilindro e un boa di struzzo, una donna al braccio destro e un’altra a sinistra, circondato da amici che ridono, appare l’Uomo.Tutti i presenti lo noteranno, e le donne si scambieranno commenti sottovoce e gli vorranno essere presentate. Lo stesso uomo, però, vestito allo stesso modo ma seduto da solo in un angolo apparirà come un reietto della società.

Il successo nel pavoneggiarsi richiede preparazione e riflessione. Infatti, uomini e donne, impiegano molto tempo a scegliere i capi d’abbigliamento nei negozi, i profumi, le scarpe, make up, acconciature e così via, e quando sono a casa si controllano davanti allo specchio, quando sono in giro guardano il proprio riflesso sui vetri delle auto o su gli specchietti retrovisori. E li usano sia in luoghi pubblici che in situazioni private, come la lingerie prima del sesso.Soprattutto ragazze che hanno bisogno di confermare la propria capacità estetica e intellettuale di eccitare possono utilizzare i prodotti audiovisivi con ragazzi distanti, e sentirsi dire “ti voglio”, “mi piace”, “sono eccitato”.

SELFIE NEL WEB
Allo stesso modo che nella realtà, in cui ci si mostra vestiti in un certo modo camminando per strada, sostando seduti in qualche luogo come biblioteche, pub e così via, la fotografia può essere utilizzata per suscitare certe idee ed emozioni riguardo al proprio valore riproduttivo e sociale. Che sia un autoscatto o una foto scattata da qualcun altro. Una volta fatta la foto, se condivisa sui social network, può produrre apprezzamenti e richieste sessuali, da parte di persone che palesandosi permettono di essere selezionate sulla base del piacere estetico.Facebook è anche un gigantesco repertorio di informazioni utili sugli altri, amici già conosciuti ma anche e soprattutto persone nuove, da scoprire. Facebook è in questo una specie di anagrafe aperta, un generoso database a cui ricorrere ormai obbligatoriamente prima di intraprendere qualsiasi ricerca di nuove relazioni, amicali, sessuali o amorose che siano.Gli album di una persona possono dire molte più cose, e possono anche smentire quel che vuol far sapere di sé. Le prime a finire sotto la lente, ovviamente, sono le due foto-chiave: il ritratto del profilo, interpretabile come l’immagine migliore che la persona X, in questo momento, vuole dare di sé. E l’immagine di copertina, che è una specie di sintesi-metafora di quel che la persona X pensa di essere, della sua personalità, del suo umore.
L’autopresentazione, l’autopromozione sociale, anche se possono essere una maschera, sono elementi importanti per prendere le misure a X.L’individuo che deve provvedere al proprio sostentamento materiale in una società si deve autoaffermare nella società, perché attraverso l’opinione altrui otterrà dei vantaggi, come il lavoro. Informare gli altri della propria qualità tecnica, estetica, morale, della propria intelligenza, della propria capacità di impegnarsi e perseverare. Vantarsi delle vendite ottenute di un proprio prodotto, degli affari portati a termine, della qualità dei propri lavori. Un autoscatto può mostrare il suo sorriso, la pulizia dei capelli e dei denti, la rasatura della barba, il pregio degli abiti e così via.

SELFIE SENTIMENTI E SESSO
I ragazzi su facebook e gli altri social possono ricercare foto di ragazze, e le ragazze foto di ragazzi, ma anche foto di ragazze, sia per provare piacere, sia per valutare un approccio, a volte per verificare la conformità delle proprie foto con quelle più cercate e “mi-piaciate” dai ragazzi.La prima foto che si va a cercare se dal viso e la forma del corpo si pensa di essere sessualmente interessati è quella della persona in costume da bagno, per un’esigenza, di verifica estetica alle proprie aspettative.Se ha un sacco di ritratti con amici sempre diversi: bene, è una persona popolare. Ma se sono tanti, potrebbe essere non adatto/a per soddisfare i propri bisogni narcisistici e di sicurezza di essere gli unici o le uniche. Se ha fotografie in situazioni molto diverse: bene, non è una persona noiosa. Si può scoprire quali ambienti frequenta, dove va in vacanza, come si veste, se ha gli stessi gusti, se è snob.Ma la cosa più interessante è che questa approfondita esegesi viene condotta in team. C, mentre fruga, comunica quel che ha trovato, in chat privata, ad amici fidati e chiede loro un parere sulle sue ipotesi di lavoro (guarda che figa, guarda che culo. sì, sembra che ha anche due belle tette”). È una specie di consulto di specialisti, ciascuno mobilita le proprie esperienze per ricostruire il “puzzle identitario” di S.Lo sbocco di tutto questo è un approccio, ovviamente, che si può programmare nel futuro. E che può diventare una passeggiata in centro, un rapporto sessuale, un fidanzamento, un matrimonio. O la rinuncia a un approccio. Inizia un dialogo su Fb, e prima o poi, tranquilli, si torna nel mondo reale.Ma intanto sono state mobilitate abilità impressionanti. Ricerca di fonti, analisi comparativa di serie omogenee complesse di dati, lavoro interpretativo di gruppo.Il selfie è un linguaggio che i selfisti sanno usare forse senza troppo rifletterci, ma che usano bene, secondo regole che non hanno teorizzato scrivendole da qualche parte, ma intuito, e che seguono con grande efficienza, mentre lo studioso di fotografia spesso le deve apprendere con sforzo e studio. Questo non fa del selfista una persona che è in pieno possesso di un linguaggio finalizzato ed efficace ed anche a suo modo creativo.I messaggi che si inviano agli osservatori con certe foto in cui il proprio corpo è semiscoperto perché in intimo o in costume o del tutto nudo anche se censurato sono del tipo “Io ho un corpo diverso da quello di tante altre, il mio è esteticamente migliore”, “io sono sensuale”, “io amo vivere con eleganza la mia sensualità”, “io amo massimizzare il mio piacere visivo nel guardarmi e quello degli uomini che seduco”. Il messaggio che arriva alla parte più antica del cervello è “se ti riproduci con me non solo godi sessualmente ma avrai dei figli sani” per gli uomini etero che osservano femmine, mentre per le donne bisessuali od omosessuali che osservano femmine il messaggio si limita al godimento fisico e psicologico.Quotidianamente milioni di ragazze postano su facebook autoscatti del proprio viso, truccato e colorato, e dei propri capelli acconciati e colorati, con meches o extensions o dreadlock o treccine o cappelli particolari, o dei propri vestiti indossati, in alcuni casi perché si pensano “eleganti”, o “fighe”, di una ragazza si dice che è “figa”, e in altri autoscatti si mostra la t-shirt che si è appena comprato perché è “divertente”. Poi alcuni passano al “è figa, voglio provare a farci sesso”.

Farsi fotografie scegliendo come farle porta a conoscersi meglio fisicamente, ma anche a costruire meglio una immagine mentale di sé stessi, una raffigurazione cosciente di sé stessi.
Interiorizzare immagini di sé, che vengono usate poi per costruire una raffigurazione più ampia rispetto alla fisicità di sé. Per questo le persone usano espressioni come “mi rappresenta” o “non mi rappresenta”. Ogni foto contiene informazioni sull’intenzione espressiva dell’autore. Si può tentare di cogliere il proprio carattere. Se si piange spesso e si è spesso tristi ci si potrà fotografare in lacrime o con gli occhi spenti.

In genere le persone vogliono descrivere la parte di sé che si vuole gli altri conoscano. I principi del rinascimento commissionavano ai pittori dipinti che rappresentassero il loro potere. Gli oggetti che rappresentano il soggetto, il luogo, e gli abiti.
Espressione del volto che si vorrebbe che gli altri vedessero e ricordasse, postura che si vorrebbe che gli altri vedessero e ricordassero. espressione..

Scegliere uno spazio aperto perché piace pensarsi e far pensare di essere aperti alle grandi esperienze, o uno spazio chiuso perché piace e piace far sapere di essere chiusi e protetti da una rassicurante intimità.
In foto ci si può ritrarre anche in pigiama, come con gli abiti che si usa più spesso nel tempo libero, con la divisa da lavoro, o in abiti da casa, e possono descrivere la dimensione principale della propria personalità (estroversa, seriosa, riservata, curiosa, divertita ecc).

Si sceglie l’espressione del volto “giusta”, cioè quella che si pensa sia più utile mostrare agli altri per ottenere cose da loro, come apprezzamenti, lavori, amicizia, sesso, amore. Ad esempio espressioni positive, allegre, attente, serie.

CONDIVISIONE DEGLI AUTOSCATTI DI NUDO
Il continuo postare foto di sé sui social network come Facebook, e in generale nel web, non accade con le foto del proprio corpo nudo, nonostante non ci siano problemi legati alla sopravvivenza nel fotografarsi nudi (gli umani infatti non sono costretti a usare i vestiti in qualsiasi occasione per mantenere la propria temperatura corporea a livelli ottimali, né subiscono danni fisici se qualcuno li guarda nudi).

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A volte, le parti del corpo che quotidianamente vengono coperte dai vestiti sono comunque mostrate e accentuate, sempre coperte, con inquadrature precise, in cui si taglia gran parte del viso, e l’illuminazione è più forte ad esempio sul posteriore, oppure si indossa un abbigliamento attillato che ne risalta le forme. Le stesse parti accentuate e mostrate coperte, non vengono mostrate e accentuate scoperte. Dunque, è la pelle prima di tutto a essere nascosta e non la forma, a parte dei dettagli come l’incavatura del sedere che coperto dai pantaloni non si vede.

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Nella maggioranza dei casi, la massima quantità di superficie di pelle nuda di soggetti femminili (che nelle società occidentali rientra nelle zone che gli altri possono vedere solo in determinate condizioni come il fidanzamento) che si può vedere in foto da ragazze comuni, quindi non persone che ci guadagnano soldi, accedendo a Facebook è la scollatura al seno, più o meno evidente soprattutto in base alla taglia.

L’esposizione di sé a volte è usata per ottenere un effetto psicologico sugli altri che può alleviare certe ferite. Ad esempio provocare frustrazione negli ex fidanzati che hanno interrotto la relazione facendo soffrire e mettendo in discussione il proprio valore, o quelli che hanno rifiutato lo scambio d’amore, per farli pentire, provare sofferenza, vendicarsi indirettamente. E lo scrivono le stesse ragazze condividendo i propri selfie.

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Tutti sanno che le mammelle femminili sono diverse dai pettorali maschili per la loro forma, e infatti è proprio la forma a determinare nel sesso femminile il solco intermammario (o canale intermammario o seno propriamente detto) che è un canale che divide le mammelle dei mammiferi, il cui nome deriva dal latino sinus, cioè appunto piega, ed è ben visibile dalla formazione e dallo sviluppo del seno durante la pubertà, dato che il seno si sviluppa fortemente nel sesso femminile.

E infatti, è utilizzato nella pratica sessuale della spagnola dalle donne, pratica che un maschio omosessuale non può fare con un uomo per ovvi motivi, neanche volendo, ed è per questo che vederlo nelle femmine può essere eccitante per gli uomini eterosessuale.
E sempre per questo motivo le ragazze si fotografano il seno compresso dal reggiseno o da una particolare posizione del corpo che avvicina i due seni e ne evidenzia le caratteristiche per catturare l’attenzione e stimolare il desiderio sessuale, attraverso l’uso dei social network.

Fatte in vari contesti, in alcuni casi anche con accessori, come violini, con l’intenzione di abbellire l’autoscatto. E a questo raramente si reagisce con stupore e contrarietà rispetto alle foto di nudo che vengono criticate, segnalate e cancellate. Spesso ricevono un “sei bellissima”, “ti voglio sposare”, piuttosto che un “sei una troia” o “copriti”.

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Anche queste foto possono però provocare problemi.

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L’istinto sessuale può spingere a fare molte cose, anche un gesto semplice e senza effetti come cliccare mi piace. Ma chi entra in una relazione monogama a volte non si aspetta certi limiti, e una volta scoperto non riesce ad accettarlo con facilità. Ad esempio che l’altro può richiedere esclusività non solo riguardo ai rapporti sessuali, ma anche a livelli meno evidenti e più particolari.

Anche un mi piace a un selfie condiviso sui social che ritrae delle natiche, o una scollatura può diventare motivo di litigio in una coppia di questo tipo.
Soprattutto se il selfie ritrae una persona conosciuta dalla fidanzata monogama.

Bisogna quindi sapere fare scelte e prendersi responsabilità in sintonia con i propri istinti e desideri in modo da non ritrovarsi incastrati in doveri che deprimono la propria sessualità.

In rarissimi casi, il soggetto femminile, pur nei suoi autoscatti non mostri mai i capezzoli in nessun modo, se non qualche millimetro, può rimanere senza nessun abito nella parte superiore del corpo, ma coprirsi le mammelle con le braccia.

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La quantità di autoscatti condivisi in cui si mostra la bellezza del proprio viso, o delle proprie forme coperte dai vestiti è enorme. Anche perché non rimangono ignorate, ma ricevono attenzione attraverso commenti, relativi alla bellezza e alle emozioni che essa provoca, finendo con l’essere ironici e fingere la nascita di un sentimento talmente intenso da voler arrivare direttamente al matrimonio: non so chi sei, ma ti troverò e ti sposerò.

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Tuttavia, le ragazze che non mostrano il proprio corpo nudo attraverso le foto nei social network e che affermano di non volersi far fotografare nude, a volte sono comunque interessate alla nudità altrui e a quello che la fotocamera può produrci, e postano foto di nudo di altre persone, prevalentemente di sesso femminile, che appartengono quasi sempre a un mondo mediatico, come Star della musica (come Rihanna), o fotomodelle famose, che hanno posato per foto di nudo.  Alla richiesta di identificazione da parte degli osservatori rispondono “Non sono io nella foto. Non potrei mai caricare foto del genere di me stessa.”

Bellezza

O in alcuni casi pubblicano foto di seni con dei piercing ai capezzoli, perché desiderano averli anche loro, o perché desiderano condividere l’emozione di piacere che hanno nel vederli, oppure corpi nudi tatuati. Anche i o le piercer di professione pubblicano foto di capezzoli o vulve delle loro clienti, per mostrare cosa possono fare a chi vuole pagare per ricevere il servizio.
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In particolare solo a chi ha un piercieng o chi fa piercing capita di pubblicare foto della propria vulva o di vulve.
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Di rado, ci sono ragazze che si divertono a farsi fotografare dalle loro amiche in uno stato più nudo del solito, mostrando il sedere, oppure al limite rimanendo nude ma coprendo i capezzoli o la vulva.
Oppure ragazze che si fotografano indossando t-shirt con stampate sopra le loro t-shirt delle immagini di seni in corrispondenza dei loro seni reali. La fotografia del seno nudo di qualcun altro davanti al proprio seno nudo reale è accettabile da queste ragazze.

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In base alla volontà di farsi fotografare o meno nude si può dividere l’insieme delle ragazze esistenti in varie categorie:
Ai due estremi quelle che non si farebbero fotografare nude in nessun grado di nudità, e quelle che si farebbero fotografare nude a ogni grado di nudità.
Poi, tra quelle che si farebbero fotografare nude, ci sono altri due sottoinsiemi distinti, ovvero quelle che si farebbero fotografare nude ma non condividerebbero le foto sul web e quelle che si farebbero fotografare nude e condividerebbero le foto ovunque sul web.

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Per quanto riguarda la quantità di ragazze che appartengono a queste insiemi si può dire, senza troppa precisione, una ragazza su cinque si farebbe fotografare al massimo vestita e mai nuda, una su trecento parzialmente nuda, una su settecento nuda in modo esplicito (labbra della vulva e ano visibili), una su 1500 farebbe pornografia.

Tra quelle che si farebbero fotografare nei vari gradi di nudità, ci sono quelle che non vorrebbero che le proprie foto vengano condivise nel web. E infatti, l’insieme che contiene il maggior numero di ragazze, tra gli insiemi di quelle che si farebbero fotografare nude, è quello delle ragazze che si farebbero fotografare nude ma non condividerebbero le loro foto sul web. Decine di milioni di ragazze, se non miliardi, si fanno fotografare nude in privato nel mondo, ma poche decine di migliaia di ragazze pubblicano le foto sul web.

E tra quelle che non si farebbero fotografare mai nude, spesso neanche a uso privato, ci sono quelle che segnalerebbero su Facebook le foto di altre ragazze che invece si fanno fotografare nude e condividono le foto, aggiungendo insulti alla persona.

A volte la causa di certe espressioni astiose nei confronti della condivisione di foto di seminudo o nudo, soprattutto autoscattata, deriva dalla frustrazione, da parte di maschi etero e femmine bisex od omosessuali, per il fatto di non poterle avere sessualmente quelle ragazze, altre volte è ignoranza, ovvero perché credono che un atto del genere produca dei danni sociali, quando invece non è così.

L’insieme delle ragazze che si fanno fotografare oppure si autofotografano seminude o nude, è spesso composto da casi in cui ragazze postano foto di autoscatti di seminudo o nudo, motivate dal fatto che in qualche modo ci guadagnano soldi, perché magari sono cubiste a seno nudo in discoteca, oppure posano per foto di nudo con fotografi amatori o esperti dietro un compenso, oppure sono webcamgirl, ma rimangono una minoranza e quindi non sono sufficienti per dire che mostrare autoscatti di seminudo o nudo sia normale, e inoltre la spinta psicologica a dissuadere dal farlo a causa dell’anormalità del gesto è attenuata dal fatto che in cambio ricevono soldi, oppure, con la pubblicità, aumentano le proprie possibilità di guadagno, e quindi hanno il fine ultimo di ottenere, grazie a catene di causa ed effetto, e spesso caricano foto di nudo censurate sul social network per invogliare appunto gli osservatori a spendere soldi fotografandole.
Spesso si può dedurre semplicemente guardando delle foto di una ragazza che non si conosce che fa la fotomodella se presentano nelle loro foto percentuali di nudità più elevata della media e avere una conferma controllando nella sua galleria, proprio perché in genere le ragazze che non ci guadagnano soldi non condividono con gli altri certe foto.

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L’autoscatto in generale viene spesso usato nel marketing, ma anche per chi guadagna con le foto di nudo, come le fotomodelle. Infatti è economico e veloce, e per tenere in movimento la pagina si può fare anche tutti i giorni, scrivendo qualche frase ironica, come pretesto per postare la foto di seminudo sul web.

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Se una ragazza ha posato per foto di nudo o lo fa abitualmente riesce a farsi fotografare nuda anche in situazioni diverse da quelle professionali o artistiche, come quando si fa tatuare, o quando si trova nella sua piscina privata, o in camera a passare il tempo libero da impegni. Questo probabilmente perché “ormai” la vedono già nuda nelle altre foto. Quindi, anche chi non avrebbe vergogna a mostrarsi, ha più blocchi psicologici ed emotivi se non ha mai posato nuda e gli altri non la vedono nuda abitualmente.

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Considerando la resistenza a condividere foto di sé nude che hanno le ragazze comuni, è davvero raro, che una ragazza posti una foto della propria vulva, soprattutto se non fa la fotomodella, e quindi non ci guadagna soldi. Molto raramente può capitare che una ragazza posti la foto della propria vulva nuda su un social network, soprattutto essendo identificabile, probabilmente la lascia per poco tempo 20 o 30 minuti.
Un piercing del cappuccio del clitoride (in inglese Clitoral Hood Piercing) praticato sul prepuzio clitorideo, per alcune giustifica l’esposizione della nudità. Senza piercing molto probabilmente un ragazza che ha condiviso la foto della sua vulva non avrebbe mai condiviso la foto. Infatti tra i commenti può scrivere che si fare attenzione al piercing e non alla vulva. Riprendendo il famoso proverbio cinese “quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito”. In questo caso gli stolti, secondo lei, sarebbero i “bavosi” come lei può chiamarli. Dunque è una foto, che per lei, ha valore puramente estetico, e completamente desessualizzata. E probabilmente acquisisce quel valore estetico per il fatto che c’è il piercing. E infatti non le basta farlo vedere ai suoi partner sessuali, o al limite ad amici e amiche, ma anche ai suoi contatti facebook, che possono essere quasi 5 mila, più anche 9 mila che la seguono. Spesso queste ragazze hanno molti tatuaggi, e l’esposizione del corpo nudo in sé non le pare interessante, ma con tatuaggi e piercing sì.
Per tanto, così come l’insieme che contiene il maggior numero di ragazze, tra gli insiemi di quelle che si farebbero fotografare nude, è quello delle ragazze che si farebbero fotografare nude ma non condividerebbero le loro foto sul web, così l’insieme delle ragazze che si farebbero fotografare nude e condividerebbero le foto sul web è composto da un sottoinsieme di numero maggior sul lato di quelle che lo farebbero per un ritorno economico piuttosto che per un piacere psicologico.

I PROBLEMI DI MOSTRARE ZONE SESSUALI SENZA VOLER FARE SESSO
Se una ragazza non è interessata a ricevere richieste sessuali dovrebbe fare in modo che gli altri lo comprendano,
per non far perdere tempo a nessuno, e non creare negli altri false speranze.
Quindi, evitare di mostrare qualsiasi parte del proprio corpo che ha a che fare col sesso può essere una soluzione.
Ma non è necessario evitare del tutto di mostrarsi per evitare di comunicare desiderio sessuale.
Basta spiegare che ci si mostra non per interesse sessuale ma per interesse nell’essere apprezzate e aumentare e
consolidare il proprio giudizio estetico sul proprio corpo, sentirsi belle e sensuali (potenti).
Inoltre, i maschi che credono che chi si mostra sia interessata al sesso probabilmente non sono attenti,
perché basta indagare e vedere che sono pochissime le ragazze interessate al sesso senza amore tra quelle che si mostrano.

ESPOSIZIONE DELLA NUDITà COME ASSENZA DI CARATTERISTICHE INTELLETTUALI INTERESSANTI
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Questo pensiero è una stronzata.
Non è che se una ha un bel corpo nudo allora ci si parla meglio. Così come non è che se una ha dei bei vestiti allora ci si parla meglio. Questo fatto del parlare è indipendente dal come si è vestiti o dal come si è nudi.
La nudità ha funzione estetica e sessuale per chi la mostra e osserva.
Non ti scopi i vestiti ma il corpo. I vestiti non sono chi li indossa. Vanno tolti. Pertanto va più che bene mostrarsi nudi, così come va più che bene scopare.
Si può anche ribaltare “vi fate le foto vestite perché nude non vi caga nessuno”. Anzi, quasi sempre le ragazze non si spogliano perché hanno paura di non essere abbastanza belle. E s’inventano che spogliarsi sia sbagliato perché non hanno argomenti con i quali mostrarsi superiori a quelle che si spogliano.

Magari hanno un bellissimo viso, soprattutto truccato, ma le tette cadenti, le areole dei capezzoli raggrinzite o troppo larghe, le labbra della vulva lunghissime, le natiche flosce e piatte e piene di smagliature, e così via.

Ci sono ragazze che postano foto di sé nude, e sono ignoranti, stupide, violente, egoiste. Così come ci sono ragazze che postano foti di sé nude, e sono sapienti, intelligenti, calme, altruiste.

Ma non c’è nessuna differenza con chi posta foto di sé vestito. Anche tra quelle che postano foto di sé vestite ci sono sono ignoranti, stupide, violente, egoiste.

Se davvero ti/vi interessava dire che “ci sono ragazze che non hanno cervello ma solo attrattività sessuale” lo si poteva dire in modo diverso. Molte si fanno le foto nude perché non hanno nessuna qualità mentale è diverso da “Vi fate le foto nude perché non vi caga nessuno”.

E svalutare l’importanza dei quantificatori “tutti”, “nessuno”, “molte”, “qualcuno” è un segno di stupidità. Quindi, volendo criticare le ragazze stupide sarebbe meglio non farlo mostrando stupidità.

Per essere intelligenti basterebbe lasciare libere le ragazze di farsi foto nude senza che debbano per forza ricevere continui insulti da quelle che non si fanno foto nude. D’altronde loro non vanno a insultarle perché non si spogliano. Vivere in questo modo sarebbe pacifico e tollerante.

ASSENZA DI UNO SGUARDO REALE COME PREFERENZA DEL SELFIE O DELL’AUTORITRATTO DI NUDO

Alcune possono preferire l’autoritrato o il sefie di nudo rispetto al farsi fotografare qualcuno, perché le foto non sono la realtà, e dunque è diverso dal mostrarsi nella realtà, cioè non devono affrontare la propria vergogna. L’essere in completo controllo della situazione, dell’immagine finale. Si è soli con se stessi, mentre con una foto in studio si è inevitabilmente nuda/o di fronte a una o più persone più o meno sconosciute; non è detto che una persona sia a suo agio con quella situazione, anche quando magari è totalmente a proprio agio col proprio corpo.
Per questo si può creare una scissione tra ragazze che non faranno mai foto di nudo per fotografi ma si fotografarennano anche la clitoride da sole, condividendo le foto, contro le regole del social network.
Oppure, possono iniziare con selfie allo specchio e dopo aver acquisito sicurezza in loro, anche attraverso mi piace, commenti, messaggi e proposte arrivano a fare praticamente solo nudi in studio.

ANATOMIA DI UN AUTOSCATTO O UNA FOTO DI NUDO FATTA E CONDIVISA PER PIACERE
Sia nelle foto che qualcuno scatta a una persona che negli autoscatti di nudo, a causa della nudità, si eliminano i messaggi sul valore sociale che invece si creano con gli autoscatti in cui si è vestiti, in quanto gli abiti sono portatori di simbologie sociali di ricchezza ed eleganza al contrario del corpo nudo, che spesso invece è portatore d’informazioni riguardo giudizi morali sulla sessualità e sull’esposizione al pubblico, attraverso la condivisione web, del proprio desiderio sessuale e del proprio corpo nudo, e allo stesso tempo si concentra l’attenzione sul valore riproduttivo ed estetico del soggetto nudo che si è autoscattato delle foto.

Al contrario di foto, sia autoscattate che scattate dagli altri, in cui il soggetto è vestito, andando ad analizzare le motivazioni per cui moltissime ragazze si limitano a mostrare i propri autoscatti di nudo a certe persone sono da identificare nel fatto che la reputazione di una donna influisce direttamente sul suo status sociale, e che una donna vuole quindi controllare questa reputazione in modo da trarne vantaggi ed evitare svantaggi.
Infatti, per questo moltissime donne accettano più facilmente di fare sesso con qualcuno che non conoscono bene quando sono in vacanza, perché questo atto, rimanendo sconosciuto, non avrà conseguenze sociali sul suo gruppo di riferimento e sulla sua città di riferimento. Ad esempio evitare che gli altri le giudichino “troie”. Per questo amano essere discrete riguardo sia al fare sesso, sia al mostrare il proprio corpo nudo dal vivo o in foto. Questa scelta nell’ambito della fotografia di nudo ha il contro di evitare alle donne di provare piacere in misura maggiore, e di evitare a moltissimi uomini di provare piacere nel vedere quelle foto.

Dai quattordici anni ai cinquant’anni, molti/e adolescenti, adulte e anziane amano autoscattarsi foto di nudo, con la webcam, lo smartphone, la compatta e la reflex. Progressivamente la quantità di persone che si autoscattano foto di nudo diminuisce con l’avanzare dell’età. L’aspetto del corpo modificandosi perde interesse per chi lo guarda, e di conseguenza perde interesse autofotografarlo.

Scrivendo su google “selfie nude” si trovano milioni di risultati di tutti i tipi, femmine, maschi, trans, giovani e anziani.

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MOTIVAZIONI NEL FARE E CONDIVIDERE AUTOSCATTI DI NUDO NOOSTANTE LO STIGMA SOCIALE

La condivisione fa parte di tantissimi atti della vita. Si vede una certa cosa particolarmente bella/strana/interessante e la si fotografa per dire a più gente possibile che si è stati fortunatamente testimoni di quella esperienza. Ad esempio del stare davanti a una persona nuda che ci piace, o dell’averci fatto sesso.

Ragazze e ragazzi si fanno autoscatti di nudo per:

1. vedersi e piacersi,
2. molto più spesso per farsi vedere e piacere ed eccitare, ad esempio altri ragazzi e ragazze con i/le quali vorrebbero far sesso, o già fanno abitualmente sesso, ad esempio i propri fidanzati, con i quali hanno abitualmente rapporti sessuali e si ha piacere a eccitare. Condividendoli con loro via whatsapp o facebook. Allo stesso modo fanno con i video.
3. A volte è per motivi di distanza, perché la foto sostituisce parzialmente il corpo reale che in quel caso non viene visto spesso.

Il termine sexting, crasi delle parole inglesi sex (sesso) e texting (inviare SMS) è un neologismo utilizzato per indicare l’invio di messaggi sessualmente espliciti e/o immagini inerenti al sesso, principalmente tramite telefono cellulare, ma anche tramite altri mezzi informatici.

Negli USA, paese in cui il fenomeno ha avuto origine, il sexting è una pratica molto diffusa: secondo un sondaggio, infatti, lo pratica il 20% dei ragazzi tra i 16 e i 19 anni. Secondo una ricerca inglese, hanno avuto a che fare con il fenomeno, nel Paese, più di un terzo dei ragazzi tra gli 11 e i 18 anni.

Il fidanzato e la fidanzata, e in alcuni casi l’amico e l’amica, desiderano il bene dell’altro, e per questo vogliono dargli la possibilità di usare l’immaginazione guardando le foto, e masturbarsi per trarne grande piacere. Gli orgasmi rilasciano la dopamina e l’ossitocina, che possono migliorare l’umore, un effetto che in alcuni è ricercato attraverso gli psicofarmaci.
Infatti, la masturbazione può aiutare a a dormire, ad alleviare lo stress e semplicemente a sentirsi più a proprio agio con il corpo, ed è un ottimo modo per rilassarsi, sia emotivamente che fisicamente.
Inoltre, la masturbazione aiuta il corpo a rimanere attivi sessualmente, anche se non fai sesso. I tessuti si mantengono più sani ed elastici ed aumenta il flusso di sangue.

Uno dei motivi tra diversi motivi, come quello di eccitare, per fare e condividere foto del proprio corpo nudo è quello di avere una conferma dell’ipotesi di quanto il proprio corpo abbia il potere di sedurre ed eccitare o piacere, esattamente come nella realtà ci si fa vedere vestite e truccate per avere una conferma della propria seduttività.
L’esperienza ripetuta di conferme, sia date da sé stessi che dagli altri, nella visione delle foto del proprio corpo nudo può modificare anche la propria autoimmagine mentale, un selfie di sè che rimane nella memoria e al quale si pensa quando si pensa al proprio corpo. Dunque gli autoscatti di nudo possono ristrutturare le proprie interpretazioni sul proprio corpo. Anche perché non corrispondono alla realtà ma la riportano modificata, da inquadrature, colori, prospettive, luci, e dunque anche abbellita.

Il luogo in cui scattano queste foto in genere è nella propria camera, o in bagno, dove genitori, fratelli e sorelle non possono vedere il proprio corpo nudo, e soprattutto l’atto di farsi foto.

Dal fatto che guardare foto di corpi nudi può essere piacevole deriva la ricerca di fotografare con tecniche particolari, giocando su luci, colori e inquadrature, e deriva quindi la nascita del mestiere di fotomodella di nudo che permette a persone competenti di realizzare non soltanto foto di corpi nudi ma foto di corpi nudi tecnicamente coinvolgenti per le loro qualità estetiche.

Molte fotomodelle che si fanno fotografare nude da fotografi che le hanno scelte per la loro bellezza, proprio perché la fotografia di corpi nudi può avere il potere di eccitare sessualmente e può quindi essere un modo per far incontrare i desideri sessuali reciproci, si fidanzano pure dopo aver fatto sesso con i fotografi. Sempre per lo stesso motivo le fotomodelle che fanno foto di nudo possono fare anche pornografia, o le escort.

Ovvero, tutto il contrario di quello che moltissime fotomodelle e fotografi che si credono falsamente migliori, vorrebbero leggere, e vorrebbero che la gente pensasse.
Nelle ragazze che ricevono richieste di farsi fotografare nude da uomini spesso sorge la paura, della violenza e dello stupro, alimentata dai media, e dalle false notizie. Figurarsi se un uomo esprima un biologico desiderio di fare sesso dopo aver fatto un set come concordato. La paura crea pregiudizi, principii, regole, demonizzazioni e condiziona la vita. E spesso non salva dalle reali violenze e stupri. Si può infatti aver paura di qualcosa che non accadrà mai e non aver paura di qualcosa che accadrà. Aver paura di essere stuprate o violentate da un fotografo che non lo farà e non aver paura di salire su una moto senza casco che poi si schianterà contro un’auto, morendo così giovane ma sicura che per lo meno quel fotografo non l’ha violentata o stuprata.
Non solo è un problema il far sesso tra fotografi e fotomodelle senza ricevere il disprezzo sociale, ma volte c’e una disparità di trattamento tra uomo e donna, sbilanciata a svantaggio degli uomini, che si può notare nel fatto che le fotomodelle che toccano i corpi delle altre fotomodelle, le baciano sulle labbra, sul seno, sulla pancia, sulla vulva nei set a due, magari bisessuali, od omosessuali, e provandone immenso piacere, ma non vengono chiamate in modo dispregiativo “fottomodelle”, neanche quando chiedono al fotografo di fotografarle “insieme a delle belle fighe”.
Un fotografo può avere molti obbiettivi per fotografare. Parlando invece di obiettivi, uno di questi può essere quello di trombare. E non c’è niente di male. Come non c’è niente di male che una fotomodella possa desiderare farsi fotografare nuda insieme ad altre fotomodelle, toccarle e baciarle.

Nel comportamento sessuale umano, sono definiti preliminari sessuali tutte le forme di intimità fisica che, all’inizio di un incontro sessuale, servono a suscitare l’eccitamento sessuale propedeutico alla penetrazione o ad altre pratiche finalizzate a raggiungere l’orgasmo. Infatti, affinché ci sia un rapporto sessuale, deve verificarsi un´erezione; per favorire il rapporto sessuale, la vagina deve lubrificarsi.

Così come fare lo spogliarello può essere un preliminare utile accettare per fare sesso, anche fare foto di nudo e farsele fare può essere un preliminare. Le foto possono essere sia amatoriali che professionali.

Tuttavia la via più vantaggiosa in questo ambiente è non avere pensieri troppo disallineati con gli altri, o si rischia l’isolamento e la diffamazione, con conseguente perdita di opportunità economiche ed esperienziali. Oppure averne, ma non dirli.

SESSO TRA FOTOGRAFO E FOTOMODELLA
Se in media l’idea più gettonata è “fotografo e fotomodella non devono fare sesso, è una grave infrazione di professionalità” la scelta più vantaggiosa è non andare a sventolare ai quattro venti che si pensa sia una stronzata quest’affermazione, e che ognuno può scopare con chi vuole se si è tutti consenzienti. Perché si rischia l’isolamento.

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Una dimostrazione dell’ipocrisia si può trovare nelle reazioni alla scena di Titanic dove il protagonista maschio disegna nuda la coprotagnista femmina, e poi ci fa sesso.
Di Titanic miliardi di persone hanno pensato che fosse bello, e che quella scena fosse bella, piacevole, divina, romantica, fantastica, da imitare, da sognare. Ma è l’equivalente del fotoamatore che fotografa una ragazza nuda e poi se la vuole scopare e se lei ci sta ci scopa. Una cosa che rientra nella norma biologica umana e che non crea danno a nessuno.

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È del 1924 Le Violon d’Ingres di Man Ray (nella foto): il “passatempo preferito” del fotografo (attualmente al Getty Museum di Los Angeles) che mostra il sedere della modella. La modella che fece scandalo nella sua rappresentazione del violoncello si chiamava Alice Prin, ma è meglio nota come Kiki. Fu l’amante del fotografo per sei anni, dal giorno in cui, nel 1921, lui la vide in un caffé. Kiki era seduta a un tavolino con un’amica: era senza cappello e il cameriere non la voleva servire. Stizzita esclamò: “Non ci vuole servire perché pensa che siamo due puttane?”. Poi si sfilò le scarpe e appoggiò un piede sul tavolo, l’altro su una sedia. In quell’istante Ray decise che sarebbe stata la sua musa.

Produrre fotografie e video di sé stessi nudi, o degli altri nudi, o di sé e degli altri nudi mentre si fa sesso, è una pratica che può essere utilizzata per intensificare il piacere sia prima di iniziare il sesso, come preliminare, fotografando l’altro nudo, sia durante il sesso, facendole contemporaneamente al sesso, che dopo il sesso, grazie al prodotto finito e visualizzato su un display, monitor o su carta stampata, durante la masturbazione. Dunque, la fotocamera e la fotografia possono essere utilizzate come giocattoli sessuali indiretti, che non agiscono sui genitali, ma sul cervello attraverso l’organo della vista, in contemporanea alle mani che agiscono sui genitali, oppure al sesso, oltre che come strumenti di documentazione della realtà, o di rappresentazione artistica.
Una delle funzioni della fotocamera è quindi quella di giocattolo sessuale. L’espressione gioccattolo sessuale è in genere utilizzata per ogetti che agiscono direttamente sui genitali e non sulla vista.
In lingua inglese sex toy o adult toy o marital aid nella sua accezione più ampia è un oggetto destinato all’uso durante le pratiche sessuali per intensificare il piacere erotico e favorire una sessualità più aperta e giocosa. Sono comunemente considerati sex toys: i vibratori, i dildo, gli anal toys, le geisha balls, i cockrings, i masturbatori maschili e i massaggiatori prostatici. Al contrario della fotocamera i sex toys sono unicamente destinati alle pratiche sessuali, hanno quindi un’unica funzione, al contrario della fotocamera che ne ha molte.

e24977Avere il corpo nudo è uno stato che frequentemente si ha durante i rapporti sessuali a causa del suo potere di eccitare, dunque l’insieme delle fotografie del corpo nudo include anche la fotografia di atti sessuali, comunemente chiamata pornografia.
Proprio perché la fotografia e il video possono essere utilizzati a fini sessuali, cioè fotografando atti sessuali, in modo che grazie al tipo di pose, illuminazione, e altro, vengano esaltate le loro proprietà biologiche di stimolare l’eccitazione sessuale, il LaunchPad per Fleshlight è stato pensato per tutti i possessori di tablet iPad, dalla versione 2 sino alla più recente. L’idea è di usarla per masturbarsi a due mani mentre sul tablet si guardano video porno in POV, cioè inquadrati dal punto di vista del partner maschile.  La sincronia tra l’orifizio del  Fleshlight e il film pornografico che si guarda crea l’illusione perfetta di una vera e propria penetrazione. Grazie alla videocamera integrata nel proprio iPad, si può fare anche sesso con la propria partner in videoconferenza, oppure abbandonarsi al piacere durante una sessione di chat on-line.

Proprio per il potere di eccitare sessualmente, e sostituire l’assenza del corpo reale, esistono feticisti che eiaculano sulle foto di nudo, soprattutto di donne famose.
Scrivendo sotto le foto frasi del tipo “Grandissima sborrata sulle tettone di questa meravigliosa ragazza, inondata di tanti caldi spruzzi di sborra calda”. E per questo vengono create pagine dal nome fotosborrate.tumblr.com/ .
Nel web non si trova un analogo femminile, del tipo “foto squirtate”.
Il termine eiaculazione femminile si riferisce alla espulsione dagli organi genitali della donna di un fluido durante la stimolazione, l’eccitazione sessuale, durante l’orgasmo, simile all’eiaculazione maschile. L’eiaculazione femminile è un fenomeno che per quanto visto finora pare interessare una piccola percentuale della popolazione femminile (secondo alcuni dell’ordine del 10%).

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Uno degli oggetti che viene utilizzato per produrre emozioni sessuali attraverso il senso della vista, come attraverso il senso della vista agiscono le fotografie di nudo, è l’intimo, la lingerie, i completini definiti appunto “sexy” per il loro potere di emozionare sessualmente. Che però, al contrario delle foto non sostituiscono i corpi reali, ma li esaltano presenti davanti all’osservatore.

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DESIDERIO COSTANTE DI SELFIE COME DISTURBO MENTALE
Molte persone considerano le persone che amano farsi selfie disturbate mentalmente, senza approfondire minimamente l’affermazione creduta vera, anche perché trovano sia un modo per divertirsi. Addirittura alcuni diffondono notizie false riguardo a ricerche scientifiche.

Una bufalacomica inventata da una testata online americana che si chiama The Adobo Chronicles, your source of Up-To-Date for UNBELIEVABLE news0, sito satirico…e per trovarlo ci sono voluti 4 minuti, la notizia l’hanno pubblicata il 31 marzo 2014… in modo che iniziasse a circolare dal 1 aprile e guarda caso TUTTI quelli che l’han  condivisa l’han fatto tra l’uno e il quattro aprile! Non c’è nulla di male nella cosa, non fosse che anche “giornali” che si vendono e che pagano stipendi l’han fatta circolare per buona, 5 giorni dopo che era stata messa online. Adesso non dico dover sapere l’inglese medico, ma ci volevano 4 minuti ad andare sul sito dell’American Psychiatric association e verificare che non c’è alcuno studio in merito. E vedere chi era il primo ad avere diffuso la cosa, se la CNN o un sito di satira.

SELFIE

Se ogni cosa che è un costante desiderio e serve a compensare l’autostima fosse un disturbo mentale allora ce ne sarebbero a centinaia.

Ad esempio, perché fare arte non sarebbe riconosciuto come disturbo mentale dal momento che si tratta di un costante desiderio di fotografare qualcosa e condividere quanto fatto sui social network per compensare la mancanza di autostima?

SCOPI DELLE FOTO DI NUDO
Bisogna ricordare che non tutte le fotografie di atti sessuali hanno il fine di eccitare sessualmente e stimolare e aiutare la masturbazione, e quindi non possono essere categorizzate nella pornografia. Ad esempio alcune sono a fine scientifico. Anche l’atto masturbatorio può essere fotografato per illustrare le possibilità terapeutiche di condizioni clincie come la lesione del midollo spinale e della cauda, la sclerosi multipla, il morbo di parkins, le problematiche post-chirurgiche, l’utilizzo di alcuni farmaci, le neuropatie autonomiche, le infezioni virali con secondario danno neurologico, e quindi cosa si fa sui pazienti con disfunzioni dell’eiaculazione, ad esempio l’azione contemporanea di due vibratori per portare all’eiaculazione.

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Ad esempio, il ginecolo e sessulogo Statunitense William Masters, che documentò insieme a Virginia Eshelman Johnson ne L’atto sessuale nell’uomo e nella donna (1966) uno studio approfondito sulla fisiologia sessuale umana, preparò una presentazione per mostrarla durante degli incontri all’università. Si trattava di un filmato in cui veniva mostrata l’erezione di un capezzolo durante l’orgasmo e l’ingrossamento dei vasi sanguigni del collo e del petto. Senza l’invenzione della fotografia certi eventi sarebbero poteva soltanto venir descritti col linguaggio o col disegno.

Proprio per la contrapposizione che c’è tra foto di nudo ludiche e foto di nudo d’arte, Chiara Fantoni, Miss Modena 2008, è stata esclusa dal concorso di Miss Italia per alcune foto di nudo e un video finiti su Internet e realizzati quando aveva 15 anni.

L’AUTOSCATTO DI NUDO COMPARATO ALLA FOTOGRAFIA DI NUDO D’ARTE: DAL SEMPLICE AL COMPLESSO
Fotografare e videoregistrare un corpo nudo o un’esperienza sessuale è diverso da fotografare o videoregistrare un corpo nudo in posa o una performance sessuale.
Quando ci si autofotografa nudi con lo smartphone e si condivide la foto con qualcuno, l’immagine può non interessare affatto, oppure sì, nei limiti delle potenzialità dello smartphone.
Può non avere importanza se le luci sono ben studiate creano un gioco di ombre utile ai propri scopi. E importa poco il colore o il tipo di vestito lasciato aperto quel tanto da mostrare la nitidezza della pelle e del corpo. Ha importanza soprattutto il corpo e il significato di condividere quell’immagine con l’osservatore. Nel caso sia fatto in amicizia, significa fiducia nel fatto che l’altro non giudicare male la persona che si ritrae, fiducia nel fatto che terrà le foto solo per sé o le mostrerà a chi il soggetto ha detto potrà mostrarle, ma anche il fatto che si è interessati a procurare piacere all’altro anche semplicemente soddisfacendo la sua curiosità di vederci nudi, nonostante non si voglia far sesso con lui/lei, ma anche di poterlo rifare più volte, a distanza di mesi o di anni, e non di doversi accontentare di una sola volta. Nel caso sia fatto anche per sesso, il fatto che si sta mostrando disponibilità a far godere, e anticipando un godimento fisico reale.

Quando la propria moglie scatta immagini delle proprie figlie durante le vacanze in famiglia non pensa a niente in particolare: ama il clima caldo, i sorrisi felici, gli abiti carini, la bella coda di un pony.
Cattura ricordi, così dopo diversi anni potrà dire: ricordate quel meraviglioso periodo quando i bambini erano piccoli e simpatici? E le nostre figlie, dopo 20 anni, potranno dire: ricordate il tempo che abbiamo trascorso con mamma e papà?  Al ritorno poi si potrà mostrare ai propri amici quanto sia stata meravigliosa la vacanza. Le fotografie mirano a creare una memoria e un’esperienza di condivisione.

Queste immagini, a prescindere dalla loro ‘bellezza’ o ‘qualità’ hanno successo, sono ‘buone’ se raggiungono gli ‘obiettivi’ sopra menzionati. Non è totalmente importante se i colori della foto non sono plausibili, né se è tutto correttamente a fuoco, né se c’è rumore fotografico, né se la foto è correttamente esposta, né se c’è del micromosso, anche se si può sentire l’esigenza di foto che mostrino in modo migliore il soggetto desiderato, parenti, figli, fidanzati, oggetti, paesaggi, o corpi nudi che siano.

Il termine “semplice” significa costituito da un solo elemento, o da pochi elementi. Lo si usa per i biglietti dei mezzi di trasporto “biglietto di corsa semplice” cioè di sola andata. Lo si usa insieme a “facile” o “elementare”.
Un piatto di cucina può essere semplice, e richiedere una preparazione breve, e una conoscenza minima, come pasta e fagioli o cuocere un uovo, o  gli spaghetti aglio e olio sono un piatto tipico della cucina napoletana, facente parte della schiera di ricette cosiddette della cucina povera partenopea ma può anche essere complesso e difficile come cucinare un branzino.
Allo stesso modo un vestito può essere semplice, senza colori (del colore del tessuto), disegni, ornamenti, accessori e materiali ricercati oppure complesso con cerniere, e tessuti diversi tra loro.
Anche un brano musicale può essere semplice, ed eseguito da formazioni ridotte (strumenti come chitarra, basso, batteria e tastiere), come nella musica leggera, o complesse, come nella musica classica. Ad esempio un brano può essere suonato con un chitarra in power chord o powerchord (in inglese, letteralmente, “accordo potente”), è un bicordo, ovvero un intervallo musicale composto da due suoni, che vengono generalmente eseguiti simultaneamente: la nota fondamentale (I grado, ovvero la nota dà il nome al power chord) e la nota che dista ad un intervallo di V giusta (5º grado relativo). Per la sua potenza, e la sua semplicità d’uso, è largamente utilizzato nell’Heavy Metal e nel Punk Rock, generi che richiedono alla chitarra una presenza predominante.
Ci sono videogame semplici e videogames complessi. Il gioco degli scacchi è uno dei più complessi in assoluto: si stima che il numero di combinazioni legalmente ammesse dei 32 pezzi sulle 64 case della scacchiera sia compreso fra 1043 e 1050 e la dimensione dell’albero delle mosse è approssimativamente di 10123. Il numero di possibili diverse partite a scacchi è stimato essere circa 101050.

Così la produzione di una foto può essere semplice, nel senso di richiedere una quantità di passaggi limitata rispetto alle moltissime possibilità di combinazioni.

Tra i modi di scatto disponibili su molte fotocamere (tutte le reflex, le bridge e anche le compatte digitali più avanzate) il più spaventoso per i meno esperti , e non solo per loro, è quello identificato dalla lettera M: il modo manuale.

Quando scattiamo in manuale, siamo completamente abbandonati a noi stessi, la macchina fotografica non ci darà nessun aiuto scegliendo al posto nostro i parametri che garantiscono un’esposizione corretta.

Per questi motivi, talvolta saper fotografare usando il modo manuale è considerato un elemento distintivo dei fotografi esperti, o professionisti, rispetto ai fotografi amatoriali o principianti. È sbagliato però dire che per essere un vero fotografo bisogna usare sempre e solo questo modo di scatto. Piuttosto, è corretto affermare che un fotografo deve saper usareil modo manuale, in quanto ciò vuol dire conoscere i fondamenti dell’esposizione, per poterlo impiegare quando è necessario.

Il modo più semplice di utilizzare una fotocamera per produrre fotografie è:
1. accendere la fotocamera,
2. impostandare il funzionamento in automatico.
3. Usare il display LCD oppure il mirino ottico, se disponibile, per posizionare la fotocamera in modo da inquadrare il soggetto.
4. Premere il pulsate di scatto per metà così da far attivare la messa a fuoco, il calcolo dell’esposizione e il bilanciamento del bianco.
5. Mantenerlo premuto per metà fino al momento dello scatto in cui lo si preme del tutto, ogni volta che si sente che che piace quello che si sta vedendo.

Poi , i passaggi possono aumentare a dismisura, come accendere una lampada da tavolo in direzione del soggetto e accendere la fotocamera, o un flash, impostare diaframmi, iso, bilanciamento del bianco, e scegliere una posizione precisa davanti al soggetto, in modo da rispettare la regola dei terzi, posizionare il soggetto e scattare più volte lo stesso momento e così via.

Queste possibilità dal semplice al complesso le hanno tutti i dispositivi fotografici, e non solo le reflex, come alcuni pensano.
Le tecniche base della fotografia sono le stesse, sia che si utilizzi una macchina fotografica analogica o digitale sia uno smartphone. Dai ritratti alla fotografia panoramica e di paesaggio, dalle foto di soggetti in movimento all’abilità di saper cogliere l’attimo nel momento decisivo, fino alla recente moda dei “selfie”, gli autoritratti che imperversano su Instagram e Facebook: ogni genere di fotografia, richiede un minimo di impegno e consapevolezza. Uno smartphone, un tablet, una webcam possono essere strumenti al servizio della creatività, pur essendo diversi dalle reflex per qualità degli obietti, dei sensori e molto altro, questo perché non sempre è necessario avere con sé una reflex dotata di obiettivi e attrezzature ultracostose e ingombranti.

Nel tempo i fotografi si sono accorti collocando il soggetto in certi punti rispetto ad altri della superficie fotografica avveniva un certo effetto psicologico. Dividendo l’immagine, in terzi e ponendo il soggetto in uno dei punti di intersezione delle linee immaginarie ottenute, si ritiene che l’immagine risulti più dinamica (rispetto ad una composizione che pone il soggetto al suo centro), ma armonica al tempo stesso.
La regola dei terzi vale su qualsiasi superficie fotografica. Non è necessario che sia stata scattata da una reflex, che abbia tanti megapixel piuttosto che pochi, che sia stato selezionato un diaframma o un tempo di scatto in modo manuale, che sia stata scattata con autofocus o fuoco manuale, con flash o senza flash, sensori di bassa o alta qualità, obiettivi di bassa qualità o di alta qualità.

Tuttavia il livello di difficoltà della postproduzione non va di pari passo al livello di difficoltà degli scatti fatti. Anche il set di foto scattate nel modo più semplice può richiedere una posproduzione lunga e complessa. E quindi non si può prevedere quanto potrà durare la postproduzione in base al fatto che gli scatti sono durati poco.
Anche se foto con risoluzioni basse come quelle scattate con la webcam o lo smartphone limitano le possibilità di postproduzione e quindi la fanno diventare più semplice.

Le possibilità di farsi foto di nudo da soli sono tante, anche se si è limitati dal fatto che non si vede ciò che si fotografa mentre lo si fotografa, ma solo successivamente.

In base a quanto qualcuno si vuole impegnare e al mezzo che utilizza si possono trovare tante conformazioni diverse per far foto. E per alcune ci vuole più impegno rispetto ad altre.
Quello che si può controllare in un autoscatto è: la posizione della fotocamera, la posizione del corpo nello spazio, la posizione della luce e l’intensità della luce, la quantità dei punti di luce, il colore della luce, lo sfondo, l’inquadratura della foto, la risoluzione da utilizzare.

IL CORPO E LA SUA OMBRA RIPRESO CON LO SMARTPHONE

Alcune persone preferiscono la webcam, così come la compatta perché più rumorosa, più grezza, e meno idealizzata, ovvero “più diretta”. La webcam di un portatile può essere posizionata a terra, inclinando lo schermo in modo da dare più risalto alle natiche, al contrario di un reflex che necessita di un cavalletto per essere inclinata.

Così come si può fare con le reflex, facendo autoscatti di nudo con smartphone, tablet e webcam le ragazze possono riprendere la proiezione dell’ombra del proprio corpo invece che l’immagine diretta del proprio corpo, in modo da censurare la visione diretta che provoca spesso reazioni di scandalo.

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Le possibilità sono tante. Altre possono giocare con i tempi di posa e lampadine per fare scie luminose, come in queste foto autoscattate da Giovanna Schivo.

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Fotografi molto conosciuti si sono fatti autoscatti nudi.

Francesca Woodman, antesignana di tutte le autoritrattiste tormentate, scomparsa in maniera tragica a soli 22 anni, che basò la sua intera opera fotografica sull’autoritrattistica introspettiva. Vera musa di se stessa, Woodman compì uno studio approfondito sul rapporto tra il corpo e lo spazio, regalandoci meravigliose e toccanti immagini e creando un seguito di migliaia di giovani proseliti determinati a seguire le tracce del suo percorso artistico. Nella sua breve carriera ha prodotto un corpus di circa un migliaio di immagini di stupefacente maturità e completezza, creando un genere di fotografia autobiografica ambientata che viene imitato tuttora.

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Robert Mappelthorpe che spesso ha fotografato il proprio pene e Terry Richardson e tanti altri hanno usato luci flash, tempi studiati, pose studiate e così via.

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Famoso lo scatto censurato da Facebook della fotografa russa Anastasia Chernyavsky. Un autoritratto allo specchio di una madre nuda assieme ai suoi figli.

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AUTOSCATTO DI NUDO CON LO SPECCHIO
Specchio: è il metodo più semplice e diffuso, che presenta però l’inconveniente di comprendere nell’inquadratura anche l’apparecchio fotografico utilizzato per riprendersi. Lo specchio deve avere dimensioni piuttosto ampie e si deve fare attenzione che le luci siano collocate in modo che non si riflettano né che colpiscano l’obiettivo. Per questo è raccomandato l’utilizzo del paraluce. Nella fase di post produzione è comunque possibile eliminare l’apparecchio fotografico dall’immagine.

Lo specchio, è talmente utilizzato nelle abitazioni che viene utilizzato anche insieme alla fotocamera, sia installata in uno smartphone, sia una fotocamera compatta, sia una fotocamera reflex, fotografando la propria immagine riflessa dallo specchio, dalle persone che trovano piacere nel guardare l’immagine del proprio corpo nuda, e condividerla con gli altri.

Il motivo per cui si utilizza lo specchio è la maggiore facilità di assicurarsi un risultato soddisfacente rispetto a girare la fotocamera verso di sé, perché lo specchio permette di vedere ciò che si fotografa e dunque di calibrare la posizione della  fotocamera e del corpo, oppure perché l’autoscatto di nudo avviene durante momenti in cui si prova piacere nel guardarsi allo specchio, nel guardare le proprie forme del corpo nudo, i risultati ottenuti attraverso lo sport e la palestra per gonfiare e modellare certi muscoli, o la luce posta sopra lo specchio che crea illuminazioni belle, oppure perché avviene di nascosto dai familiari, in bagno dove in genere è posto uno specchio per guardarsi mentre ci si pettina, ci si lava i denti, ci si trucca. Ed è infatti sempre nel bagno in cui spesso le persone si fotografano o si filmano non semplicemente nudi ma durante la masturbazione, per poi inviare le foto e i video alle persone del sesso di cui sono interessate, come i propri fidanzati, spesso lontani geograficamente.

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In alcuni casi le foto possono diventare via via più elaborate, già dal semplice uso del vapore acqueo che si crea sullo specchio del bagno quando si fa una doccia calda d’inverno. Sul quale si possono scrivere simboli o parole.

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Come dimostra il fatto che lo stesso Euclide si scomodò a scrivere un trattato di Ottica, le leggi della riflessione appartengono alla matematica e alla fisica.
Ma anche l’arte le ha sfruttate in maniera memorabile, più o meno consciamente. E il modo più semplice per sfruttarle è stato attraverso l’uso che i pittori hanno fatto degli specchi.

Per esempio, una testimonianza su Caravaggio del biografo dei pittori dell’epoca, Giovanni Baglione, parla dei «quadretti da lui nello specchio ritratti»: in particolare il Bacchino malato del 1593.

Sappiamo anche che l’affresco Giove, Nettuno e Plutone, sua unica pittura murale, fu ottenuto dal pittore nel 1597 riflettendo se stesso nudo in uno specchio piazzato sopra i ponteggi. E un inventario dei suoi effetti personali del 1605 registra il possesso di «un specchio grande e un scudo a specchio».

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Oltre che in modo banale per gli autoritratti, lo specchio è stato usato in pittura anche meno banalmente:
cioè per offrire uno sguardo all’indietro, complementare a quello in avanti del pittore e dello spettatore.

Las Meninas di Diego Velázquez, del 1656, usa magistralmente entrambi gli artifici: l’uno per ritrarre se stesso in azione, e l’altro per svelare che sta dipingendo i due reali fuori scena. Quanto alle apparenti protagoniste del quadro, risultano essere spettatrici interne che guardano, più che il pittore o lo spettatore esterni, i reali fuori scena. In questo letterale «gioco di specchi» il pittore si sdoppia, dentro e fuori il quadro, mentre lo spettatore esterno si confonde con i reali, e dunque con il vero soggetto del dipinto.

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Nel 1648, qualche anno prima di Las Meninas, Velázquez aveva sfruttato in Venere e Cupido un’illusione prospettica chiamata effetto Venere, già popolare tra i Greci e i Romani, e reintrodotta in Occidente da Tiziano nel 1555, con la Venere allo specchio. L’illusione sta nel fatto che in realtà Venere non si sta specchiando, come si potrebbe ingenuamente pensare, bensì rivolge lo sguardo agli occhi dello spettatore riflesso, che a sua volta può ricambiarlo.

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L’effetto è sfruttato nel cinema, per permettere allo spettatore di vedere un attore riflesso nello specchio, dandogli l’illusione che si stia appunto specchiando, mentre in realtà guarda altrove.
L’andirivieni di punti di vista provocato dalle posizioni reciproche dello spettatore, del soggetto e degli specchi può finire, a volte, per confondere. È il caso di Il bar delle Folies-Bergère di Edouard Manet, del 1882, che a lungo è stato semplicemente considerato come un lampante errore prospettico, per l’apparente impossibilità
di conciliare la posizione frontale della barista e del cliente con il loro riflesso laterale.
Ma nel 2001, in una tesi di dottorato sull’ambiguità e l’illusione spaziale nei dipinti di Manet, Malcolm Park ha scoperto che in realtà la scena è osservata di lato, invece che di fronte.
La barista e il cliente non si guardano a vicenda, ma si rivolgono entrambi verso lo spettatore: la prima direttamente, e il secondo nello specchio. Come se non bastasse, le bottiglie che si vedono sul bancone non sono le stesse riflesse nello specchio: queste ultime, però, sono perversamente disposte in maniera da dare l’impressione di esserlo, per rafforzare la falsa illusione di un punto di osservazione frontale.
Sembra invece aver veramente fatto un errore prospettico il pittore olandese Johannes Vermeer. La lezione di musica, del 1662 circa, raffigura infatti una virginalista riflessa in uno specchio troppo poco inclinato, rispetto alla parete, per poterla riflettere. Inoltre la ragazza guarda direttamente di fronte a sé nel quadro, ma è riflessa nello specchio come se guardasse invece verso destra.
Anche questi pochi esempi, e soprattutto quello di Manet, mostrano come una conoscenza di un po’ di matematica, e in particolare delle leggi della prospettiva e dell’ottica, sia uno strumento essenziale non solo per le scienze applicate, ma anche per l’arte: cosa che certi pittori evidentemente sanno benissimo, ma che forse risulta sorprendente per i critici e gli spettatori.

Un famoso autoritratto allo specchio è quello di Helmut Newton con la moglie e le modelle, di cui si intravede solo grazie alle gambe, del 1981.

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Anche André Kertész,un fotografo ungherese, tra i maggiori fotografi del XX secolo fece uso degli specchi per riflettere corpi nudi e fotografarli.
Riprendendo il tema delle distorsioni che utilizzò già nel 1917 per delle immagini di un nuotatore, Kertész affittò uno specchio deformante da un circo e nel suo studio realizzò una serie di fotografie di due modelle, Hajinskaya Verackhatz e Nadia Kasine. Nasce la serie delle Distorsioni in cui Kertész cerca di applicare non tanto un surrealismo fine a se stesso, quanto una ricerca sulle possibilità di deformare il corpo umano, utilizzando la luce.

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Andrè Ketész
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Anche il fotografo Ren Hang ha utilizzato lo specchio per fotografare il riflesso di parti del corpo nudo.

Ren Hang
Molte persone guardandosi allo specchio si piacciono, e si muovono in modo da massimizzare le forme del proprio corpo, si emozionano, alcuni hanno erezioni e altre lubrificazioni.
Ci sono casi in cui oltre a farsi le foto di nudo da soli, qualcuno poi si masturba pure guardandole, o si masturba direttamente guardando lo specchio. Una persona completamente autonoma dal punto della soddisfazione visiva sessuale, e della soddisfazione gentiale sessuale. Potrebbe essere una possibile fine di un fotografo di nudo frustrato dal fatto che non riesce a fotografare strafighe/i nude/i.
Solo che non funzionerebbe molto se non è omosessuale, ma se è omosessuale potrebbe funzioanre.
Lo specchio potrebbe sostituire l’uso di internet per guardare pornografia se si è poveri, autoproducendosi pornografia casalinga a basso costo (il costo di uno specchio). Tutto in casa. Chi fa da sé fa per tre.
Tra persone che si guardano allo specchio maturbandosi con l’immagine del proprio corpo nudo, o guardando le proprie foto, potrebbero iniziare a dirsi “io mi ecciterei se fossi in te!” come forma di complimento.

RIFLESSO DI POZZANGHERE

Fotografare oggetti o persone riflesse in pozzanghere, pozze d’acqua, specchi, superfici lucide rende l’oggetto stesso differente. Strano. Al limite del grottesco.
Uno dei modi migliori per realizzare immagini particolari è quello di fotografare le immagini riflesse nelle pozzanghere: che sia un giorno di pioggia o che la pozzanghera stessa sia stata ottenuta artificialmente, la presenza dell’acqua e delle sue increspature farà si che l’immagine ottenuta sia sempre unica. Ed ancora più unica diviene se la stessa immagine viene presentata al contrario, capovolta, andando a creare una vera e propria realtà alternativa.

Realizzare le immagini riflesse nelle pozzanghere è una pratica piuttosto semplice. Bisogna aspettare la pioggia, e o attendere la fine della stessa, o coprire la macchina fotografica se si vuole lavorare sotto l’acqua.  Cercate degli scorci interessanti (sia in città che in campagna) e sistematevi in modo che nella pozzanghera venga riflesso ciò che vi interessa fotografare. E non importa se vi siete imbattuti in una pozza d’acqua molto ampia o grande come un fazzoletto: ciò che conta è il contesto in cui riuscirete a posizionarla, o quanto vi avvicinerete alla pozza stessa.

Quando si realizzano immagini riflesse nelle pozzanghere, si hanno a disposizione due possibilità: realizzare una foto che integri sia l’immagine originale che la riflessa, oppure un’immagine che contenga esclusivamente l’immagine riflessa.

USO DEI SELFIE

Uno degli usi dei selfie di nudo è quello di veicolare un messaggio.
A volte accanto ai selfie di nudo caricati nei social viene affiancata una didascalia della stessa con frasi che non hanno nessuna attinenza col corpo nudo, filosofiche, aforismi di poeti o papi che hanno a che fare con la malinconia, oppure la letteratura. Una scelta che non molti comprendono e che giudicano inutile e stupida. Soprattutto perché non lo si fa con altre parti del corpo, oppure con parti ritenute brutte come una verruca o la cellulite. In certi casi, sarebbe più sensato scrivere seno o “tette” su un selfie in cui si vedono le mammelle, ma in altri ha senso scrivere qualcosa, perché la nudità ha un significato profondo nella società umana.

Esistono intere raccolte di selfies di nudo nel web alle quali connettersi e guardare le foto o scaricarle per riguardarle, e goderne della bellezza se si riesce a pensare che siano belle.
https://twitter.com/SelfiesNude ( No. 1 Google hit for naked selfies and nude selfies!!! Will post only the best )

IL DIVIETO DI ATTIRARE PERSONE INTERESSATE A FARE SESSO TRAMITE I SELFIE

I diversi si respingono, si combattono e tentano di annullarsi.

Si dovrebbe invece controllare il proprio istinto ad appiattire le diversità quando queste diversità non sono dannose.

Per quanto riguarda la sessualità ad esempio, invece di dire alle ragazze che si scoprono nei loro selfie “stai attirando chi vuole solo scoparti!!” comprendere che il voler essere amate senza mai far sesso e basta è una cosa tua personale, e non universale.

Le altre diverse devono essere libere di attirare chi vuole fare sesso senza amare.

Bisogna smettere di fare la guerra ideologica alle ragazze che vivono la loro sessualità in modo diverso.

Non dobbiamo arrecare danni agli altri. Criticare ingiustamente gli altri è un danno. E criticare ragazze che usano il proprio corpo come piace a loro è un danno nei loro confronti. Bisogna piuttosto imparare a convivere nello stesso luogo vivendo in modi diversi.

Le ragazze che si vogliono coprire e farsi amare senza mai fare sesso per puro gusto di farlo devono convivere pacificamente con le ragazze che si vogliono scoprire e fare sesso per puro gusto senza farsi amare.

Perché fare la guerra condividendo messaggi velenosi e negativi invece che vivere in pace?

ACCUSA DI INUTILITà DELLE FOTO FINALIZZATE ALL’ECCITAZIONE SESSUALE CHE NASCONDE  L’IDEOLOGIA SESSUOFOBA
Proprio perché la fruizione di sculture, dipinti, romanzi di grandi artisti non apportano utilità inerenti alla verità, e alle necessità della vita non si capisce come possa nascere una gerarchia della fruizione emozionale che distingua immagini che possono suscitare sensazioni erotiche ed eccitazione sessuale da immagini che non le suscitano.

Uno che ha letto Flaubert avrà qualcosa di più di chi non l’ha letto. Cioè, appunto, l’averlo letto: ma solo quello. Così come uno che ha visto la Gioconda avrà qualcosa in più di chi non l’ha vista. Cioè, appunto, l’averla vista: ma solo quello. Infatti, anche chi non gioca a scacchi, o non tira di coca, o non fa il sub, ha simili vuoti, ma non è obbligato a colmarli. E non è obbligato a escludere altri tipi di divertimenti credendo che ce ne siano altri oggettivamente più utili e migliori senza una dovuta dimostrazione. Ad esempio si può dire che tirare di coca fa male, e guardare la Gioconda o delle foto di nudo no.

Sia foto prodotte con lo scopo di eccitare e masturbarsi, con una tecnica base, sia opere pittoriche non prodotte con scopi sessuali hanno in comune il produrre sensazioni ed emozioni, e si distinguono da oggetti che servono a produrre conoscenza e saggezza, come i saggi scientifici e storici. In questo insieme di oggetti tesi a produrre sensazioni ed emozioni alcuni provano a stabilire una gerarchia.

Per sapere se qualcosa è utile o no bisogna prima conoscere il significato che si dà alla parola “utilità”. Un vaso, un piatto, una ciotola, una coppa, devono certamente assolvere lo scopo a cui sono destinati, e questo ne determina le dimensioni, il peso, la modalità di impugnatura, la stabilità sul piano, la possibilità di essere ripuliti.

Altri oggetti, come le foto, producono effetti piacevoli e ricercati sul proprio corpo. Negli umani, si riscontra una vasta e articolata gamma di stati emozionali, tra loro sovente sovrapposti e mescolati. Fisiologicamente, si tratta di sensazioni prodotte da percezioni che si originano nel sistema nervoso centrale.
Chi fa l’obiezione di non ci sia utilità nelle foto di ragazze seminude o nude, dovrebbe fare la stessa obiezione, chiedendo quale sia l’utilità della Gioconda, a parte far guadagnare chi vive di turismo, o chi fa romanzi e film su di essa, e perché dovrebbe essere più utile la Gioconda rispetto a una foto di una ragazza nuda, e perché le sensazioni e le emozioni prodotte dalla Gioconda sarebbero migliori di quelle prodotte dalla visione di una bella ragazza nuda.
Quando in verità una persona può essere totalmente disinteressata al mistero del sorriso della gioconda (ed essere interessata ad altri misteri, dal momento che di misteri la scienza ne mostra di ben più importanti) ed essere invece più interessato alle forme e i colori di una ragazza nuda.
Magari a qualcuno fa effetto la Gioconda, e gli provoca emozioni rare, tanto d’appendersela in camera, ma ad altri non fa nessun effetto, come ad esempio a chi è asessuato non farà nessun effetto una Suicide Girl. Ma di sicuro una utilità ce la può avere. O quale sia l’utilità che hanno la fanta e la coca cola, o quale sia l’utilità di una ferrari, o che utilità abbia un DJ dal momento che si potrebbe mettere in play una traccia già mixata senza la presenza del DJ in moltissimi casi.

Non è che perché un gelato non è fatto con tecniche elevatissime tanto quanto la Gioconda, allora non lo si mangia, o non ci si ricava anche più piacere di quando si vede la Gioconda, eppure le persone sembrano voler dire questo delle fotografie di corpi nudi e della pornografia.

C’è chi giudica l’atto come se guardare certe foto impedisse di godere dell’arte, ma il guardare foto di corpi nudi non preclude il fruire di opere d’arte. Si può addirittura guardare una foto di un corpo nudo fatta senza nessuna tecnica particolare ascoltando una sinfonia di Beethoven, anche sarebbe meglio non farsi distrarre. Ma non è neanche necessario fare le due cose in contemporanea, perché il tempo permette di fare più cose, e dunque si può fare prima una e poi l’altra.

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Se non hanno nessuna utilità, e come dicono le detrattrici di portali di foto di nudo erotico nessuno dovrebbe fare lavori che non hanno utilità, allora nessuno dovrebbe fare make up, anelli e piercing dal momento che non servono a soddisfare i bisogni primari (tra l’altro da questo punto di vista, l’ordine d’importanza dato dai bisogni primari, farsi una sega o un ditalino, dovrebbe essere più importante che guardare arte, e dunque una foto di Suicide Girls rispetto alla Gioconda di Da Vinci potrebbe avere una utilità maggiore).

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Se per “utilità” si intende, la capacità di soddisfare i bisogni primari (respirare, mangiare, bere, dormire, mantenere la temperatura corporea…) allora si creano due insiemi separati di oggetti in cui in uno c’è una quantità numerosa ma limitata di oggetti e strumenti che soddisfano i bisogni fisiologici che sarebbero dunque utili (come gli abiti, le scarpe, le pentole, la lavatrice, i detersivi e le spugne sui quali versarli per lavare i piatti, i sacchetti dell’immondizia, lo spazzolino sul quale spalmare il dentifricio, e anche la scopa e la paletta per raccogliere i rifiuti…) e fuori da questo insieme c’è un altro insieme di oggetti e strumenti molto più vasto che non soddisfano i bisogni primari, e dunque sarebbero inutili (come i gelati, il colorante usato per colorare gli abiti, le stampe sulle T-Shirt, i pupazzi, i fumetti, la tv, gli anelli, gli orecchini, le scarpe coi tacchi, i tatuaggi, la birra, il limoncello, la vodka, la coca cola, i marshmellows, le action figures, i peluche a forma di orsacchiotto, i fumetti, i videogames e tutto il resto, ma anche la Gioconda, o le foto di nudo, così come le fotocamere).
Non si vedono infatti molte pubblicità di pasta, frutta, calzini, scope, sacchetti per l’immondizia, in tv, e nei giornali al contrario di automobili, abiti di lusso, make up, proprio perché la spinta fisiologica è sufficiente per motivare all’acquisto.

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Se questo principio fosse preso sul serio le gelaterie dovrebbero chiudere, anche i rivenditori di cosmetici, e così via. Ed è paradossale che spesso ragazze che dividono gli oggetti sulla base della loro funzione nei confronti dei bisogni fisiologici criticano chi fa certe cose dicendo che “non hanno un’utilità” non si limitino però a utilizzare pentole e lavatrici escludendo tutto il resto, ma utilizzino anche coloranti per capelli, piercing, vestiti colorati, scarpe colorate e col tacco, tatuaggi, anelli, collane, bracciali, selfie al proprio volto, o ai propri abiti senza negativizzarli e dicano di dover escludere solo le foto di corpi nudi senza tecnica e la pornografia tra milioni di oggetti.
Da questo si deduce che in realtà, queste persone non vogliono dire che non ci si dovrebbe interessare di certe cose perché non hanno una utilità, ma che non ci si dovrebbe interessare di queste cose perché hanno una caratteristica precisa: eccitano sessualmente, ci si può anche masturbare guardandole, si espone la nudità del soggetto agli occhi di molte persone e anche le proprie motivazioni di desiderio sessuale.

Se invece con “utilità” s’intende soddisfare non solo i bisogni fisiologici ma anche altre esigenze e desideri, allora “una che si fa le foto nuda” soddisfa eccome certe esigenze e desideri, oppure ad esempio il sito Suicide Girls non avrebbe migliaia di membri da ragazzi e ragazze che pagano per entrare nel sito.
Infatti, se uno prendesse un sacchetto, lo chiudesse lasciandoci l’aria dentro e poi tentasse di vendere l’aria, non si stupirebbe che nessuno lo contatti via mail per acquistarla, e nessuno gli direbbe “devi farti pagare!”, proprio perché l’aria non può essere suscettibile di scambio di soldi dato che non c’è nessuno che abbia bisogno di pagare per averla (a meno che non si tratti della bombola dell’ossigeno), al contrario delle foto di nudo delle Suicide Girls.

Il ragazzo e la ragazza che amano il sesso e l’attrazione, pur non essendo minimamente interessati alla tecnica fotografica, e usando la fotocamera come giocattolo sessuale (grazie alla sua capacità di lasciare una traccia del passato e sostituire virtualmente i corpi) possono arrivare ad appassionarsi alla tecnica fotografica, anche perché possono stupirsi di vedere realizzarsi foto con lo smartphone che non immaginavano potessero essere così creative pur nella loro semplicità, facendo così nascere la curiosità di scoprire quante altre cose si potrebbero fare.

Il ragazzo che fotografa abitualmente la fidanzata nuda o durante il sesso, e la ragazza che si fa fotografare nuda o mentre fa sesso dal fidanzato, possono col tempo interessarsi al fotografare con tecnica e, molto più frequentemente le ragazze, posare con tecnica. Esattamente come chi osservando provando passione per la cucina, osservando visceralmente ed esteticamente i piatti di cucina, e godendone nel mangiarli, può sentire il desiderio col tempo di fotografarli, ed esaltarne le qualità estetiche giocando a provocarsi sensazioni mentali. I due possono interrompere la relazione sessuale/sentimentale eppure continuare a coltivare la passione per la fotografia e la posa.
Molto spesso con una consequenzialità casuale di eventi si formano le passioni di un individuo.

Si possono individuare almeno quattro eventi che causano l’effetto finale di appassionarsi alla fotografia:
1. Il piacere sessuale della visione del corpo nudo
2. l’utilizzo della fotocamera per amplificare il piacere
3. la scoperta che la fotocamera ha molte altre possibilità e la sua sperimentazione
4. la passione per la fotografia (o la posa) che può sfociare anche in altri tipi di fotografia, dal ritratto agli oggetti con lo still life.

LE CARATTERISTICHE DELLA FOTOCAMERA COME IMPEDIMENTO ALLA BELLEZZA ESTETICA E ALLA PRODUZIONE ARTISTICA: RISOLUZIONE
Con il termine pixel (derivato dalla lingua inglese, contrazione della locuzione picture element), nella computer grafica, si indica ciascuno degli elementi puntiformi che compongono la rappresentazione di una immagine raster digitale, ad esempio su un dispositivo di visualizzazione o nella memoria di un computer. Un megapixel è 1 milione di pixel, e chi sa come funzionano i megapixel, può utilizzare questa conoscenza anche usando lo smartphone per ottenere delle foto piuttosto che delle altre.
La pubblicità e il marketing hanno alimentato il falso discorso della “qualità=più megapixel” per vendere ogni anno un nuovo smartphone in grado di regalate decine e decine di megapixel. Ma la verità è che tutti quei pixel compressi generano un rumore elettronico incredibile nelle fotografie digitali, visibile anche a basso ingrandimento o con riprese dei dettagli. In poche parole, otteniamo sempre degli scatti mediocri con condizioni di luce tenue (il 50 % in media degli scatti fatti da smartphone).
1) In condizioni di luce tenue o scarsa (all’interno di abitazioni con luce artificiale, di notte per strada o foto con tempo nuvoloso) abbassate sempre il valore in Megapixel immediatamente precedente sul vostro smartphone (esempi: da 21MP a 13MP, da 13MP a 8 MP o da 8MP a 5MP): l’importante è rimanere sempre sopra i 5 Megapixel.
2) Se siete all’aperto, in una bella giornata di sole e/o dovete riprendere una panoramica estesa (un tramonto, una foto dalle montagne o il mare, un gruppo numeroso di persone) fare foto più grandi alla risoluzione massima è altamente raccomandato. In questo scenario lasciate sempre al massimo il valore della dimensione: il rumore verrà attutito dalla maggiore presenza di luce e di dettagli da catturare.
NOTA BENE: se il vostro smartphone non supera o raggiunge i 5 Megapixel (HTC One per esempio), non cambiate nulla e lasciate sempre il valore massimo disponibile.
Queste impostazioni daranno degli incredibili risultati: foto delle dimensioni adeguate alla scena ripresa e con una diminuzione del rumore di circa il 20% e, in generale, più definite.
In molti casi non è necessaria una grande risoluzione.
Una speciale fotocamera è stata montata sulla sonda europea Gaia, con il compito di fotografare la vita spaziale: stelle e pianeti, nelle galassie lontane.
La fotocamera in questione è stata sviluppata con le tecnologie del vecchio continente: European Space e2v ha incluso nella macchina fotografica 106 microscopici sensori CCD, con risoluzione da 4500 x 1966 pixel, creando un enorme sensore per le fotografie ampio circa un metro. Il totale della risoluzione si avvicina al miliardo di pixel.
La risoluzione da quasi un miliardo di pixel permetterebbe di fotografare dalla Terra i dettagli di una falange di una persona che si trova sulla Luna. In pratica l’ampia risoluzione della fotocamera con 106 sensori permette di vedere in dettaglio i particolari, anche di pochi millimetri, da un migliaio di chilometri di distanza. Ma se una persona si trova davanti a sé a qualche metro di distanza, invece che a un migliaio di chilometri di distanza, non è necessario avere una elevatissima possibilità di ingrandire le foto fatte.

Nel comprendere se una fotocamera applicata a uno smartphone porta automicamente a una immagine inefficace o brutta bisogna capire che la stragrande maggioranza delle fotografie più importanti della storia sono state scattate con fotocamere che avevano caratteristiche risibili per quelli che sono gli standard di oggi.

Il ritratto iconico di Ernesto Che Guevara non viene giudicato male perché non è abbastanza a fuoco.
Alle persone importa solo se le immagini siano coinvolgenti.

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Questo dimostra che ci sono moltissimi modi per creare immagini efficaci che non richiedano l’attrezzatura più recente disponibile sul mercato.
Tecnologie migliori creano risultati migliori solo fino a un certo punto, e in molti casi quel punto l’abbiamo già incontrato molto tempo fa.
Non importa che si usi una reflex digitale di alta gamma, una mirrorless o un cellulare, se si vuole riuscire a realizzare fotografie fatte bene si avrà sempre bisogno di sapere come sfruttare appieno la luce naturale.

Le ragazze scelgono la posa, la bocca aperta, il dito tra le labbra, la lingua di fuori. Cambiano la dominante colore della foto.

L’ATTIRARE PERSONE CON DESIDERIO SESSUALE COME IMMORALITà

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IL POTERE DI ECCITARE SESSUALMENTE DI CERTI SELFIE
Sedurre viene dal latino ed è composto dal prefisso se-, che indica distacco, e dal verbo ducere, che significa ‘condurre’, ‘trarre’.

Per innescare il desiderio nell’altro il sistema più elementare che una ragazza ha a disposizione è mettersi in mostra.
La femmina mette in mostra il proprio repertorio, a seconda degli usi e costumi della sua epoca e della sua etnia. E ci prova un gran gusto a vedere che i meccanismi congeniti funzionano alla perfezione.
Le caratteristiche femminili, infatti, attivano nel maschio etero una serie di stimoli molto forti, per soddisfare i quali il soggetto è disposto a impegnarsi molto e su più fronti: intellettuale, fisico, economico, logistico, organizzativo, psicologico, creativo. Questo vale sin da quando un essere umano inizia ad avere i primi desideri in adolescenza e preadolescenza a quando invecchia. Il prodigarsi maschile davanti a un paio di tette o di natiche è la sana ed entusiasmante risposta biologica che ha reso possibile l’evoluzione delle specie che reca soddisfazione alla ragazza che è riuscita a fare ciò.

La storia dell’abbigliamento e della cosmesi è la dimostrazione evidente che l’automatismo (stimolo visivo-desiderio maschile) era chiaro fin dall’antichità. Scollature, trasparenze, busti per assottigliare la vita, rossetti per ingrandire le labbra, segni neri per intensificare lo sguardo, tacchi per la falcata da pantera, pietre preziose per illuminare, acconciature per scoprire il collo, profumi per inebriare, stoffe impalpabili, aderenze, spacchi. La femmina mette in mostra il proprio repertorio, a seconda degli usi e costumi della sua epoca e della sua etnia. E ci prova un gran gusto a vedere che i meccanismi congeniti funzionano alla perfezione.

Ovviamente durante la seduzione la donna non procura benessere solo a sé stessa, ma pure al sedotto, se così non fosse il sedotto non sarebbe motivato a gratificare la ragazza.
Per questo s’impara sin da piccoli a capire cosa desidera l’altro sesso e a darglielo (ad esempio, sguardi languidi, pose che mettono in risalto natiche e seno, scollature vertiginose e così via). Ogni volta che la femmina asseconda la propria natura, riceve sistematicamente un beneficio emotivo: si sente bella, desiderata, dominatrice, libera, autonoma, combattiva, potente. Quindi lo fa per prima cosa per sé stessa.

Così come camminando in città, con indosso abiti scollati, e quant’altro può emozionare sessualmente chi osserva, i selfie condivisi con gli altri possono mostrare non solo visi, ma anche le parti del corpo capaci di suscitare eccitazione sessuale (seno, natiche, vulva), e in aggiunta possono mostrare atteggiamenti sessualmente provocatori.

E così come camminando in città, si può volontariamente generare emozioni in chi osserva (al fine di ricevere complimenti, o di far provare invidia alle altre ragazze o quant’altro) si può volontariamente mostrare certe parti nei selfie per provocare sessualmente e generare nell’osservatore un’azione (fargli fare un complimento al proprio corpo, fargli pagare i selfie con paypal per inviarglieli, fargli chiedere di uscire e fare sesso).

L’UTILIZZO SESSUALE DEI SELFIE GIUDICATO SBAGLIATO
Così come sulla finalità sessuale nell’uso dell’abbigliamento molti hanno da ridire, così sulla finalità sessuale nell’utilizzo dei selfie molti hanno da ridire, dal vivo o sui social: Li sconsigliano, rimproverano chi se li fa e lì condivide, insultano, o infine evitano ed emarginano quelle persone.
Dicono che invece dovrebbero al massimo usare una scollatura, o un vestito attillato ma mai mostrare certi centimetri di pelle di alcune parti del corpo.
Per stabilire se queste persone contrarie all’uso dei selfie a fini sessuali hanno ragione bisogna valutare molte cose.

Per quanto riguarda la sessualità ad esempio, è vero, come affermano gli oppositori a tale pratica, che i selfie in cui si vedono natiche, seni, vulve è probabile interessino persone che vogliono fare sesso e non fidanzarsi in modo monogamico e sposarsi in modo monogamico, anche se non è impossibile che attirino persone che vogliono anche fidanzarsi (perché bisogno di sesso e bisogno d’amore non si escludono a vicenda).
Ma il fatto che certe visioni del corpo producano certe sensazioni e desideri non implica che si debba sconsigliare loro di farsi certi selfie e condividerli, per diversi motivi.
Il primo motivo per cui non ha senso sconsigliare di condividere certe foto sulla base che attirano persone interessate al sesso è che magari le persone che le condividono desiderano proprio quell’effetto.

Tuttavia, molti/e pensano “sì, desiderano ottenere quell’effetto ma non basta che qualcuno abbia la volontà di ottenere qualcosa per poter giustificare la sua ricerca, perché queste persone non sanno che per il loro bene non dovrebbero desiderare certe cose. Perché tutte le persone per natura hanno bisogno di trovare l’amore, sposarsi e fare figli, e non semplicemente fare sesso”.
Dunque, secondo certe persone, una volta ricevute proposte sessuali, in seguito all’aver condiviso foto che stimolano desideri sessuali tramite la visione di natiche, seno, o vulva e accettando la proposta che più le aggrada e si concedono al puro sesso, accade qualcosa di negativo per il benessere della persona.

Il motivo per cui l’utilizzo dei selfie per finalità sessuali è considerato sbagliato deriva dal fatto che il puro sesso è interpretato come un atto negativo, secondo loro si fanno “usare”, perché fare puro sesso secondo loro sarebbe “usare”, “oggettificare”, “strumentalizzare” e non “godere”, “divertirsi”. Ma questo non è vero. Il puro sesso non è male.
Perciò, invece di dire alle ragazze che si scoprono nei loro selfie “stai attirando chi vuole solo scoparti e non chi vuole amarti/sposarti/farti diventare madre!!” si dovrebbe comprendere che il voler essere amate/sposate senza mai far sesso per puro godimento e non col fine di amarsi e sposarsi è un’esigenza personale e non universale, e dunque non ha senso imporre a tutti un comportamento che non soddisfa tutti.
Le altre che hanno desideri diversi devono essere libere da critiche nel loro attirare chi vuole fare sesso senza amare e sposare e far generare figli e famiglia.
Naturale che chi pensa sia sbagliato in assoluto attirare certe persone critichi chi si fa certe foto che giudica capaci di attirare certe persone. I diversi si respingono, si combattono e tentano di annullarsi. Ma si dovrebbe invece controllare il proprio istinto ad appiattire le diversità quando queste diversità non sono dannose, e capire quindi che certe azioni non sono sbagliate in assoluto.
Bisogna smettere di fare la guerra ideologica alle ragazze che vivono la loro sessualità in modo diverso.
Non dobbiamo arrecare danni agli altri. Criticare ingiustamente gli altri è un danno. E criticare ragazze che usano il proprio corpo come piace a loro è un danno nei loro confronti. Bisogna piuttosto imparare a convivere nello stesso luogo vivendo in modi diversi.
Le ragazze che si vogliono coprire e farsi amare in modo esclusivo senza mai fare sesso per puro gusto di farlo devono convivere pacificamente con le ragazze che si vogliono scoprire e fare sesso per puro gusto senza farsi amare.
Perché fare la guerra condividendo messaggi velenosi e negativi invece che vivere in pace?
Il limite da porsi nel mostrare il proprio corpo, dipendendo dalle esigenze della persona, può essere falso in alcuni casi e vero in altri.
Naturalmente le ragazze interessate a ricevere l’amore condizionato dall’esclusività dei ragazzi etero così come delle ragazze omosessuali, interessate al matrimonio condizionato dall’esclusività fanno bene a preoccuparsi di seguire il proprio istinto a mostrarsi e prendere in considerazione la possibilità evitare di mostrare le proprie zone sessuali nei selfie, perché gli uomini o le donne che loro desiderano amare, essendo gelosi e legando l’esclusività, anche quella visiva, al loro donare amore le scarterebbero perché il loro bisogno di essere unici non sarebbe soddisfatti. Anche altri vedrebbero certi centimetri di pelle del corpo della ragazza che amano, e anche l’apprezzamento altrui sarebbe apprezzato. Ma questo vale solo per quel gruppo di ragazze e non lo si può estendere all’altro gruppo non interessato.gruppiselfie.jpg

IL SELFIE PEDOPORNOGRAFICO
Nel 2009, un giudice della Pennsylvania ha respinto l’accusa di pedopornografia per tre ragazze che avevano compiuto sexting. Nell’opinione pubblica è aperto un dibattito su questo fenomeno.

Uno dei motivi per cui si può scegliere di fotografare sé stessi, vestiti o nudi, e non gli altri, è che è più facile che fotografare qualcun altro, perché si è quasi sempre d’accordo con sé stessi. c’è anche il detto “chi fa da sé fa per tre”.

RISCHI DEL SELFIE
Per sbaglio si può inviare le foto a qualcuno che non si vuole le veda: un genitore, un fratello, un amico. Oppure pubblicarle sul proprio profilo di un social network.

è diventata famosa la notizia che Dear Fashion ha postato gli screenshot degli sms di risposta del padre che non ha gradito la foto ricevuta: “È questo quello che fai quando sei a scuola?”, ha scritto il padre, “Rispondi immediatamente alle mie chiamate, ho parlato anche con tua madre”.
La ragazza ha continuato a negarsi salvo poi raccontare e commentare tutta la vicenda sul social network dove in breve tempo è diventata una star.
Da qualche tempo però molti hanno iniziato a usare Snapchat, che si descrive come “un nuovo modo di condividere momenti con gli amici” e consente di inviare una foto o un video di dieci secondi a un singolo utente o a un gruppo di amici, senza offrire la possibilità di salvare o catturare le immagini e provvedendo automaticamente alla cancellazione degli allegati una volta visualizzati.

CONDIVISIONE E USO DEGLI AUTOSCATTI DI NUDO
Dopo aver cliccato il nome dell’amico con cui si desidera chattare, in quel riquadro non molto grande che è la chat di Facebook, dalla sua creazione, ogni giorno nel mondo sul monitor d qualcuno è comparsa una foto di nudo del corpo di qualcuno inviata da qualcun altro.
Alcune ragazze, se ricevono la richiesta di mostrare i propri autoscatti di nudo e il ragazzo che la fa le attrae, sono felici di aver trovato uno che chiede ciò che vuole, e lo definiscono anche audace, e rispondono inviando tutte le foto più provocanti o esplicite.
Alcune ragazze, soprattutto fotomodelle, possono lamentarsi di aver ricevuto degli autoscatti di nudo da una ragazza senza che glieli avesse chiesti.
Molti uomini pagano per possedere e guardare autoscatti di nudo di ragazze che non posano per lavoro, e a parte con rarissime e particolare amiche che li possono inviare non capita quasi mai di ricevere autoscatti di nudo gratis, e invece sono sicuro che alle donne può succedere più spesso.
Anche perché è molto più facile incontrare ragazze bisessuali che ragazzi bisessuali.
La quantità di ragazze definite in modo dispregiativo “morte di cazzo” è davvero bassa poiché ci sono tantissimi uomini che ci provano con le ragazze, e potrebbero scopare a manetta, ma anzi, la loro frustrazione in genere è quella di non trovare l’amore con un uomo. Invece è più facile che ci siano ragazze “morte di figa”, perché le lesbiche e le bisessuali sono poche rispetto alle etero e dunque il desiderio è più facilmente frustrato.
In sintesi, donne e uomini in quantità industriali, ci provano con le donne, mentre pochissime donne ci provano con gli uomini.

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Alcune persone si sentono costrette a dare soldi o addirittura fare sesso contro la loro volontà solo per evitare che altri li vedano nudi come se essere visti nudi fosse come essere visti mentre si spaccia eroina. Per tanto a volte, uno dei due, il più pauroso, aspetta che sia l’altro a inviare per primo la foto, spesso il maschio, e con il viso presente, in modo che sia identificabile, e che nella possibilità che faccia vedere le foto ad altri, o le carichi online, ad esempio per vendicarsi di una richiesta sessuale rifiutata, o per obbligare a far sesso, si possa giocare la stessa carta, e dunque azzerare le possibilità che accada.

LA CONDIVISIONE DI FOTO DI NUDO IMPOSTA SENZA PREAVVISO E A SCONOSCIUTI

I selfie al proprio corpo nudo possono essere fatti e condivisi appositamente per disorientare, scioccare, infastidire, imporre e sentire di aver dominato qualcuno, anche solo virtualmente, sfogando la propria insoddisfazione e frustrazione nei confronti di chi si pensa ne sia la causa, anche non diretta ma indiretta, ad esempio le ragazze attraenti con le quali si vorrebbe fare sesso ma che non rispondono positivamente a quest’esigenza e richiesta, o che hanno dei vantaggi che i maschi non hanno, oppure a quelle che si suppone rifiuteranno la richiesta sessuale, anche se non si è formulata direttamente la domanda, e che non accettando di fare sesso di fatto producono insoddisfazione.

Questo accade inviando autoscatti del proprio pene a sconosciute, e saltando ogni convenevole come “ciao, io mi chiamo x y ecc” e ogni domanda di consenso “vorresti vedere il mio pene?”, al massimo scrivendo “ti piace?”, e senza che la ragazza abbia il ruolo di frequentatrice o fidanzata.

Dunque violando il processo abitudinario per cui due esseri umani possono arrivare a guardarsi reciprocamente i genitali che è composto di varie tappe, in cui l’osservazione de genitali dell’altro è tra le ultime: Prima ci si saluta, si guardano le foto dell’altro se si è in chat o si ascoltano le proprie emozioni mentre si guarda il viso dell’altro e ci si parla se si è dal vivo, poi se si prova attrazione sessuale, e si vorrebbe far sesso con l’altro, glielo si fa capire attraverso il linguaggio, facendo complimenti, e solo dopo si passa a inviare foto del proprio corpo nudo, chiedendo se c’è interesse, spesso non prima di due o tre giorni di conversazione. A volte si inizia con una foto della parte meno tabù, il seno, poi delle natiche, poi si passa ai genitali o all’ano.
Alcune ragazze ci rimangono malissimo, si pensano invase. Bisogna considerare che ci sono anche casi più rari, ma comunque reali, in cui le reazioni delle ragazze sono opposte a quelle che si potrebbe ipotizzare. Una ragazza si può fidanzare con un ragazzo che lo stesso giorno in cui le ha scritto le ha inviato la foto del suo pene dopo che lei le aveva chiesto di inviarle qualche foto del suo viso.

Ma sicuramente per i maschi è diverso, tanté che preferirebbero ricevere foto non richieste di vulve, tra le quali ci possono essere quelle che piacciono, e quelle che non piacciono le scartano senza sentirsi feriti. E anche ricevendo foto di peni non si sentirebbero feriti, anche se non sono bisessuali. Sembra quasi che le donne reagiscano nel modo in cui reagirebbero gli uomini eterosessuali se ricevessero selfie di peni. Cioè come se non fossero eterosessuali. A moltissimi uomini piacerebbe che molte ragazze inviassero loro il selfie della loro vulva, e non glielo chiedono solo perché è altamente sconveniente. se una ragazza tentasse di infastidirmi e indispettirmi e dominarmi mandandomi la foto della sua vulva penserei che è scema.

Si dovrebbe chiedere prima se la ragazza vuole vedere il proprio pene e poi inviarne la foto, per evitare di beccare quelle a cui da fastidio. Ovviamente, se dopo aver chiesto “posso inviarti la foto del mio pene?” una ragazza fa lo screenshoot pubblicando anche il nome e deridendolo insieme a decine di ragazze, come è solito fare dalle ragazze, sarebbe altrettanto ingiusto.

Inoltre, se il gesto d’inviare una foto del proprio pene senza preavviso e a una sconosciuta è fatto perché si pensa di non poter essere sessualmente soddisfatti da quella ragazza l’uomo che lo fa dovrebbe pensare che ognuno ha il diritto di lasciare sessualmente insoddisfatto qualcun altro senza che l’altro provi a infastidirlo per punizione, ma le personalità infantili non sono capaci di capire che gli altri non sono tenuti a rispondere della propria insoddisfazione.

La frustrazione in alcuni maschi è tanta, considerando che praticamente nessuno chiede di vedere le foto dei peni dei maschi se non si ha una relazione sentimentale con loro, e considerando che i maschi pagano centinaia di euro per fotografare vulve, o anche per farci sesso, mentre le femmine non pagano ma incassano. molta frustrazione, senso d’impotenza, invidia. questa non accettazione della realtà porta molti maschi praticare soluzioni inutili e scomposte.
Disinteressarsi del consenso altrui, costringerla a guardare, da un senso di rivalsa, anche se è finta, perché le cose rimangono come sono.

Viviamo in una società in cui si può provocare sessualmente in milioni di modi dalla mattina alla sera, rimanendo vestite, attraverso la tv, i giornali, i social network ma il sesso per il puro gusto di farlo è bandito e visto come il male. Si sa tutto sul sesso tramite wikipedia, blog, video, si riceve provocazione sessuale, ma poi vai a chiedere di scopare e basta e tutte impazziscono, perché cercano i sentimenti, il fidanzamento, il matrimonio.

C’entra col fatto che se la tipa in tv si muove le tette su e giù, dicendo pure “su e giù”, facendo finta di non capire, mi fa pensare al sesso. Ma poi non è che me la posso scopare. E questa cosa succede tutto il giorno, tutti i giorni. Sia per motivi economici, che per motivi puramente egocentrici.

Facebook è l’analogo della tv e delle pubblicità cartacee. Ci fosse una ragazza che evidenzia le sue scollature facendosi selfie, o ancora di più che si mostra nuda con i selfie, che poi se gli dici “mi piaci, io ti piaccio? se sì, mi andrebbe di far sesso” che non s’incazzi. Nessuna compie quel tipo di attività per ottenere sesso, ma solo conferme sul loro potere di attrarre sessualmente.

tutti i giorni si possono vedo le foto di ragazze provocanti, cliccare mi piace perché piacciono. Ma deve obbligatoriamente rimanere un’apprezzamento estetico oppure “porco”, “maniaco”, “morto di figa”.

Si può chiamarla “oggettificazione del pene”. Cioè, il pene, e tutto l’apparato eccitatorio, serve solo per dare soldi a chi fa programmi tv, pubblicità, o chi vuole ricevere apprezzamenti per sapere che lei può competere con le altre se vuole (ma quando vuole?).

Poi non si può obbligare nessuna a fare diversamente. Uno lo accetta. Ma è molto strano che siamo nati per scopare, e facciamo tutto quello che ruota attorno allo scopare in quantità enorme, e in quantità ridicola scopiamo (dal momento che far sesso quando si è fidanzati o sposati è un’altra cosa).

LA PSICOLOGIA DEL MASCHIO CHE INVIA SELFIE DI PENI NON RICHIESTE A SCONOSCIUTE
A questi ragazzi non interessa se le ragazze non vogliono, anzi, hanno bisogno che non vogliano, perché senza contrasto di volontà non possono sentire di averle costrette a guardare qualcosa che ha che fare col sesso che loro rifiutano, perché non accettano la loro frustrazione sessuale e non hanno una reale soluzione se non rassegnarsi al fatto che non faranno mai sesso con quelle ragazze.

Non pensano che evidenziare il seno nelle foto per le ragazze significhi che a loro piace il sesso per puro piacere e che stiate cercando qualcuno per farlo, ma anzi, a volte sono consapevoli che le ragazze non pensano a ottenere sesso quando si fanno selfie sessualmente eccitanti, ma che a loro interessa soltanto ricevere complimenti. Questo fatto da fastidio a molti, anche perché si pensano usati. La ragazza provoca reazioni sessuali mostrando le proprie foto per ricevere like e complimenti ma poi si disinteressa completamente del desiderio creato, e non accetta un “ti piacerebbe fare sesso con me?” pertanto viene giudicata come “stronza che usa gli uomini come vibratori dell’ego”.
Sanno che il 99.9% delle ragazze che postano selfie sexy vogliono un fidanzamento monogamico e non cercano sesso, e che molte sono già fidanzate in modo monogamico, ma allo stesso tempo è interessata alla libidine maschile degli altri, spesso mascherata da apprezzamento estetico per far diventare tutto politicamente corretto e accettabile.

Probabilmente se tutte le ragazze che mostrano il seno o meglio ancora si mostrano seminude o nude, fossero anche interessate al sesso per puro piacere l’astio si ridurrebbe moltissimo. Perché verrebbero giudicate coerenti, e  in quel caso sarebbe solo il gusto della ragazza nei confronti del corpo del maschio potrebbe determinare la sua insoddisfazione sessuale oppure no. Mentre se è il desiderio di mostrarsi per l’ego, fanno più fatica ad accettarlo.

LE CAUSE DELLE INSODDISFAZIONI SESSUALI MASCHILI
L’insoddisfazione sessuale di tanti maschi è accentuata dal fatto che moltissimi uomini non si sentono liberi di manifestare la propria libidine. Perché hanno avuto tantissime esperienze negative, venendo sommersi di “morto di figa”, “porco”, “poveretto”, “segaiolo”, “sfigato”. E vengono costantemente invitati a cambiare pensieri, atteggiamento, comportamento, a ed essere più poetici, sentimentali, artistici.

Facendo un esempio astratto e semplificato un uomo, che sia un amico o un fidanzato con il quale si è fatto un patto di esclusività sessuale, che chiede – Mi fai un pompino? – potrebbe sentirsi dire in modo sintetico – Sei un porco, non potresti essere un po’ più romantico? – e quindi essere incentivato a usare il linguaggio poetico in modo più o meno intenso, fino ad arrivare a citare Shakespeare – Pascola sulle mie labbra; e se quelle colline saranno asciutte vaga più in basso, dove sono le fontane del piacere – che però materialmente dice la stessa identica cosa: fammi un pompino.

“I tuoi occhi sono due laghi pieni di mistero” e “Nel tuo viso c’è una profondità infinita”. Complimenti angelicati ispirati al dolce stil novo, uno stile poetico che si è sviluppato in Toscana nel Duecento e ha fatto storia. La sua denominazione risale a Dante Alighieri. Consiste nell’angelicazione della donna. Da allora le donne non sono state più viste per quello che sono, semplici esseri umani di sesso diverso da quello maschile, ma “cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare” come scrisse Dante in Vita nova.

Molte donne, e molti uomini, amano pensarsi “piene/i di mistero”, e di essere “profonde/i”. Non gli basta che vengano loro riconosciute e apprezzate caratteristiche visibili con gli occhi, come essere alte/i, formose o scolpiti, con un bel portamento e uno sguardo da maliarde o da seduttori, ma vogliono essere anche profonde/, sapienti, intelligenti, furbi, sensibili.

Per questo spesso scelgono di vivere nella menzogna, recitando una parte che non gli appartiene, più poetica e metafisica.

COME REAGISCONO LE DONNE ALL’INVIO DEI SELFIE NON VOLUTI
Molte scrivono dei post sulle loro bacheche facebook rivolgendosi sia a coloro che hanno inviato le foto che ai propri amici che possono giudicarli. Informandoli sul fatto che la loro azione non sia legittima, che non sia bella.

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Whitney Bell ha fatto una mostra a Los Angeles, I Didn’t Ask For This: A Lifetime of Dick Pics, che mette in mostra la quantità e la varietà di foto non richieste che ha ricevuto.

RICATTO DELLA CONDIVISIONE SELFIE PER VANTAGGIO ECONOMICO
Proprio a causa dell’esistenza di una massa di persone che giudicano negativamente certi atti, e sono pronte a esprimerlo e compiere azioni svantaggiose e dannose nei confronti di chi li compie alcune persone hanno la possibilità di estorcere denaro usando immagini e video pornografici altrui. Infatti, un ricatto è possibile solo se c’è qualcosa da perdere, come la propria serenità e la propria felicità, e quel qualcosa da perdere è determinato da persone che hanno pensieri, e intenzioni contrarie e violente nei confronti di certi atti.

Gli articoli di giornale mostrano come tra le varie possibilità che ci sono che la propria immagine in atti sessuali sia condivisa sul web contro la propria volontà c’è quella del ricatto per ottenere un vantaggio economico. Spesso fatto da donne nei confronti di uomini.

Prima la richiesta di amicizia da parte di una ragazza attraente, qualche CHAT innocua e poi conversazioni un pochino più spinte. Infine, si spoglia in webcam, fa giochi sessuali e chiede di fare altrettanto. Il malcapitato però non sa che la donna registra tutto ed è pronta a ricattarlo. Dopo cinque minuti gli torna indietro il suo video, che è stato registrato tutto con il viso incluso. Lei dice “Se non paghi distruggerò la tua vita”, e nel frattempo ha già scaricato una lista di parenti a cui inviare il filmato. Gli manda l’elenco dei contatti dei suoi parenti, presi da Facebook, e gli chiede di offrirle una somma perché cancelli il video.

In questa trappola su Facebook, ci cadono in tanti. E quasi tutti preferiscono pagare. Il consiglio della polizia postale è ovviamente quello di non pagare, ma è difficile risalire ai ricattatori. Sembra poi che le ragazze non siano da sole, ma che qualcuno collabori con loro.

Se uno non paga (in media vengono chiesti dai 300 ai 500 euro), la minaccia continua: fino a telefonate sul proprio cellulare (sempre preso da Facebook) e a messaggi intimidatori anche sui profili dei propri amici. Anche se in rari casi, il video viene reso pubblico ed inviato ad alcuni dei propri contatti.

Pensava d’aver trovato nell’ex fidanzata di una storia durata appena quattro mesi, la classica gallina dalle uova d’oro da spremere fino all’ultimo centesimo. In caso contrario – come aveva lui stesso più volte minacciato – avrebbe mostrato al mondo le foto di sesso che aveva scattato di nascosto alla ragazza durante i momenti di intimità. Nei guai, per estorsione, era finito Radouane El Afou, 38 anni, origini marocchine, di Biella, condannato la settimana scorsa dal giudice, Paola Rava, a una pena tutto sommato mite di un anno e mezzo di reclusione più mille euro di multa con la condizionale.
Per questi fatti, l’imputato era stato persino arrestato e poi messo agli arresti domiciliari. L’operazione era stata condotta dai poliziotti della Squadra mobile che si erano messi d’accordo con la ragazza ricattata e avevano preparato una trappola con tutti i crismi. All’appuntamento si era presentata la ragazza con in mano una busta contenente 400 euro: otto banconote da 50 precedentemente fotocopiate una ad una dagli investigatori della Questura. Era il 16 novembre scorso.
I poliziotti si erano appostati tutt’intorno al luogo dell’appuntamento, pronti a intervenire. L’imputato (difeso dall’avvocato Nicoletta Solivo) aveva preteso e intascato in un primo momento la somma di 300 euro. In un secondo momento, non ancora pago e convinto che la ragazza avrebbe ceduto al ricatto pur di non far divulgare le foto osé, aveva chiesto mille euro. Quel giorno, al momento della consegna dei soldi, per l’imputato erano scattate le manette. In seguito erano state recuperate anche le fotografie compromettenti.

La parola “Sextortion” è una crasi. La crasi (dal greco κρᾶσις, cràsis, “mescolanza”) è un fenomeno linguistico fonetico che attiene alla catena del parlato e che avviene quando la vocale finale di una parola e quella iniziale della successiva si fondono in un’unica vocale, oppure in un dittongo.
Sta per “ricatto sessuale”, si tratta di uno dei pericoli più nuovi ed inquietanti del web. Spesso a avviene tra giovani, tra i 16 e i 17 anni.

Innanzitutto definiamola: è un’estorsione a sfondo sessuale che è volta ad ottenere favori sessuali oppure denaro, tutto questo mediante l’utilizzo dello strumento informatico e della rete internet ‒ soprattutto dei social network, delle app di messaggistica istantanea e delle video chat ‒ al fine di costringere la vittima a pratiche di tipo sessuali o al pagamento di somme di denaro per evitare la diffusione di immagini compromettenti. Ovviamente queste immagini sono state precedentemente acquisite in modo consensuale o sotto minaccia.
Se ne distinguono due forme: un primo tipo di sextortion deriva dallo scambio di materiale di nudo o sessuale tra coetanei; il secondo, invece, viene agito da gang criminali, si tratta di un’estorsione di caratura, quindi, internazionale, che colpisce anche gli adulti. Secondo l’Interpol quest’ultima tipologia verrebbe messa a punto in questo modo: il ricattatore assume l’identità di un uomo o di una donna attraente, capace di adescare la vittima; dopo aver ottenuto la sua fiducia, il criminale registra filmati della vittima mentre compie atti sessuali, e subito dopo la minaccia di farli circolare tra gli amici o di pubblicarli su Internet a meno che non venga pagata una somma di denaro.

In Italia stiamo venendo a conoscenza del fenomeno in tutte le sue sfaccettature solo da qualche anno: si riscontrano casi in cui alcuni ragazzi si spogliano in webcam o mandano video o immagini ad alcuni coetanei, al fine di avere in cambio altre immagini o video, sempre a sfondo sessuale, invece poi quelle immagini vengono utilizzate per ricattare la vittima ed estorcere così denaro. Sempre tra gli adolescenti, può avvenire che, dopo una relazione, uno dei due partner minacci di diffondere pubblicamente ad amici o sulla rete il materiale sexy che la vittima stessa aveva inviato in precedenza, per vendicarsi della rottura della storia, per estorcere denaro o per infangare la figura dell’ex.
Al centro di questo reato si trova sempre l’intreccio tra cybersecurity e coercizione sessuale. Il problema di questo nuovo crimine sessuale dell’era digitale, alimentato da connessioni Internet onnipresenti e da un utilizzo delle webcam, è il fatto che sia quasi interamente non studiato. Tale materia manca di una letteratura accademica. A parte rarissimi articoli scientifici che hanno dedicato energie significative al problema nel corso del tempo, e alcuni giornalisti che hanno trattato singoli fatti di cronaca, il fenomeno è stato in gran parte ignorato. Non ci sono ricerche complete che esaminano le domande più basilari che circoscrivono il problema: quanto sono comuni questi casi? Quali sono gli elementi chiave che li caratterizzano? Le nostre leggi sono adeguate ai fini delle indagini e del perseguimento di tale crimine?
La sextortion è purtroppo sorprendentemente comune. Il fenomeno si è manifestato inizialmente negli USA a partire dal 2010, per poi diventare pratica diffusa anche in Italia. Le denunce alla Polizia postale, infatti, sono passate da 400 nel 2013 a 1.700 nel 2015. Un aumento esponenziale. Le maggiori vittime sono i minori, principalmente di sesso femminile, ma aumentano anche di sesso maschile; la maggior parte sceglie di rimanere anonima e di non denunciare a causa della vergogna. Ma riportare quanto successo è il primo passo per cercare di risolvere la situazione e non trovarsi in un qualcosa di più grande e rischioso, difficile da gestire da soli, senza l’aiuto della famiglia e di esperti. Anche se a livello pratico è abbastanza semplice da descrivere, giuridicamente parlando, invece, sia a livello internazionale che nazionale, non esiste il reato di sextortion. Tale parola è uno slang utilizzato dalla pubblica accusa per delineare una serie di condotte criminali che in realtà non corrispondono esattamente ad un unico reato. Infatti, i casi di sextortion vengono perseguiti in base agli articoli di legge che puniscono la pedopornografia, altre volte le intrusioni informatiche, lo stalking o le estorsioni. Il termine, dato il recente sviluppo legato all’uso delle nuove tecnologie e i rischi connessi, manca, perciò, di una precisa e necessaria formulazione e regolamentazione legislativa.

RICATTO E VENDETTA ATTRAVERSO L’ESPOSIZIONE DEL CORPO NUDO O DEI RAPPORTI SESSUALI: REVENGE NUDE O PORN
Quando non esisteva il digitale si poteva tenere una scatola piena di foto di ragazze (fidanzate, amanti, “amiche”) nude. Una fotografia stampata su un foglio lucido non può diffondersi tanto brutalmente quanto un archivio fa attraverso la rete, però allo stesso modo può trasformare la propria permanenza in una scuola o al lavoro in un vero e proprio inferno a causa del fatto che esistono persone che trovano giusto far violenza su chi usa la fotografia per fini sessuali.

Dato che ogni volta che ci si affida agli accordi con gli altri c’è il rischio che le cose non vadano come ci si aspetta, tali immagini, anche se inviate a una stretta cerchia di persone, spesso si diffondono in modo incontrollabile e il soggetto può reagire in modi molto diversi: accettarlo tranquillamente o soffrirne.

I maschi incapaci di rimanere soli che condividono foto di nudo dell’ex fidanzata o moglie o di momenti in cui entrambi fanno sesso per vendicarsi del dolore subito per l’abbandono condividono foto in cui il volto dell’altra persona è riconoscibile dall’inquadratura ma non il proprio.

A molte persone triviali, sessuofobe, bigotte piace ridere dei problemi altrui, perciò molte persone faranno il nome della ragazza sulle loro bacheche, linkeranno il video pornografico, creeranno e condivideranno meme di derisione per riderci, le daranno la colpa dicendo che “sono cazzi suoi, gli sta bene, se lo merita, poteva pensarci prima” e che quindi non ci si deve preoccupare di come ci può rimanere, l’accuseranno di aver compiuto una bassezza, che la pornografia è brutta, e che poteva scopare direttamente, diranno in modo dispregiativo e svalutante che è adatta per entrare nel porno, e minimizzeranno l’azione dell’ex fidanzato, che potrebbero non giudicare e nominare del tutto. Le ragazze che vogliono mostrarsi ai ragazzi con cui hanno una relazione per goderne, devono difendersi soprattutto da queste persone che si trovano nel mondo, pronte a usare gli altri per divertirsi, che gli ex utilizzano per sfogare la propria sofferenza dovuta alla propria incapacità di accettare di non essere più amati.

LE CONSEGUENZE DELLA CONDIVISIONE NON VOLUTA DI MATERIALE PORNOGRAFICO

La paura che terze persone possano vedere foto e video pornografici e dire che si è cattive persone porta a evitare di farne e quindi perdere una delle possibilità creative di vivere la sessualità. Eliminando questa paura si può dunque vivere questa possibilità ludica.

Poiché i soggetti di produzioni pornografiche (personali e condivise senza consenso, amatoriali o professionali) possono essere insultati, derisi, perseguitati, emarginati da una grossa fetta della popolazione, per il fatto che hanno infranto il principio (che ha la stessa forma di un comandamento religioso che regola l’esposizione del corpo e della sessualità) secondo il quale ci si deve mostrare nudi e in atti sessuali solo al trombamico, al fidanzato, al marito ma non a persone sconosciute e in quantità indefinite, gli effetti psicologici che possono prodursi in una persona che riceve violenza da chi vede il video possono essere diversi tra loro.

Sia chi condivide la propria pornografia volontariamente che chi invece subisce una condivisione non voluta di suo materiale pornografico può ricevere la violenza del popolo, e può anche soffrirne o no, a diversi gradi d’intensità, ma solo chi subisce una condivisione non voluta può soffrire per la mancanza di rispetto della propria volontà, ovviamente.

In tutti i casi, le reazioni dei soggetti possono essere molto diverse, in base alla sua personalità e in base al tipo di reazioni che subisce, e alla loro intensità.

C’è chi può arrabbiarsi per la mancanza di rispetto da parte di chi ha condiviso foto e video ma riuscire a rimanere serena/o per gli insulti del popolo, o chi può tentare di trarne un vantaggio, ad esempio cominciando a fare pornografia a livello professionale, o chi può cadere in depressione, evitando il contatto con le persone, o addirittura può tentare il suicidio.

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Tra i casi in cui la persona non è riuscita a contrastare i tentativi di provocare emozioni autodistruttive c’è Tiziana Cantone, 31 anni, che si è suicidata impiccandosi con un foulard, nella cantina di casa. Qualcuno un anno prima aveva messo in rete un video con scene hard. Lei, Tiziana, voleva fare un dispetto al fidanzato. I giornali non sono stati molto chiari riguardo al motivo per cui si rivolgesse al fidanzato in quel modo. Se lui l’abbia lasciata o tradita. Ma in ogni caso, se i video dovevano provocare rabbia in lui, non erano rivolti agli altri, e non si spiega come mai abbiano provocato violenza in migliaia di persone non coinvolte nella loro relazione. Faccende private che il balordo con il quale Tiziana aveva consumato la sua vendetta, senza un briciolo di coscienza, ha messo in rete senza il consenso di lei.
Milioni di mi piace «Stai facendo un video? Bravo», una frase pronunciata dalla ragazza, mentre guardava nell’obiettivo del cellulare che di lì a poco avrebbe ripreso tutta la scena. Tiziana a grandi passi si avviava verso un «Golgota» mediatico fatto di insulti, e prese in giro (verso i quali ovviamente non era consenziente) sulla cui cima l’aspettava la buia cantina di casa. E lì la sua nera angoscia è diventata alla fine «sollievo» per una morte cercata già qualche settimana prima con i barbiturici e fermata solo grazie al provvidenziale intervento della mamma.

Cinque giorni prima del fatto il giudice del tribunale di Aversa, Monica Marrazzo, ha riconosciuto in questa brutta vicenda la lesione del diritto alla privacy di Tiziana, contestando ai vari social forum di non aver rimosso all’istante i video lesivi della sua reputazione. Il suo legale ha citato in giudizio non solo chi ha postato i video, sui quali ora sono in corso le indagini preliminari ma anche lo stesso Facebook Ireland, Yahoo Italia, Google e Youtube, sostenendo che fosse applicato il diritto all’oblio. Aveva ottenuto il provvedimento d’urgenza che comporta in caso di inadempienza una multa fino a 10mila euro al giorno per i motori di ricerca e Facebook Ireland.

Ci possono essere state altre motivazioni al suo gesto, ma di sicuro la violenza della massa è stata la principale. Infatti, allo stesso tempo la Cantone era stata condannata al pagamento di ventimila euro di spese giudiziarie perché giudicata consenziente nel farsi riprendere. Nella decisione sul provvedimento di urgenza chiesto dalla 31enne per la rimozione dai siti web dei video hard, infatti, il giudice aveva condannato Facebook e altri tre soggetti al pagamento di 320 euro ciascuno per esborsi e 3.645 euro per compensi professionali. La ricorrente era stata condannata al rimborso nei confronti di Citynews, Youtube, Yahoo, Google e Appideas di 3.645 euro, per ciascuno, per le spese legali oltre al rimborso delle spese generali nella misura del 15%. Sarebbe stato questo, secondo la madre, il motivo scatenante del suicidio della 31enne.

CONSENSO A ESSERE REGISTRATI COME SCELTA NEL SUBIRE CONSEGUENZE VIOLENTE
Chi crede che subire violenze psicologiche sia una libera scelta ricercata e meritata quando qualcuno condivide un video pornografico fatto e centinaia di persone offendono e utilizzano il video per modificarlo e riderci, devono capire che essere consenziente a essere videoregistrati mentre si fa sesso non significa essere consenzienti a essere violentati psicologicamente, ma significa solo acconsentire a essere ripresi con il fine di essere vista da alcune persone specifiche, ad esempio gli amici, il trombamico, il fidanzato, il marito, che è molto diverso dall’essere consenzienti nell’essere visti da tutti, o nell’essere insultati ed emarginati da chiunque.
Perciò il fatto che nel video condiviso la ragazza non avesse un’espressione contrariata nell’essere ripresa, ma che mostrasse e dicesse di volerlo volontariamente non implica che volesse anche le violenze psicologiche di massa. Volersi far riprendere non significa volersi far sotterrare morti suicidi. E la volontà di farsi riprendere non dona il diritto di violentare psicologicamente, al contrario di quello che pensano le persone che trovano giusto sputare veleno.

Le persone fanno confusione tra il modello etico che le persone dovrebbero seguire, per cui nel momento in cui non lo seguono possono essere giudicate, e il fatto che l’esistenza di un modello etico non implica la sicurezza che questo modello venga seguito e che dunque, per difendersi, si deve cercare di prevenire i danni.

Se uno sa che è sbagliato stuprare, derubare, e uccidere non per questo si inoltra in ogni luogo in qualsiasi ora del giorno e della notte perché si sente protetto dalla legge morale dentro il cuore degli altri. Cercherà di difendersi, anche tramite i suoi pregiudizi (del tipo “ci sono dei punk, meglio camminare lontano” o “ci sono degli immigrati, meglio camminare lontano” e così via).

Seguire il proprio istinto di sopravvivenza non è un dovere morale, ma è una naturale propensione. Si può dire che è utile o necessario preoccuparsi e prevedere, ma non che è un dovere, e se uno non lo fa è colpa sua.
Quindi entrambi i discorsi, che chi produce pornografia amatoriale deve riflettere sulle possibili conseguenze, e chi ha il potere di fare del male tramite l’uso di quella pornografia prodotta deve regolarsi e non permettersi di fare del male agli altri, possono coesistere senza entrare in conflitto: si deve stare attenti a chi può fare del male, e chi ha il potere di fare del male non deve fare del male.

ATTRIBUIRE RESPONSABILITà AL SOGGETTO DELLA SUA SOFFERENZA CAUSATA DALLA VIOLENZA ALTRUI
Tutti sono dotati d’istinto di sopravvivenza, e dunque spontaneamente cercano di capire cosa sia più conveniente fare e non fare, indipendentemente dal fatto che sia giusto fare ciò che non è conveniente fare.

Ma prevenire danni e sofferenze non significa essere paranoici prima di tutto, e quindi mettere regole assolute che non possono essere modificate in certi casi come “non si devono fare foto e video pornografici per i propri ragazzi”.
Prevenire problemi non significa neanche essere sottomessi, remissivi, docili, conformati, spaventati, rassegnati.

Con certe premesse del tipo “uno deve sempre fare solo ciò che è conveniente anche se è ingiusto che si reprima a causa della scorrettezza altrui” il concetto di sottomissione sparisce, perché diventa sempre giusto non fare ciò che la società vuole che non si faccia per evitare quella che la società ritiene essere una giusta punizione fatta di violenza ed emarginazione. Accettare il ricatto, secondo certe idee, diventa una scelta saggia ma non ingiusta nei propri confronti, e chi non accetta il ricatto sociale e in seguito subisce le possibili conseguenze diverrebbe obbligato a non lamentarsi, non ribellarsi, non chiedere aiuto, e non essere mai giudicato come vittima e ad accettare di sentirsi dire “sei una cogliona!”. Ma è ingiusto pensare che se succede qualcosa a certe ragazze è colpa del fatto che non hanno fatto prevenzione evitando il comportamento che la società probabilmente denigrerà. Saranno state attente a capire che tipo di persona era il fidanzato, e avranno pensato che era affidabile. Non perché hanno previsto in modo scorretto i comportamenti del partner allora si deve pensare che il partner non ha sbagliato, e non c’è niente di male nel fatto che chi riceva foto e video continui l’opera del partner condividendo meme ironici, il suo nome o il suo video porno nel tempo (a meno che non sia ormai morta e dunque non le interessa più niente di ciò che gli altri fanno con la sua immagine così come col suo corpo).

Nel 1955 rifiutare di cedere il posto in autobus a un bianco era sconveniente, perché l’ambiente sociale, a cominciare dal bianco in questione, avrebbero reagito con la violenza. Dunque, secondo questo principio, nessuno si sarebbe dovuto rifiutare di cedere il posto a un bianco, e chiunque si trova minacciato dalla violenza al fine di non fargli compiere certe azioni non dovrebbe compierle. Applicando il principio “chi striscia non inciampa” la maggior parte dei diritti civili e delle libertà individuali non sarebbe mai stata conquistata.
La filosofia sottostante a chi dice che “se non vuoi essere violentato psicologicamente in massa non devi produrre pornografia e soprattutto condividerla” è quella di chi crede nel principio “chi striscia non inciampa”.
Ovvero, poiché gli altri non vogliono che venga condivisa pornografia con sconosciuti (perché questo infrange il comandamento che vieta di mostrare a persone all’infuori del fidanzato/marito certe parti del corpo, e soprattutto in certe attività), ma vogliono offendere, umiliare, emarginare, provocare turbe psichiche che una volta incontrollate potrebbero portare a comportamenti pericolosi, autolesionismo, e suicidio chi produce pornografia condividendola con sconosciuti, allora meglio assoggettarsi alle richieste di chi più numeroso e forte ci può schiacciare.

Ma questo ragionamento è ingiusto. Invece il ragionamento giusto da fare, soprattutto quando si viene a sapere di un suicidio di una ragazza a causa di migliaia e migliaia di violenze psicologiche via web, sarebbe “poiché c’è una maggioranza che vuole opprimere una minoranza con richieste egocentriche e ingiuste bisogna sovvertire il potere e far valere le proprie libertà individuali”.

Se tutti fossero crudeli e nessuno onesto e sincero allora sarebbe stupido condividere la propria pornografia con altri se si ha il bisogno che rimanga privata e non si è tranquilli a farla vedere a tutti. Ma dal momento che non tutti sono disonesti, e se ci stai insieme non ha senso pensare di stare con uno disonesto, allora ha senso condividere la propria pornografia.
Ragionando con estrema diffidenza si dovrebbe evitare direttamente di scopare, perché molti ragazzi riprendono di nascosto le scopate con le ragazze e poi caricano i video.

Un altro principio è “si è fidata della persona sbagliata, dunque si merita il danno” questo tipo di discorso somiglia a quei discorsi del tipo “devi prevedere l’imprevedibile” o “devi calcolare l’incalcolabile” o “devi accorgerti delle cose di cui non ti accorgi”. Gli errori, quando li si fanno, non si sa di starli facendo.

Produrre porno, condividerli è un diritto individuale. usarli per vendicarsi da un tradimento no, perché il tradimento è un correttivo naturale dell’innaturale monogamia, ma sicuramente tra condividere foto e video di una persona per vendicarsi del suo tradimento, e produrre un video in cui si fa sesso, è meglio la seconda.

Dunque, abbassare la testa, e dire, non produco porno sennò mi distruggono è sottomettersi, e chiunque sposti l’attenzione sul fatto di aver fatto qualcosa di contrario allo stupido comune sentire sbaglia, dovrebbe portare l’attenzione su chi fa violenza nei confronti di queste persone.

ATTRIBUZIONE DI COLPA

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Le persone quando si ritrovano a chiedersi chi abbia la colpa di una certa sofferenza che si è generata in qualcuno non hanno una rappresentazione univoca e concorde, spesso attribuiscono colpe a persone diverse nei casi in cui qualcuno si sia fatto del male, autolesionandosi, o addirittura uccidendosi, in seguito una stigmatizzazione.

Le persone coinvolte in situazioni in cui una persona soffre, si fa del male, si suicida in seguito a una condivisione di sue foto o video dei quali le persone hanno parlato, insultato, e prodotto materiale denigrante sono di tre tipi:
1. il soggetto ripreso,
2. chi carica la foto o il video senza il consenso,
3. chi insulta una volta visto, le persone possono attribuire la colpa a ognuno dei tre tipi di persone coinvolte.

A causa della varietà di opinioni, e della difficoltà di rappresentarsi in modo immediato e assoluto la realtà oggettiva, secondo alcuni la colpa è della ragazza che si fa riprendere, secondo altri unicamente di chi ha condiviso il file senza il consenso, secondo altri ancora sia della persona che ha condiviso il file senza il consenso che della massa che l’ha insultata.

COLPA DEL SOGGETTO
L’etica si occupa di stabilire cosa si è liberi di fare e cosa non si deve fare, anche se si vorrebbe, per evitare danni agli altri, dunque è un insieme di teorie diverse da quelle teorie volte a prevenire danni a sé stessi e non agli altri, la prudenza. Dunque, l’etica può affermare che compiere un’azione è giusta (ad esempio produrre pornografia) perché non fa male agli altri, ma la prudenza può affermare che si dovrebbe compiere quell’azione giusta quando si hanno le condizioni sufficienti per non farsi del male (indipendenza economica dagli altri che potrebbero ricattare, come i genitori, e indipendenza psicologica dall’amicizia e dall’approvazione altrui).

Da un punto di vista di cosa gli altri dovrebbero o non dovrebbero fare non sono le persone a dover evitare di compiere azioni per le quali gli altri gliela faranno pagare perché le gradiscono, anzi le persone non si devono difendere da sole, ci devono essere le forze dell’ordine ma anche gli altri cittadini a difenderle, dunque in realtà sono le persone a non dover violentare chi compie azioni per il proprio benessere personale. Invece l’attenzione viene spostata su chi compie l’azione. La gente non dovrebbe fare violenza a priori, sia se qualcuno condivide senza il consenso sia se evita di condividere senza il consenso. ovvero, dovremmo vivere in una società in cui siamo protetti, e non dobbiamo proteggerci da soli, perché appunto la società si differenzia dalla giungla su quest’aspetto.

Le cause principali per cui la gente insulta il soggetto delle foto o del video in certi casi sono :

1 – il farsi riprendere in atti sessuali e condividere il video che infrange il principio per cui il sesso va vissuto con una sola persona, in privato e che non deve neanche essere visto tramite riproduzioni da altre persone
2 – il fidarsi della persona sbagliata e senza essere capaci di sopportare le conseguenze

Nel caso specifico della Cantone si sono aggiunti:

3 – L’aver chiamato cornuto il presunto fidanzato e l’averlo ipoteticamente tradito (non ci sono abbastanza informazioni)
4 – l’aver fatto nuovi video cercando di accettare psicologicamente la cosa

Tra i milioni di persone che hanno insultato ci può essere qualcuno che crede “le donne non devono farsi riprendere in video mentre fanno sesso, e non devono condividere il video con terze persone, e non devono tradire, e non devono chiamare cornuto il fidanzato nel video, mentre gli uomini possono fare tutto ciò”. Ma se ci sono, non si sono palesati in modo evidente, e infatti nessun post, nessun articolo ha riportato queste parole intriste di maschilismo, ma altre.

COLPA UNICAMENTE DI CHI CONDIVIDE
Secondo alcuni la colpa è di chi condivide il file senza il consenso, ma la sofferenza che una persona prova, sottoforma di paura quando la condivisione del materiale pornografico potrebbe avvenire ed è solo minacciata, o quando è avvenuta, deriva dalla violenza che la massa esercita, con le sue parole, con i suoi sguardi, con i suoi toni di voce, con le sue scelte, e addirittura con i suoi prodotti multimediali volti a schernire.

COLPA DI CHI CONDIVIDE E DI CHI VIOLENTA PSICOLOGICAMENTE IL SOGGETTO
Non si può pensare che la sola causa di certa sofferenza sia il semplice atto di condividere sul web contro la volontà una foto un video pornografico. Infatti, è la massa di persone che in seguito al caricamento esprime violenza, utilizza foto e video manipolandoli per creare motivi di ilarità, a ferire psicologicamente la persona presente nelle foto e nei video, e senza questa massa l’effetto sarebbe completamente diverso. Nel caso in cui non ci fosse stata una massa violenta uno avrebbe condiviso un video contro la volontà, e questa persona si sarebbe sentita non rispettata dalla persona che ha fatto il caricamento, ma sarebbe stata una emozione limitata a quella persona, e di intensità ridotta, e anche priva di paura e ansia per la vita futura con gli altri, e quindi non così autodistruttiva e capace di portare al suicidio in base alla fragilità soggettiva. La verità è che sono sia la persona che ha condiviso senza il consenso che tutti quelli che hanno insultato ad aver provocato sofferenza e a dover essere incolpati e a correggere il loro comportamento per sempre.

Dunque, attribuire unicamente la colpa a chi carica il file senza il consenso è uno scaricabarile sociale, ed è comodo per chi ama diffondere ciò che qualcun altro ha diffuso, insultare, stigmatizzare e deridere, perché lava la loro coscienza.

Elisabetta  Sterni, nel video denuncia si rivolge a un certo gruppo di persone “Volevo far riflettere tutte le persone che hanno condiviso anche una sola volta questo video”

Nonostante la ragazza intervistata dal giornalista di Repubblica abbia risposto alla domanda “Qual è l’aspetto che più l’ha colpita nella tragedia successa a quella ragazza?” dicendo “I giudizi della gente che ti possono mettere il cappio al collo. L’hanno giudicata tutti, senza porsi domande, senza chiedersi come si poteva sentire” non sembra che lei abbia enfatizzato la soluzione utile a un cambiamento sociale nei confronti di certi episodi nel contrasto ai giudizi delle persone dicendo “se succede una cosa del genere gli altri devono capire che non hanno il diritto di giudicare negativamente”, nonostante abbia detto “È bene che la gente capisca: se lasci passare, poi vincono loro. Eventi di questo tipo non si devono ripetere” ma sembra invece aver identificato e circoscritto la soluzione al problema nella denuncia verso chi ha divulgato il video non considerando chi invece chi crea il vero problema, ovvero gli altri.

Infatti, quando afferma “La mia immagine è stata danneggiata e ora mi trovo in difficoltà perché sto per aprire un’agenzia di hostess con una mia amica” si riferisce all’immagine mentale che le persone hanno di lei, e per quale motivi si dovrebbe danneggiare la loro immagine se non perché queste persone non sanno ragionare correttamente e non capiscono che non è sbagliato farsi riprendere mentre si fa sesso o che non succede niente se gli altri ti devono mentre fai sesso?

Si dovrebbe dare più attenzione al fatto che sono gli altri il vero problema, come ha appunto detto nell’intervista la ragazza.

TEORIA DELLA VIOLENZA CAUSATA DAL MASCHILISMO

Quando una notizia di cronaca mostra il suicidio di una ragazza a causa della violenza psicologica subita attraverso internet da una grande massa di persone, molte/i femministe/i insorgono spiegando la causa che ha portato la massa a insultare, diffamare, ridicolizzare: Il loro essere maschilisti (credere che il maschio abbia dei diritti che la donna non ha e che sia giusto, se ha voglia, fare violenza su di lei, causandole danni o portandola a desiderare il suicidio).

Ipotizzare che l’effetto prodotto da un video pornograficom in cui il soggetto della scena è un uomo, produca in chi lo vede un’assenza di giudizio morale o addirittura un giudizio positivo nei confronti dell’uomo ripreso (wow, sei figo! sei un grande!), mentre quello che contiene una donna produca un effetto negativo, è stupido, e non ci sono dati per crederlo.
Non ci sono casi di video condivisi senza volontà del soggetto maschile per cui la gente abbia esultato “sei un grande”.

Dunque, probabilmente si arriva a credere a quest’ipotesi solo perché si parte dall’assunto che le donne che hanno subito violenze psicologiche per i loro video pornografici le abbiano subite in quanto donne (cioè perché la massa, composta da donne e da uomini, che ha fatto violenza sulla ragazza crede che le donne non si devono far riprendere in video pornografici, e non devono fare certe pratiche sessuali, mentre gli uomini possono) e non in quanto hanno prodotto video pornografici.

La petitio principii è una fallacia che presume esplicitamente o implicitamente nelle premesse ciò che dovrebbe invece dimostrare. Ma se la premessa contiene già la conclusione si ha a che fare con un circolo vizioso.

La verità, contraria all’ipotesi creduta da alcune femministe, è che se un porno di un uomo gira su fb, contro o con la sua volontà, chi lo conosce lo contatta per chiedergli se è impazzito, la gente penserà che è un depravato, porco, maniaco sessuale, che farsi vedere con lui rovina loro l’immagine, e che deve stare attento se non vuole essere rifiutato per lavorare. Cosa che qualsiasi fotografo che produce materiale erotico o pornografico può confermare di subire, anche se non compare lui nelle foto.

Altrettanto stupido è lo pseudoargomento per cui “nessuno uomo si è suicidato per un porno condiviso, mentre diverse donne si sono suicidate, dunque le donne che producono porno e subiscono una condivisione non voluta ricevono insulti perché sono donne”. Facilmente smentibile comprendendo che, un uomo per subire violenze verbali, soffrire, e suicidarsi in seguito alla violenza psicologica della massa che ha visto un suo video pornografico caricato senza il consenso, ha bisogno di produrre un video pornografico in cui il suo volto venga riconosciuto, perché se il volto non è riconoscibile il soggetto ripreso non può subire attacchi alla sua persona.

Le possibili cause possono essere altre, rispetto al maschilismo:

1. Potrebbe essere possibile che non ci siano uomini riconoscibili nei video amatoriali prodotti con lo smartphone, perché spesso gli uomini non si fanno riprendere in viso quando fanno video pornografici dal momento che il video è destinato alla loro visione e dunque non sono interessati a vedere il proprio viso, o perché pochissime ragazze chiedono agli uomini di farsi riprendere mentre fanno sesso con loro dato che non sono interessate a rivedere video (anzi, molte si lamentano della scomodità che distoglierebbe l’attenzione dal piacere sessuale) ma sono gli uomini a chiederlo a loro (e questo lo affermano anche alcune/i femministe/i.
Inoltre, è vero che nel video denominato “forza Chiara” il volto dell’uomo si vede, ma non è stato diffuso dalla ragazza per vendicarsi nei confronti di lui, ma è stato diffuso da lui per vendicarsi di lei, e infatti, se uno diffonde qualcosa, e non è masochista, lo fa pensando che non subirà un danno d’immagine. Infatti era lei la persona alla quale veniva praticato un atto sessuale per molti, soprattutto i ragazzi, sorprendente (anche se per altri banale) cioè infilare più dita possibili nella vagina. E dunque, per la gente, era lei che si era fatta fare quella cosa, anche ansimando. Ecco perché lui non era stato criticato per l’atto sessuale, ma solo per la condivisione, per la quale ha subito anche una pena (quindi sì che è stato giudicato).  Non ci sono casi usciti sui giornali in cui sia la donna a pubblicare il video per vendicarsi. Dunque, è possibile che gli uomini non subiscano violenze nel web, o non si suicidino perché la massa non ha materiale per cui giudicarli.

2. Ma potrebbe anche essere che siano psicologicamente più forti nel sopportare gli insulti e l’emarginazione.
L’ipotesi per cui non ci siano casi di uomini suicidi per aver prodotto pornografia ed essersela vista condividere senza il proprio consenso ricevendo insulti perché potrebbero essere psicologicamente più forti nel sopportare gli insulti e l’emarginazione non può essere confutata citando le statistiche dell’ISTAT che afferma che la propensione al suicidio sia maggiore tra la popolazione maschile, oltre tre volte quella femminile, perché è necessario anche sapere il perché gli uomini si suiciderebbero di più delle donne, dal momento che potrebbero suicidarsi per eventi che le donne non vivono, un pò come il fatto che gli uomini in maggioranza non vivono il farsi riprendere a viso scoperto e visibile e il condividere i loro video pornografici senza il proprio consenso.

Di nuovo, questa credenza cieca che porta a pensare che le donne sono violentate psicologicamente in quanto donne, e quasi mai per l’atto che hanno compiuto, è una conclusione a cui si arriva per una preferenza emotiva a rappresentarsi il mondo in questo modo.

Allo stesso modo bisognerebbe capire come una persona possa affermare “Ne sono responsabili i primi diffusori e una moltitudine di individui, soprattutto uomini”, cioè dove questa persona abbia preso il dato che sono soprattutto uomini gli uomini a essere responsabili di offese.  Ma la verità è che quando una ragazza si suicida in seguito alla condivisione di un suo video pornografico non c’è nessuno che abbia contato le persone che hanno fatto sarcasmi e offese durante un anno di tempo in una data nazione nei confronti di quella ragazza. Servirebbero grandi risorse per farlo, e sarebbe una professione. Perciò nessuno può dire che nell’insieme di persone che hanno insultato la ragazza il numero di uomini sia superiore a quello delle donne.

In assenza di dati certi, chi afferma “sono soprattutto uomini” probabilmente vuole usare scorrettamente un falso dato per persuadere le persone che ricevono l’informazione nel credere che la teoria secondo la quale ciò che ha subito una ragazza in una situazione del genere sia derivato dal maschilismo.

In ogni caso, è assurdo dedurre da “le vittime del revenge porn sono prevalentemente donne” la conseguenza che “allora la cause del revenge porn è il maschilismo”. Non basta constatare che solo le donne, o in prevalenza donne subiscono qualcosa per poter dire che sia maschilismo. Ad esempio, solo alle donne e ai transessuali viene imposto di indossare il top in spiaggia, ma perché gli uomini non hanno un seno. Affermare che la presenza di capezzoli sia sufficiente per avere le mammelle, e che dunque gli uomini hanno le mammelle, e che dunque l’imporre solo a donne e transessuali ma non agli uomini di indossare il top in spiaggia è una discriminazione nei confronti delle donne e dei transessuali è davvero assurdo, ma c’è qualcuno che lo dice con tranquillità e senso di superiorità, sbagliandosi.

Tutti sanno che le mammelle femminili sono diverse dai pettorali maschili per la loro forma, e infatti è proprio la forma a determinare nel sesso femminile il solco intermammario (o canale intermammario o seno propriamente detto) che è un canale che divide le mammelle dei mammiferi, il cui nome deriva dal latino sinus, cioè appunto piega, ed è ben visibile dalla formazione e dallo sviluppo del seno durante la pubertà, dato che il seno si sviluppa fortemente nel sesso femminile.

E infatti, è utilizzato nella pratica sessuale della spagnola dalle donne, pratica che un maschio omosessuale non può fare con un uomo per ovvi motivi, neanche volendo, ed è per questo che vederlo nelle femmine può essere eccitante per gli uomini eterosessuale.
E sempre per questo motivo le ragazze si fotografano il seno compresso dal reggiseno o da una particolare posizione del corpo che avvicina i due seni e ne evidenzia le caratteristiche per catturare l’attenzione e stimolare il desiderio sessuale, attraverso l’uso dei social network.

Anche se le risposte fisiologiche durante la visione di un seno nudo nei maschi eterosessuali e nelle femmine omosessuali derivasse da un condizionamento sociale, come ripetono spesso le femministe, e non naturale, maschi e femmine hanno comunque un petto diverso, dunque questa ipotesi non negherebbe la differenza anatomica.

Molte femministe/i quando devono teorizzare le cause che hanno determinato un fatto, come le violenze psicologiche subite da parte del web ai danni di una donna che ha prodotto un video pornografico condiviso senza consenso, utilizzano altri fatti esterni alla singola vicenda presa in considerazione che dicono essere stati causati dal maschilismo, per dedurre in modo analogico le cause di quella singola vicenda.

Il ragionamento sottostante alla conclusione a cui arrivano nel giudicare questo determinato fatto è “se è accaduto molte volte che fosse la donna a subire, in quanto donna che deve subire perché donna, e non l’uomo, in quanto uomo che non deve subire perché uomo, e che dunque la causa fosse il maschilismo, allora questo nuovo fatto accaduto avrà le stesse cause dei precedenti fatti, ovvero il maschilismo”.

Questo ragionamento può essere vero, perché a volte ciò che succede ha le stesse cause di ciò che è successo in precedenza, ma non è automatico e necessario che sia così.
Per tanto non lo si può dare per scontato, e non ci si può arrabbiare se non tutti credono ciecamente in questa teoria appena la sentono pronunciare.

Quindi, bisognerebbe verificare se è vero che in quel caso singolare vale anche ciò che è successo in precedente, e anche se è vero che che ciò che è successo aveva le cause addotte, cioè il maschilismo, perché ci potrebbe essere un errore di valutazione anche lì, e si potrebbe dare per scontato qualcosa che è falso, procedendo a trarre conclusioni che saranno scorrette proprio perché la premessa è sbagliata.

POSSESSO DELLE FOTO DOPO LA FINE DELLA RELAZIONE SENTIMENTALE SECONDO LA LEGGE
Proprio perché si sa che le persone sono ricattabili, in Germania la Corte di Cassazione federale ha stabilito che un uomo avrebbe dovuto cancellare dal suo computer tutte le foto della ex contenenti il minimo indizio di erotismo o sessualità. Secondo la sentenza infatti esisteva una violazione dei diritti di intimità e privacy che poneva l’uomo in una condizione di “potere di manipolazione” sulla sua ex. L’uomo ha dovuto quindi cancellare tutti i suoi archivi, e probabilmente è qualcosa che si porterà fino alla tomba; in più, non sappiamo se come gesto di disperazione abbia deciso di farsi un CD con tutte quelle foto, “il disco d’oro” come lo chiamerà coi suoi colleghi.

I due erano arrivati davanti ai giudici perché il fotografo, pur assicurando di voler tenere per sé le foto senza farle circolare, aveva rifiutato di cancellarle, come richiesto dall’ex partner. La giustificazione era che la donna aveva accettato volontariamente di posare nuda o di farsi riprendere durante i rapporti sessuali.

I giudici hanno però sentenziato che quell’assenso valeva soltanto per il tempo della durata del rapporto affettivo e che, una volta venuto meno quello, le immagini intime dovevano essere distrutte a richiesta della protagonista. Per i giudici, il potere che ancora il fotografo deteneva sulle immagini, nonostante le assicurazioni di non renderle pubbliche, ledeva il diritto di persona della donna, giacché avveniva contro la sua volontà.

La legge dovrebbe impedire alle persone di fare violenza nei confronti di chi produce foto dei propri rapporti sessuali e permettere quindi di poterle fare in tranquillità.

PRODUZIONE E USO DELLE FOTO E DEI VIDEO PER STIGMATIZZAZIONE

Il film Bang Gang si è già aggiudicato l’appellativo di ‘film scandalo’ a causa delle numerose scene di nudo e di sesso che lo caratterizzano.

La pellicola mostra le vicende di un gruppo di ragazzi tra i sedici e i diciassette anni alle prese con la scoperta della propria sessualità.

George è sicuramente il personaggio più interessante di tutto il film, il più complesso e indecifrabile, una ragazza con una forte potenza sessuale, ma che rifiuta di farsi stigmatizzare. Anche quando un video che la riprende mentre fa sesso finisce su youtube, sotto le critiche delle sue coetanee, George non ne rimane scossa e non riscontra la minima differenza tra questo e tante altre foto o video che finiscono in rete ogni giorno, e non vuole andare alla polizia. Mossa dal semplice desiderio di esplorare il proprio corpo e di non demonizzarlo, ma anzi di lasciargli la naturalezza che merita accanto ad altre esperienze della vita.

IL MODO CORRETTO DI COMPORTARSI QUANDO SI VEDONO FOTO PORNOGRAFICHE ALTRUI
Una persona deve essere libera di mostrar o meno il suo corpo senza paura di subire conseguenze. Dunque le persone devono limitare la propria libertà ed evitare di esprimere disprezzo, emarginare, togliere opportunità. Perciò quando si vedono foto o video pornografici altrui, sia che siano stati condivisi volontariamente che siano stati condivisi senza consenso, come nel caso dei fidanzati lasciati che si vogliono vendicare non si devono compiere azioni che possano recare danno al soggetto ripreso.

Non si parla mai della colpa di chi fa così, ma solo della colpa di chi condivide foto e video senza il consenso, ma è un discorso scorretto.

CONDIVISIONE DELLE FOTO DI NUDO PER ERRORE
Le foto e i video fatti possono finire nel web, sia con la propria volontà che senza la propria volontà: cliccando tasti per sbaglio che servono a condividere le foto fate sui social, oppure perdendo in quanto lo smartphone è mobile e si porta spesso fuori casa con sé, e dunque può essere perso, e poi raccolto da qualcuno che caricherà il materiale sul web.

Può accadere a chi si fa video di proprie esperienze sessuali, per poterli rivedere, con l’amico/a, il/la fidanzato/a, il marito/la moglie, che perdendo il cellulare, chi ritrova il cellulare condivida il video nel web, ad esempio tramite WhatsApp,e con gli anni può anche divenare un cult, passando di sito in sito. Fino ad arrivare ad amici e conoscenti tramite whatsapp. Sino che un’amica avverte la madre della ragazza che a sua volta chiede spiegazioni alla figlia e poi alla madre o al padre dei soggetti.

Marc Jacobs è tra gli stilisti più amati, le sue collezioni hanno fatto il giro del mondo e, uno su dieci, vi sarà di certo capitato per strada di incontrare qualcuno indossare i suoi splendidi occhiali da sole. E allora deve essere stato tutto questo affetto ad avergli dato un po’ alla testa, dato che sul suo canale instagram ha pubblicato, lasciandolo solo per pochi minuti, un selfie completamente nudo, per errore. Un tragico madornale sbaglio al quale ha messo subito riparo ma, ovviamente, ciò non è bastato dato che lo screen è già ovunque. La regola dei social non sbaglia mai: prima di pubblicare, accertarsi sempre di quello che si sta facendo perché altrimenti si rischia di fare brutta figura.

Il post è avvenuto nella notte e lo stilista voleva inviare la foto in privato, con un DM. Non aveva di certo intenzione di finire “tutto ignudo” sui social network. Il messaggio era tutt’altro che cifrato: “È tuo e da provare!”. Una gaffe tutta da ridere.

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Viareggio, 13 ottobre 2017 – In una bella giornata di ottobre dal sapore sempre estivo ma dalle sfumature che annunciano l’imminente autunno, la quiete un po’ sonnacchiosa di Viareggio viene scossa da un video che fa il giro della città. E fa discutere. Perché, si sa, quando c’è nel mezzo il sesso la curiosità si fa morbosa.

A maggior ragione nell’era del digitale che permette la diffusione in modo velocissimo di messaggi, foto e video che in un battibaleno arrivano ovunque e a chiunque. E alla base di questa vicenda ci sarebbe proprio il cattivo utilizzo di una tecnologia digitale, quella di Whatsapp. Così la versione di quanto accaduto, che passa di bocca in bocca, recita che una bella donna viareggina, sposata, auto produce un filmato amatoriale col telefonino dove viene ritratta in atteggiamento solitario ma inequivocabile.

Una sequenza molto spinta, pornografica, lunga una trentina di secondi dove l’avvenente signora pratica l’autoerotismo nel bagno di un’abitazione. Sempre secondo la versione che circola in città, la donna avrebbe voluto inviare il suo ‘Pov’ (point of view, porno girati dallo stesso protagonista con telefonini o mini camere) a un mittente preciso (forse al marito?), ma avrebbe commesso un errore fatale: condividendolo invece nella chat di un gruppo di genitori di alunni di una scuola, di cui la donna fa parte. Uno di quei gruppi di Whatsapp creati per diffondere notizie utili ai componenti in modo istantaneo.

Facile immaginare lo stupore di chi ha ricevuto il video che nulla aveva a che vedere con notizie riguardanti genitori e figli. Sempre secondo la vulgata, qualche amica avrebbe avvertito subito la donna dello sbaglio. Soprattutto perché, per la disperazione della protagonista e dei suoi familiari, alcuni invece riconoscendola nel video non hanno avuto pietà.

E hanno diffuso in giro il filmato che ormai è diventato virale. Ieri mattina da Torre del Lago a Forte dei Marmi e anche oltre, fino alla zona apuana, tutti erano incollati ai telefonini, incuriositi dal video hard amatoriale. Ed è naturalmente scattata la caccia all’identità della protagonista. Con un fiorire di commenti che è facile immaginare.

Sin qui la versione che circola, anche se non è da escludere che qualche buontempone abbia invece architettato la storia con un filmato amatoriale reperito nello sterminato mondo di internet, spacciando coram populo una versione che non sarebbe quella vera. Ma che in ogni caso avrebbe colpito nel segno, visti il clamore che ha suscitato e i commenti che sono fioccati.

Secondo una ricostruzione, sia la signora che il marito, travolto anche lui dalla eco di una vicenda di cui avrebbe fatto volentieri a meno, si sarebbero rivolti alla polizia per sporgere denuncia contro chi ha divulgato le immagini.

Un fascicolo per ora contro ignoti, in attesa che gli inquirenti telematicipossano risalire a chi ha condiviso il filmato. Una vicenda boccacesca in una Viareggio che, spenti i riflettori della grande stagione estiva, si appresta a vivere un autunno di solito fin troppo noioso e che si anima per storie di questo genere. Sarà davvero così come tutti raccontano oppure è una bufala? Le indagini della polizia lo chiariranno presto.

EFFETTI
L’esperienza di vedere proprio materiale caricato senza la propria volontà viene vissuta da molte persone con tranquillità, invece altre dichiarano di essere scioccate, di aver avuto la febbre per l’accaduto, di aver bisogno di una vacanza, di essere felici del conforto di parenti e amici. Molte hanno paura di utilizzare la fotocamera come giocattolo sessuale, sia perché leggono certe notizie, sia perché sentono consigliare di non farlo. A volte alle persone a cui è successo di vedere condivise foto e video privati senza il loro consenso dicono pubblicamente che non c’è niente di cui vergognarsi, e nessuno si dovrebbe vergognare.

Tuttavia, queste stesse persone che dicono che non c’è nulla di cui vergognarsi, a volte si vergognano lo stesso, e infatti poco dopo consigliano di cancellare ogni foto o video del genere per evitare casi analoghi. Ma se non c’è niente da vergognarsi non ha senso cancellare tutto per paura che qualcuno lo veda.

Alyssa Funke, una matricola dell’Università del Wisconsin di 19 anni che aveva girato un film hard amatoriale, insultata da centinaia di persone nel web, ha comprato una pistola e si è suicidata.

Dunque, si dovrebbe dire alle ragazze di non girare porno oppure alle persone di non criticare ciò che non è da criticare, ovvero la pornografia, amatoriale o professionale che sia? Sarebbe come condannare chi si veste succinta piuttosto che chi stupra.

GESTIRE LA SOFFERENZA

Le motivazioni per cui la gente soffre ci sono, ma si deve considerare che le motivazioni possono essere intelligenti come stupide. In sé non hanno un valore.

La prima motivazione è che siamo abituati a farci vedere nudi solo da alcune persone, il fidanzato, il medico, il ginecologo/andrologo, al massimo la mamma o il papà in base al sesso. E già interrompere un’abitudine fortissima è uno shock per alcuni.

La seconda è che invece siamo abituati a farci vedere mentre facciamo sesso da ancor meno persone: solo il fidanzato o la fidanzata. Ed è ancora più forte l’impatto del cambiamento d’abitudine se si tratta di un rapporto sessuale.

Ma c’è ancora un’altra motivazione. Gli altri possono giudicare in senso negativo anche il modo in cui fai sesso, le cose che fai, le cose che dici mentre lo fai, perché è ritenuto comunemente accettato che si dovrebbe essere poco desiderosi di sesso, e più se ne ha voglia meno si è rispettabili. Nel caso si tratti di sesso occasionale peggio ancora, perché non c’è un legame sentimentale a mitigare la voglia di sesso.

E ce ne sono tante altre di motivazioni, anche se possibili e non sempre presenti. La vergogna per l’aspetto del proprio corpo, che si accetta solo se si sa che l’altro non ne prova disgusto. Come il fatto che gli altri possono togliere il saluto “perché sei una/uno che ha fatto cose da perverso/a”.
Non è un caso che, nonostante le ragazze possano guadagnare tanti soldi con la nudità e la sessualità, solo pochissime usufruiscono di questa fortuna genetica.

SOLUZIONI: ATTACCARE I VIOLENTI E DIFENDERE LE I SOGGETTI
Più che consigliare di prevenire ai possibili soggetti di foto e video pornografici, sarebbe utile consigliare di rimanere calmi e interpretare l’accadimento come qualcosa di non preoccupante.
Perché ogni cittadino del pianeta terra ha il diritto, dal giorno in cui è stata inventata la fotografia, di usare questa tecnologia per effettuare foto di vulva, pene, ano rapporti sessuali tra fidanzati, per il solo gusto di fotografarli, senza essere discriminato o subire ingiusti danni, perché questo atto non provoca danni agli altri individui della società. E nessun cittadino che compie tale pratica deve essere ritenuto responsabile dei pregiudizi che le persone si possono fare.

Se qualcuno pensasse realmente che non ci sia niente di cui preoccuparsi non avrebbe paura che qualcuno lo veda e ne parli. Declasserebbe le parole altrui come falsi giudizi. Più che consigliare di prevenire, sarebbe utile consigliare di rimanere calmi e interpretare l’accadimento come qualcosa di non preoccupante.

In ogni caso, modificare i propri comportamenti privati per evitare che la società insulti significa consegnare la propria libertà al mondo circostante e conformarsi alla maggioranza e alla sua forza. Ed è molto simile alla storia degli omosessuali che si nascondono e fingono di non esserlo. Se tutti avessero detto “smettete di essere omosessuali perché potrebbero insultarvi e isolarvi” non ci sarebbe mai stata nessuna rivoluzione sessuale.

Le soluzioni alla condivisione di pornografia senza consenso possono essere:
1. la razionalizzazione,
2. il tentativo di guadagnarci economicamente,
3. il ricorso alla legge

PREVENZIONE PER CHI VUOLE PRODURRE PORNOGRAFIA SENZA FARLA VEDERE
Prima di tutto, chi vuole produrre pornografia senza farla vedere a sconosciuti può considerare che se il file foto o video è nella memoria dello smartphone, lo smartphone può essere protetto dal pin, al contrario del caso in cui sia nella SD card. E dunque può impostare il telefono per salvare foto e video sulla memoria del telefono e impostare il pin, in modo che se anche fosse perso o rubato, i dati non sarebbero accessibili.

Se siamo un po’ esibizionisti e ci piace registrare video mentre facciamo sesso col nostro partner, facciamolo almeno in modo da essere sicuri che rimangano privati per sempre, anche se la nostra storia d’amore un giorno dovesse finire. Come? Con un’app chiamata Rumuki questo è possibile.

Questa app, disponibile per ora solo per l’iPhone, funziona un po’ come una cassaforte che per essere aperta richiede due chiavi, ognuna in possesso di un partner differente. In pratica i video registrati con Rumuki vengono criptati e possono essere visualizzati solo se entrambi hanno fornito l’autorizzazione.

Il funzionamento è molto semplice. L’applicazione deve essere installata su entrambi i telefonini dei due partner. Ognuno poi dovrà impostare un codice di sicurezza nell’applicazione. Dopo aver avviato Rumuki con entrambi gli iPhone connessi alla stessa rete WiFi, l’applicazione rileverà automaticamente il telefonino dell’altro partner e potrà collegarlo attraverso la scansione di un codice QR.

Una volta che i due telefonini sono connessi tra di loro, si potrà effettuare la ripresa del video: la funzione per scattare foto non è al momento disponibile. Al termine della registrazione, il video sarà sincronizzato e disponibile su entrambi i telefonini.

Per riprodurre il video su un telefonino sarà necessario che l’altro partner fornisca l’autorizzazione. L’autorizzazione ha una durata di 7 giorni, ma potrà essere revocata in qualsiasi momento. Rumuki ha anche un sistema di protezione contro gli screenshot: se il partner prova a catturare una schermata del video, l’applicazione blocca immediatamente l’autorizzazione.

Grazie a Rumuki possiamo registrare tutti i nostri momenti intimi con la certezza che non verranno resi pubblici senza il nostro consenso. E nel caso la storia d’amore dovesse finire, ognuno dei due partner potrà decidere di cancellare i video così da essere assolutamente certi che non possano diventare di dominio pubblico.

Per ora Rumuki è disponibile solo per iOS, ma gli sviluppatori sono al lavoro su una versione per Android.

RICORSO ALLA LEGGE:
Una donna si può presentare dai carabinieri, sporgendo denuncia e ottenendo subito un risultato. I video vengono infatti eliminati dalla rete, anche se restano presenti alcuni link di rimando. Se su un motore di ricerca si inserisce il nome della vittima, infatti, compaiono le tracce web che rimandano ai video già rimossi da tempo.
Il perito della Polizia postale ascoltato in aula può non riuscire a dimostrare con assoluta certezza che a inserire i filmati in internet sia stato l’ex fidanzato/marito imputato.

REAZIONI POSITIVE: RAZIONALIZZAZIONE

Al contrario dei casi in cui il fatto viene affrontato con vergogna, disperazione e suicidio, tra i casi in cui il fatto viene affrontato con forza e autocontrollo ce ne sono diversi.

Quando una persona viene vista far sesso ripresa in un video senza che se lo aspettasse può reagire rimandando indietro il disprezzo e l’odio che la gente produce una volta vista. Può pensare che è solo un loro disordine mentale e morale pensare che si è sbagliato qualcosa nel farsi filmare mentre si fa sesso e che una volta che si è stati visti la propria vita cambi. Non cambia nulla, il corpo e i genitali non hanno poteri paranormali se visti. Solo la cultura, il pensiero, il cervello può cambiare le cose interpretandole nel modo sbagliato. Una persona che vive una situazione del genere può dire al mondo “Scopate e filmatevi, e dite a chi vi disprezza che non è capace di ragionare e ha un disordine morale interiore di cui dovrebbe curarsi”.

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Fisico da Jessica Rabbit, 30 anni appena compiuti, di professione ragazza immagine in discoteca. Segni particolari: innamorata. Al punto da consentire al suo ragazzo di riprenderla durante un momento di intimità. Quel video di pochi secondi, adesso, è diventato virale. Gira su migliaia di gruppi Whatsapp ed è stato caricato anche su un sito porno. Ma Elisabetta Sterni, bresciana d’origine ma padovana d’adozione, non ci sta a farsi schiacciare dal peso della vergogna. “Non farò la fine di Tiziana, la ragazza di Napoli che ha deciso di togliersi la vita, per questo sono uscita allo scoperto”.

La 23enne Emma Holten è stata vittima di quello che è solitamente definito revenge porn, ovvero la diffusione di immagini sessualmente esplicite che avviene da parte di ex partner o hacker senza il consenso del soggetto ritratto. Qualche anno fa uno sconosciuto ha forzato l’account email di Emma, e successivamente le foto di nudo che aveva inviato al fidanzato sono diventate pubbliche.

Si può identificare la causa della sua forza psicologica nella razionalizzazione, ovvero nel trovare spiegazioni logiche e morali che identifichino le persone che insultano violentemente come persone ingiuste, ignoranti, egocentriche, pericolose impedendo così di assumersi colpe che non ci si deve assumere.

Infatti, dopo aver ricevuto commenti e insulti di ogni tipo da completi sconosciuti, in seguito Emma ha deciso di rispondere a modo suo: si è fatta fare delle foto nuda e le ha personalmente rese accessibili online insieme a un post in cui spiega le sue ragioni.
“All’inizio ero paralizzata, ma poi ho deciso di affrontare le cose da un punto di vista politico, per crescere e diventare più forte. Mi sono rivolta a un professionista e mi sono fatta fare delle foto nuda, e successivamente ho scritto un post in cui spiegavo il perché della mia iniziativa. Lascio aperti molti interrogativi: ci vedete qualcosa di sessuale? Questo è un essere umano? E importa? Non è sbagliato vederci qualcosa di sessuale, ma parlarne ti dà la possibilità di capire perché. Volevo anche avere modo di mettermi dalla parte delle altre vittime, e dire “Sono su internet, sono nuda e mi sta bene.” Non mi vergogno, non mi vergognavo prima e di certo non mi vergogno ora. Non mi vergogno del mio corpo e chiedo di essere presa sul serio, che sia nuda o meno. Mi rifiuto di “valere di meno” solo perché sono nuda.”

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Chi si dispiace per le ragazze che annualmente si suicidano a seguito della violenza di massa subita per aver prodotto e condiviso pornografia, amatoriale o professionale, (condivisa volontariamente o senza il proprio consenso) se vuole creare un effetto utile a un possibile cambiamento della cultura che forma persone pronte a fare violenza nel caso d’infrazione del principio pseudoreligioso “ti mostrerai nudo/a o in atti sessuali solo al trombamico/fidanzato/marito e non ti mostrar così a nessun altro” potrebbe farsi una foto o un video porno, in cui dedica il video alla ragazza morta, scrivendolo sulla foto o nominando il suo nome a voce nel video, e lo dovrebbe condividere sul web, e a ogni persona che lo vede e che cominci a ripetere lo stesso processo fatto di giudizi negativi e violenza dovrebbe rispondere che è giusto, e che era giusto anche nel caso di tutte le ragazze suicide. Oppure potrebbe caricare una frase sulla propria immagine profilo “io sono pro pornografia, amatoriale o professionale” oppure “io faccio video pornografici con lo smartphone”. E in sintesi, veicolare il messaggio che: Le donne e gli uomini offendono e umiliano donne del genere, dovrebbero usare le dita e le lingue per far godere uomini e donne e non per far impiccare le persone.

videosmartphoneSe anche si parlasse di sesso e prevenzione nelle scuole, senza parlare di pornografia, gli studenti crescerebbero con idee razionali su sesso e prevenzione, ma non sulla pornografia, di cui non hanno ascoltato niente, e dunque questo fatto non aiuterebbe la società a impedire che le persone subiscano violenze nel produrre pornografia. Infatti, il motivo per cui la massa ha fatto violenza su di lei, e per cui lei si è uccisa, non è perché ha fatto sesso, perché nessuno fa violenza sugli altri per il semplice fatto che fanno sesso, ma perché ha prodotto pornografia (e in particolari condizioni). Quindi, nelle scuole si dovrebbe parlare di pornografia, ma per parlare di pornografia la si dovrebbe mostrare, e qui arriva il problema gigantesco della nostra cultura.

Con un post pubblicato sul blog ufficiale di Google, il team di Mountain View informa tutti gli utenti che a partire dai prossimi mesi sarà possibile richiedere la rimozione dai risultati delle ricerche di tutti quei link che portano verso materiale considerato “revenge porn” cioè la vendetta porno che sempre più spesso viene messa in pratica da ex compagni e fidanzati attraverso la pubblicazione online di foto e video di nudo o sesso esplicito che vengono condivisi in rete senza l’autorizzazione dell’ex partner. Così, dopo il modulo di Google per il “diritto all’oblio”, presto sarà disponibile un nuovo form dedicato alla rimozione di link contenenti “revenge porn”. Gli sviluppatori di Google sono al lavoro per contrastare questo fenomeno e sperano che la rimozione dei link dalle SERP del noto motore di ricerca sia un’iniziativa in grado di sfavorire l’avanzata di questo fenomeno.

Negli ultimi mesi sono diversi i siti web che ospitano contenuti di questo tipo, alcuni dei quali richiedono anche una somma da pagare per la rimozione dei contenuti dal proprio archivio. Naturalmente Google offrirà la rimozione dei link presenti nei risultati di ricerca gratuitamente: “Abbiamo ascoltato molte storie problematiche sul “revenge porn”: un ex partner cerca di umiliare pubblicamente una persona condividendo le loro immagini private oppure gli hacker rubano le immagini dagli account delle vittime e le distribuiscono. Alcune di queste possono essere anche utilizzate su siti di “sextortion”, che forzano a pagare per la rimozione”. Come spiega il Senior Vice President di Google Search, Amit Singhal: “Le immagini di revenge porn sono molto personali e possono danneggiare emotivamente, finendo solo con il degradare le vittime. Così, da ora in avanti, accoglieremo le richieste per la rimozione dalle ricerche Google delle immagini di nudo o di sesso esplicito pubblicate senza autorizzazione”.

PERCHé è GIUSTO L’USO DELLA FOTOCAMERA COME SEX TOY 
dire che è sbagliato fare ciò, e che è immorale è un altro tipo di problema. Bisogna prima di tutto partire dalla definizione di “etico”. Se ad esempio stabiliamo che significhi “che non crea danni oggettivi agli altri e non impedisce il loro benessere”, allora usare la fotocamera in quel modo è etico. E ognuno fa il cazzo che gli pare all’interno dell’insieme di comportamenti che sono etici.
anche se si ha il potere di farlo, fin quando si ha l’uso della parola o delle dita per digitare sulla tastiera, non è etico invece suscitare emozioni depressive e spiacevoli negli altri giudicando in modo negativo i loro comportamenti se il giudizio è ingiusto.

SELFIE DELLA VAGINA
Il Selfie Camera Vibrator, il vibratore che consente di scattare foto all’interno della propria vagina nel momento del massimo piacere. Il sex toy sarà capace di rendere “indimenticabile” anche un momento intimo come la masturbazione, permettendo di scattare dei selfie per ricordare quel momento. Ha diverse velocità ed una videocamera HD, capace di produrre delle immagini o dei video ad alta risoluzione. E’ la soluzione ideale per tutte quelle che sono lontane dal proprio ragazzo e che, nonostante ciò, non gli vogliono far dimenticare o sentire la mancanza delle proprie parti intime. In verità, il vibratore con macchina fotografica è forse una delle peggiori invenzioni mai realizzate.
Uno scienziato del’800 affermava che il miglior modo di distaccarsi dalle passioni nei confronti del corpo nudo è quello di vedere cosa c’è sotto la pelle, guardando corpi sezionati, e vedendo muscoli, organi, mucose, ossa e provarne disgusto invece che attrazione. Potrebbe essere un metodo psicologico per chi desidera più di altri percepire corpi nudi e vuole ridurre tale desiderio e attaccamento.
Per i tanto disprezzati “morti di figa” potrebbe essere un metodo alternativo al cercare sesso, come fa chi muore di sete, o di sonno, o di fame, cerchi da bere, mangiare e dormire, ad esempio con le prostitute o le assistenti sessuali per chi ha handicap.
Come Rembrandt ha dipinto nel suo quadro “La lezione di anatomia del dottor Tulp”, professore di anatomia di Amsterdam, mentre esegue la dissezione del corpo del famigerato criminale Adrian Adrianeszoon, detto “Het Kindt”, giustiziato per impiccagione nel gennaio del 1632. L’osservatore nel dipinto vede qualcosa che non vede in genere, vedendo anche rappresentato lo stupore di scoprire che l’interno del corpo è molto diverso dall’esterno e provoca sensazioni molto diverse.

La lezione di anatomia del dottor Tulp_Rembrandt

Anche i Buddhisti lo hanno usato come metodo. Disegni di persone che fanno sesso in cui si vedono gli scheletri e si evidenzia il fatto che sono esseri destinati alla vecchiaia e alla morte.
La stessa pornografia può essere un metodo psicologico per rompere il disincanto delle fiabe Disney sull’amore platonico e riportare la consapevolezza sulla materialità dell’atto sessuale incluso nel concetto d’amore grazie al fatto che si vede qualcosa che in genere si tiene nascosto perché se non si è in preda all’eccitazione può risultare anche disgustoso, come l’ano, le secrezioni, la penetrazione, l’eiaculazione e così via.